«"Mi sento grasso" è un’espressione che uso da sempre, da che ne ho memoria, dopo ogni cena di Natale, dopo ogni abbuffata al ristorante, dopo ogni capodanno o festa di compleanno, o situazione sociale in cui mi pare di aver “mangiato troppo”, di aver "esagerato con il cibo”», scrive Eugenio Giannetta in Corpo libero (add editore), che intrecciando memoir e inchiesta esplora il mondo dei disturbi alimentari maschili a partire dal suo stesso vissuto.
"Corpo libero. Il mondo maschile dei disturbi dell'alimentazione" di Eugenio Giannetta
Leggendo quell’espressione, “mi sento grasso”, ho annuito in silenzio, perché è la stessa frase che uso io tutte le volte che mi alzo da tavola dopo aver preso un piatto di troppo, la stessa frase che ho sentito dire alle mie amiche centinaia di volte. È superfluo qui precisare se l’autore sia grasso, se io sia grassa, se le mie amiche lo siano: sbottare così dopo un pasto non dice nulla della realtà ma ha piuttosto i tratti dell’espressione rituale, quasi liturgica, di chi esprime il proprio rammarico per essersi abbandonato al piacere della tavola dimenticando, per qualche minuto, il calcolo delle calorie. Si aggrappa a un pensiero magico, stregonesco, come se un bis di lasagne potesse automaticamente trasformarsi in un paio di chili di più, in una cintura che stringe. Non è così, e lo sappiamo, eppure abbiamo bisogno di dirlo, “mi sento grasso”, così da chiarire a tutti, a noi e agli altri, che sì, abbiamo esagerato coi carboidrati ma ne siamo ben consapevoli: anche se abbiamo perso il controllo sul nostro corpo per il tempo di un pranzo, siamo già pronti a riprenderlo. Via di stacchi rumeni.
Qualche mese fa, parlando con un amico che mi diceva di voler aumentare le sedute in palestra per tonificare e definire meglio l’addome, mi è venuto spontaneo chiedergli: «ma chi te lo fa fare?». Il mondo in cui sono cresciuta chiedeva alle donne di non superare la taglia 42, di essere diafane e leggere; da adolescente per diversi anni non ho toccato carboidrati e tuttora il pensiero del cibo, legato a doppio filo al pensiero della forma del mio corpo, occupa uno spazio considerevole nelle mie giornate. Sono anche cresciuta in un mondo che verso la bellezza maschile ha sempre rivolto uno sguardo piuttosto generoso: che siano magri, grassi, bassi, alti, senza capelli o coi capelli grigi, dai venti agli ottant’anni, nei media, in tv e al cinema, la rappresentazione degli uomini che possono definirsi sexy, desiderabili, è sempre variata tantissimo. Cos’hanno in comune Adrien Brody e James Gandolfini? Niente, eppure.
Fra amiche ce lo si dice sempre, che per loro è più facile, è una questione di fascino, di carisma: i canoni ci sono, ma sono enormemente più elastici. Da qui la mia perplessità: hai la fortuna di essere un maschio, sei giovane, ma chi te lo fa fare di sudare in palestra?
Non ho mai creduto troppo a chi diceva che stava a dieta o si allenava per sentirsi meglio con sé stesso. Trovo impossibile discernere quelli che sono i nostri desideri – mi imbarazzo solo a scriverlo – più autentici da quelli che ci arrivano da fuori. Tutti i discorsi riguardo alla forma che un corpo dovrebbe avere nascono, perlopiù, da una esternalizzazione dello sguardo: si smette di abitare il proprio corpo per osservarlo attraverso le lenti degli standard sociali, per vedere quale spazio occupa e se combacia con il modello che ci hanno venduto come ideale.
Negli ultimi anni le aspettative verso i corpi femminili non sono di certo diminuite, ma sono aumentate, nel frattempo, quelle nei confronti dei corpi maschili. Seguono in gran parte due strade diverse: laddove alle donne si chiede di essere magre, agli uomini si chiede di essere atletici. I corpi di tutti, però, devono essere definiti, scolpiti da lunghe sessioni in sala pesi, plasmati da regimi alimentari che possono essere anche diversissimi ma accomunati dalla regola della pizza una volta sola a settimana. Tutti, in fin dei conti, il più uniformi possibile.
