La mia Copenhagen Fashion Week SS27 è cominciata con un iced matcha e un vassoio di velluto rosa.
Ero atterrata da poco, la valigia aveva appena raggiunto l’hotel e la Fashion Week doveva ancora assumere quella sua consueta forma di inviti, indirizzi, automobili che aspettano e abiti cambiati a una velocità poco compatibile con l’esistenza di una cerniera. Nella boutique Pandora, invece, il pomeriggio iniziava con un fitting, scegliendo i gioielli per le sere successive con quella cura minuziosa che rende irresistibili anche le decisioni apparentemente piccole.
Sul velluto rosa arrivavano i gioielli uno alla volta: due bracciali, un paio di orecchini, una collana sulla quale provare tre charm, aggiungendoli e togliendoli finché l’insieme non trovava la proporzione giusta. Avevano qualcosa delle delicatessen, quelle piccole cose perfettamente presentate che si desiderano prima ancora di aver deciso se siano davvero necessarie.
Con Pandora, d’altronde, è difficile parlare di charm come di semplici pendenti. Il brand ne ha fatto negli anni una specie di punteggiatura sentimentale: una lettera, un animale, un simbolo, qualcosa che ricorda una persona o un viaggio. Si compone un bracciale quasi come si costruisce un autoritratto prêt-à-porter, soltanto un po’ più piccolo e non per questo meno rappresentativo.



La collana scelta per la sera ne portava tre. Avrei indossato un abito nero molto semplice e quei charm ci erano sembrati perfetti perché ne incrinavano appena il rigore, quel tanto che bastava a renderlo più personale. I gioielli migliori sanno fare questo: non mettono il punto alla frase, aprono una parentesi, aggiungono un significato che non si offre necessariamente al primo sguardo.
Qualche ora dopo, alla Royal Danish Opera House, il gioco delle miniature continuava in forma commestibile. Davanti al tramonto sul porto, carré di pâtisserie perfettamente allineati, piccoli bignè, dolci lucidissimi e petites douceurs costruite con la precisione di qualcosa che sarebbe quasi un peccato mangiare, se mangiarle non fosse esattamente il loro destino. Dal velluto rosa alla pasticceria correva una parentela inattesa: la piccola scala, la finitura, il piacere di scegliere quale prendere per primo.
Delicatessen preziose, in entrambi i casi.
L’Opera celebrava quella sera i vent’anni della Copenhagen Fashion Week, con Pandora partner dell’Official Opening Gala. Copenaghen sa essere monumentale senza diventare pomposa e l’edificio di Henning Larsen, sospeso sul porto tra vetro, legno e acqua, ne è una dimostrazione piuttosto convincente. Tra gli ospiti c’erano Adwoa Aboah, musa Pandora, Louise Chen, Verona Farrell, Chili Dia, Paola Cossentino e Ryota; ad aprire la serata, la CEO Berta de Pablos-Barbier, riportando la conversazione là dove per Pandora tutto è cominciato: proprio in questa città, nel 1982.




Tornare a casa durante la Fashion Week avrebbe potuto risolversi in una celebrazione dell’archivio. Pandora ha preferito rivolgere parte dell’attenzione a chi un archivio deve ancora costruirselo. Per la terza stagione consecutiva è Headline Partner di CPHFW NEWTALENT, il programma dedicato ai designer emergenti, e durante la SS27 i suoi gioielli sono entrati anche nelle collezioni di Anne Sofie Madsen e TAUS, rispettivamente in sfilata e in presentazione.
Il gioiello diventa molto più interessante quando smette di arrivare per ultimo. Non l’accessorio incaricato di completare ciò che esiste già, ma una parte dello styling capace di spostare una silhouette, suggerire un personaggio, introdurre persino una piccola contraddizione.
Per il primo capitolo di Pandora Wonders, la nuova collezione creativa, Pandora sceglie le perle barocche d’acqua dolce coltivate, che possiedono già ciò che molti oggetti impiegano parecchio tempo a conquistare: una personalità. Nessuna è identica all’altra e la loro bellezza dipende precisamente da ciò che una geometria impeccabile considererebbe un errore.
Pandora non prova a raddrizzarle. Le guarda e si domanda cos’altro potrebbero diventare.
Affidate all’immaginazione di Harry Lambert, stylist britannico noto per il lavoro con Harry Styles, Emma Corrin e Alexander Skarsgård, le perle si trasformano in undici charm in edizione limitata: un calamaro, una rana, un fungo, un pesce palla, un cono gelato, un topolino, una piccola navicella spaziale. Gli artigiani Pandora selezionano e incastonano a mano ogni perla, mentre i dettagli rifiniti in oro seguono le sue irregolarità invece di nasconderle.
Wonders non ringiovanisce la perla, la libera dall’obbligo di comportarsi da perla.
Dopo secoli trascorsi tra fili impeccabili, ritratti ufficiali e décolleté molto ben educate, può finalmente diventare un calamaro. Senza perdere nulla della propria preziosità.
La Wunderkammer evocata dai direttori creativi Francesco Terzo e A. Filippo Ficarelli offre una chiave particolarmente felice. Nelle antiche camere delle meraviglie una conchiglia poteva stare accanto a una gemma, un reperto naturale a un manufatto improbabile, perché lo stupore veniva prima dell’urgenza di mettere ordine. Wonders comprime quella libertà in pochi centimetri: natura e artificio, perla e oro, maestria dell’incastonatura e humour possono convivere nello stesso minuscolo personaggio.


Il giorno seguente Pandora apparecchiava un’altra Copenaghen da Daphne, il nuovo ristorante di Frederik Bille Brahe. Dopo la scala dell’Opera, una cena raccolta con Adwoa Aboah, Pernille Teisbæk, Lara Bußmann, Chili Dia, designer, editor, creator e amici del brand, riuniti per CPHFW NEWTALENT.
Copenaghen accorcia volentieri le distanze tra chi crea la moda, chi la indossa e chi la racconta. A tavola i nuovi talenti non sono un capitolo programmatico da discutere, ma persone sedute accanto a chi potrebbe fotografarli, commissionarli, scriverne o indossarli. Vista da così vicino, la moda torna a essere una faccenda di persone prima che di sistema.
Tra Daphne, l’Opera e quel primo vassoio rosa corre una parentela meno ovvia: il piacere delle cose piccole fatte con un’attenzione quasi sproporzionata alla loro misura. Un bignè lucidissimo che dura due bocconi, una perla scelta per una curva che appartiene soltanto a lei, tre charm infilati su una collana finché l’insieme non raggiunge quel punto esatto in cui smette di sembrare scelto e comincia a sembrare tuo.
Le delicatessen funzionano così. Non devono essere necessarie per diventare irresistibili.
Pandora lo sa bene. Un charm è una piccola autobiografia portatile: lo si sceglie perché ricorda qualcuno, perché fa sorridere, perché assomiglia a qualcosa, perché una certa estate merita di finire su un bracciale. La preziosità non cancella il sentimento; gli dà una forma abbastanza piccola da poter essere portata addosso.
Con Wonders, questa grammatica diventa più colta e più sfacciata. La sicurezza dell’artigianalità sta anche nel potersi permettere di giocare.
Le perle sono state serie abbastanza.
Pandora concede loro un’educazione sentimentale decisamente più divertente, fatta di rane, funghi, calamari e gelati, senza togliere un grammo alla qualità della lavorazione.
E questa è una cherry on top che vale la pena indossare.