Il mistero si infittisce attorno alla morte di una giovane ricercatrice in Siberia e alla possibile presenza di un focolaio di peste polmonare. Le autorità russe hanno escluso finora che vi sia stato un incidente di laboratorio con agenti patogeni pericolosi, ma la vicenda ha alimentato interrogativi anche per la storia dell'istituto coinvolto e per i legami, risalenti all'epoca sovietica, con la ricerca biologica militare.
Secondo quanto ricostruito dal Daily Mail, le autorità sanitarie russe hanno dichiarato che gli investigatori non hanno trovato prove di un incidente che abbia coinvolto agenti patogeni pericolosi. Rospotrebnadzor, l'agenzia russa per la tutela della salute pubblica, ha inoltre riferito che i campioni prelevati dalla ricercatrice, identificata come Shipilova, non hanno evidenziato la presenza di microrganismi collegati al suo lavoro.
Nonostante le rassicurazioni, le autorità siberiane hanno adottato misure precauzionali particolarmente ampie: centinaia di persone entrate in contatto con la donna sono state messe in quarantena e l'accesso ad alcune aree dell'ospedale dove è morta è stato limitato. Anche Mongolia, Kirghizistan e Uzbekistan hanno rafforzato i controlli sanitari alle frontiere.
L'ipotesi della provetta con Yersinia pestis
A rendere la vicenda ancora più inquietante è una versione riportata da alcune fonti secondo cui, cinque giorni prima di ammalarsi, Shipilova avrebbe accidentalmente rotto una provetta contenente Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste, mentre lavorava presso l'istituto.
Una circostanza che, se confermata, cambierebbe radicalmente il quadro. La peste polmonare può infatti trasmettersi attraverso le goccioline respiratorie emesse con la tosse e, in presenza di un caso sospetto, l'isolamento dei contatti stretti rappresenta una misura fondamentale per evitare la diffusione dell'infezione.
Le autorità russe, tuttavia, negano che sia avvenuto un incidente di laboratorio. Anna Popova, responsabile di Rospotrebnadzor, si è recata personalmente nella regione mentre veniva organizzata la risposta di emergenza.
Le due versioni contrastanti hanno così alimentato il mistero.
Il passato dell'istituto e le armi biologiche sovietiche
A sollevare ulteriori interrogativi è stato Ken Alibek, ex dirigente del programma sovietico di armi biologiche, che conosce dall'interno la storia della ricerca biologica militare dell'Urss.
Secondo Alibek, la struttura di Irkutsk si inserirebbe in una più ampia rete di infrastrutture scientifiche sviluppate durante l'epoca sovietica e con collegamenti con la ricerca militare. Negli anni Settanta e Ottanta, ha spiegato, gli scienziati sovietici studiavano ceppi naturali di malattie che avrebbero potuto avere applicazioni militari.
Gli agenti patogeni considerati particolarmente letali o difficili da trattare, secondo la sua ricostruzione, venivano successivamente affidati a Biopreparat, l'organizzazione segreta sovietica incaricata dello sviluppo di armi biologiche.
Tra i patogeni considerati strategicamente importanti c'era anche la peste.
Lo stesso Alibek aveva raccontato in passato gli sforzi dell'Unione Sovietica per sviluppare versioni di Yersinia pestis resistenti agli antibiotici, trasformandole potenzialmente in armi biologiche.
«Se tra le persone in quarantena si registra un aumento dei decessi, potrebbe trattarsi di un virus resistente agli antibiotici», ha dichiarato Alibek al Daily Mail, sottolineando però di non aver mai lavorato direttamente con il laboratorio di Shelekhov.
L'ex dirigente sovietico sostiene inoltre che la struttura avrebbe avuto collegamenti con il programma di armi biologiche dell'Urss e che gli scienziati avrebbero potuto lavorare sulla modifica di agenti patogeni.
I nuovi laboratori e i timori degli Stati Uniti
Il caso di Irkutsk si inserisce in un quadro più ampio che da tempo preoccupa Washington. Il governo statunitense ha sostenuto che la Russia abbia ereditato il programma sovietico di armi biologiche offensive e non abbia fornito prove sufficienti del suo completo smantellamento. Gli Stati Uniti hanno inoltre accusato Mosca di aver modernizzato alcune strutture risalenti all'epoca sovietica, potenzialmente utilizzabili per attività biologiche offensive.
Tra i siti indicati dagli americani c'è Sergiev Posad-6, un complesso segreto situato a nord-est di Mosca e storicamente legato alla ricerca sulle armi biologiche.
Immagini satellitari analizzate dal Washington Post avrebbero mostrato la costruzione, a partire dal 2022, di dieci nuovi edifici nell'area, per una superficie complessiva superiore a 250.000 piedi quadrati. Diverse strutture presenterebbero caratteristiche compatibili con laboratori biologici dotati di elevati livelli di biosicurezza.
Per Alibek, si tratterebbe di una «significativa espansione» delle capacità biologiche russe, potenzialmente più ampia di quanto gli osservatori internazionali abbiano finora ipotizzato.
Washington monitora la situazione
La vicenda ha attirato l'attenzione anche negli Stati Uniti. I funzionari americani hanno sottolineato che molti elementi devono ancora essere verificati, invitando Mosca a fornire informazioni rapide e trasparenti.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato lunedì che gli Stati Uniti stanno «osservando e monitorando attentamente» la situazione. Il presidente Donald Trump, invece, si è spinto oltre, affermando che Washington sarebbe pronta ad aiutare la Russia qualora fosse necessario.
Anche i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno comunicato di seguire attentamente gli sviluppi, assicurando che la sicurezza dei cittadini americani resta una priorità.
La situazione arriva però in un momento delicato per l'agenzia sanitaria statunitense, alle prese con profondi tagli e una riorganizzazione interna sotto l'amministrazione Trump. Secondo le cifre riportate dal Daily Mail, l'organico del CDC sarebbe stato ridotto di circa il 30%, passando da circa 12.700 dipendenti a meno di 9.000.
Uno studio della Michigan State University, pubblicato a maggio, avrebbe inoltre evidenziato una diffusa preoccupazione tra i dipendenti del CDC: secondo la ricerca, tagli e dimissioni avrebbero indebolito la capacità dell'agenzia di svolgere la propria missione di tutela della salute pubblica.
Per ora, tuttavia, non esiste una conferma che la morte della ricercatrice sia stata provocata da un incidente di laboratorio né che sia in corso un focolaio di peste polmonare. Le autorità russe continuano a indagare, mentre le misure di quarantena e i controlli sanitari restano in vigore.
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