La Pepubblica islamica torna a chiudere all’ipotesi di rinunciare alle proprie scorte di uranio arricchito. La strada delle trattative si fa nuovamente in salita
Torna a complicarsi il percorso diplomatico tra Washington e Teheran. Martedì, incontrando il capo delle forze armate pakistane Asim Munir, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsen Rezaei, ha escluso che Teheran possa rinunciare alle proprie scorte di uranio arricchito. «Nemmeno una minima quantità di materiale nucleare arricchito lascerà l’Iran. Tali materiali costituiscono una risorsa fondamentale e una ricchezza nazionale per il popolo iraniano, destinata all’uso all’interno del Paese», ha dichiarato.
«Non ci saranno negoziati finché l’America non adotterà misure per costruire la fiducia, un processo che deve iniziare con il rispetto delle condizioni poste dall’Iran», ha aggiunto. Le affermazioni di Rezaei rendono impervio il processo diplomatico, visto che, per arrivare a un’eventuale intesa, Washington esige che l’Iran consegni le proprie scorte di uranio arricchito.
Lunedì, Al-Araby Al-Jadeed aveva riferito che gli Stati Uniti e la Repubblica islamica avrebbero probabilmente raggiunto un accordo entro questa settimana. Sempre lunedì, il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, si era recato a Teheran, per incontrare l’omologo iraniano, Abbas Araghchi.
La proposta della Russia all’Iran sulle scorte di uranio
Secondo alcune indiscrezioni, nell’occasione, Lavrov avrebbe proposto che la Repubblica islamica consegnasse a Mosca le proprie scorte di uranio, per facilitare in questo modo la possibilità di un’intesa tra il regime khomeinista e Stati Uniti. Se confermato, ciò significherebbe che, sul dossier iraniano, il Cremlino e la Casa Bianca stanno giocando sotterraneamente di sponda. Del resto, se Trump ha bisogno di Vladimir Putin per fare pressioni su Teheran, lo zar, dal canto suo, punta a ritagliarsi un ruolo di mediazione con lo scopo di recuperare influenza in Medio Oriente: Mosca si è infatti ritrovata notevolmente indebolita nella regione dopo la caduta di Bashar al Assad, in Siria, alla fine del 2024.
Il punto è che le dichiarazioni di Rezaei chiudono la porta a quanti, nel regime khomeinista, sarebbero disposti a rinunciare alle scorte di uranio pur di raggiungere un’intesa con Washington. Probabilmente non a caso, più o meno nelle stesse ore, alcuni esponenti dell’amministrazione Trump si sono mossi in vista di un irrigidimento dei rapporti con Teheran.
Come la Casa Bianca sta valutando la situazione
«Abbiamo uno Stato-nazione che afferma apertamente: “Stiamo prendendo di mira navi mercantili; stiamo cercando di uccidere marinai che non hanno nulla a che fare con la guerra; stiamo cercando di affondare navi mercantili”», ha dichiarato martedì il segretario di Stato americano, Marco Rubio, per poi aggiungere: «Non si vedeva una cosa del genere dalla Seconda Guerra Mondiale. Stanno usando le tattiche degli U-boat nazisti. Ed è questo che il mondo dovrebbe condannare fermamente». Era invece lunedì, quando il capo del Pentagono, Pete Hegseth, ha incontrato Benjamin Netanyahu in Israele.
Nel frattempo, Donald Trump valuta la situazione. Almeno per ora, il presidente americano non sembra intenzionato a riprendere i bombardamenti prima delle elezioni di metà mandato. Non solo. Stando al Financial Times, l’inquilino della Casa Bianca avrebbe fermato lo stesso Netanyahu, che sarebbe stato pronto a effettuare dei raid contro la Repubblica islamica all’inizio di ottobre. La situazione complessiva, insomma, resta sospesa.