Giannetta parte dalla sua storia di ragazzino sovrappeso prontamente messo a stecchetto dal medico di base. Stare a dieta, monitorare quello che dal piatto finisce nel nostro corpo e come lo trasforma, è un dispositivo di controllo psicologicamente pervasivo e logorante. Certamente esiste chi riesce a seguire una dieta mantenendo un buon rapporto con il cibo, ma in molti casi non è così, soprattutto se quel dispositivo impariamo ad applicarlo ben prima dell’età adulta. Giannetta si chiede come sia possibile che, pur avendo a lungo bandito le pietanze ipercaloriche, essendosi sfinito di camminate dopo i pasti e avendo digiunato tutte le volte che gli era possibile, a lui non sia toccato un destino più difficile. Me lo sono chiesta anche io; sono stata infestata dai pensieri sul cibo, ossessionata dai dettagli del mio corpo allo specchio, ma la mia salute non ne ha risentito fino a rendere necessario un ricovero o una terapia alimentare di supporto. Sono, siamo, rimasti sempre in una zona grigia del disturbo alimentare, subdola forse, perché meno visibile. «Probabilmente», gli risponde Riccardo Dalle Grave, tra i maggiori esperti italiani di disturbi dell’alimentazione, «hai avuto risorse personali e aiuti protettivi». Fortuna.
In quella stessa zona grigia stazionano molti disturbi alimentari maschili. Il ministero della Salute stima che in Italia ci siano più di tre milioni di persone affette da disturbi del comportamento alimentare (DCA); almeno un quarto delle diagnosi riguarda i ragazzi. È un fenomeno sommerso, variegato e difficile da far emergere: un po’ per la cultura machista che governa l’universo maschile e che richiede prima di tutto riservatezza di fronte a un malessere, un po’ perché i manuali sono stati scritti per rispondere ai disturbi femminili, un po’ perché la vigoressia – una delle forme più diffuse fra i maschi, che non comporta la perdita di peso ma privilegia l’aumento di massa muscolare – si confonde facilmente con la cura di sé che ci viene propinata dai social e dai media tradizionali. Come distinguere l’attenzione alla propria forma fisica, quindi, da una forma di disturbo alimentare all’apparenza così sfuggente, e piuttosto nuova?
La risposta viene offerta da Sebastiano, un ragazzo che ha sofferto di DCA e che ora si fa portavoce di uomini con disturbi dell’alimentazione. «Se un ragazzo non esce con gli amici il sabato sera per andare in palestra», dice, «per me è preoccupante. Non sarà anoressia, ma è un rapporto problematico con il proprio corpo, anche quello sociale». La soglia pericolosa da valicare, quindi, sarebbe quella che porta i ragazzi a fare delle rinunce, a modificare il proprio stile di vita e a marginalizzare le relazioni con gli altri, in vista di un lavoro sul proprio corpo che diventa prioritario su tutto il resto. Laddove la maggior parte delle persone distribuisce la valutazione di sé su diversi ambiti, che vanno dal lavoro alle passioni alle relazioni, chi soffre di un disturbo dell’alimentazione focalizza tutto sul corpo e sul cibo: il mio valore dipende da quanto riesco a controllarmi durante i pasti, la buona riuscita della mia vita, la mia stessa felicità, è consequenziale all’aderenza del mio corpo a un modello.
Tutto questo ha una ricaduta sulla sfera intima per eccellenza: il sesso. Quello che dovrebbe essere un luogo di abbandono e di fiducia diventa, infatti, l’ennesimo scenario in cui misurare la conformità della propria immagine a quello che si crede gli altri desiderino. Il piacere passa quindi in secondo piano fino a perdersi del tutto, perché è difficile smetterla di immaginarsi da fuori, lasciarsi andare senza domandarsi come apparirà il proprio corpo, se sembrerà ridicolo o sgraziato o indesiderabile agli occhi di chi divide il letto con noi.
C’è però una questione privata, che attraversa tutto il libro di Giannetta, che commuove e sorprende per la delicatezza con cui viene raccontata. È la storia di M., moglie dell’autore morta di cancro, interlocutrice privilegiata di tutto questo lungo discorso sul corpo. Giannetta scansa i falsi e generici luoghi comuni che indicherebbero nell’amore il rimedio a tutti i mali: la buona volontà di chi ci vuole bene non basta mai a guarirci. Ma, d’altra parte, non si rintana neanche nel cinismo di chi nega il potere trasformativo, lenitivo, che i rapporti profondi possono avere su di noi. «Con M.», scrive, «forse per la prima volta ho sentito il mio corpo veramente libero, accettato. Ho sentito che piaceva al di là delle sue imperfezioni. Mi sono lasciato toccare anche in quelli che erano sempre stati punti che ritenevo deboli, quasi off-limits per chiunque: i fianchi. Anche quando stavamo sdraiati su un prato, durante una primaverile domenica al parco, un po’ alla volta ho lasciato che infilasse le mani sotto la maglietta e le lasciasse lì. All’inizio mi irrigidivo, riflesso condizionato di un tempo che era stato, ma poi spostavo il pensiero e la mente, proprio come mi aveva insegnato a fare lei».
