Bologna, 9 ottobre 2026 – Vista da laggiù, la classifica oggi ha l’aspetto di un muro. Una salita durissima, di quelle da fare in piedi sui pedali. Roba da scalatori, per capirci. Roberto Piccoli la bicicletta ce l’ha nel sangue (“è sempre stato uno sport di famiglia”) e la prossima tappa del Bologna la conosce come le sue tasche. “A Lecce troveremo un ambiente ostile, il pubblico è tosto, io l’ho avuto dalla mia parte e so che è capace di trascinare a rimonte clamorose. Poi attenzione al meteo: quando tira il vento freddo, al Via del Mare sembra di stare a dicembre”. Una sola stagione in Salento, nel ‘23-’24, e 5 gol: pochi, ma pesanti per la salvezza finale. Domenica il centravanti bergamasco cerca un gol per portare via i rossoblù dalle fiamme della zona retrocessione.
Piccoli, un anno fa lei visse una situazione simile a Firenze. Il terrore dei tifosi del Bologna è di rivivere quell’incubo.
“Non c’è nessuna analogia tra questa stagione e quella della Fiorentina: nes-su-na. Siamo solo alla quinta giornata. Io ho visto Gasperini il primo anno a Bergamo partire con quattro sconfitte nelle prime cinque e poi finire con l’Atalanta quarta e in Europa League”.
Cos’è che la rassicura?
“Qui c’è un gruppo fantastico, sano. Poi bisogna sempre guardare come le perdi le partite: con la Lazio da una rimessa laterale, con l’Atalanta con un tiro al 96’. L’unica gara che abbiamo meritato di perdere è stata quella di Napoli. Per il resto, ci è girato tutto male. Ma se sistemiamo alcune cose, dopo sono cavoli amari per tutti: perché in questo Bologna fisicamente ci sono dei corridori, degli animali e tecnicamente ci sono tanti giocatori forti, di qualità”.

Roberto Piccoli durante Bologna-Sassuolo
Con Tedesco non era proprio scattata la scintilla?
“Nel calcio purtroppo contano i risultati e, se non arrivano, paga sempre l’allenatore per primo. Ma non ci sono mai stati problemi tra noi e il mister: questo assolutamente no. Nulla da dire sulla persona”.
Cos’ha portato Palladino?
“Grande entusiasmo. E’ arrivato e ci ha detto: ‘Siamo una squadra forte, ci sono i mezzi per fare ancora una grande stagione’. Con lui stiamo lavorando veramente tantissimo, stiamo andando un po’ oltre i nostri limiti. Parola d’ordine: spingere. Vuole fare un calcio molto propositivo e offensivo, e abbiamo i giocatori adatti per farlo. Ma per riuscirci dobbiamo essere preparati fisicamente al cento per cento. In questa pausa abbiamo lavorato veramente bene: siamo carichi”.
Anche il Lecce lo sarà.
“Dovremo essere bravi a non farli accendere: perché poi lì c’è una tifoseria che sa spingere la squadra. Ecco, devo dire che al Dall’Ara ho provato le stesse sensazioni quando ho fatto l’uno a uno col Sassuolo: ho sentito il pubblico trascinarci, letteralmente”.
Perché ha scelto Bologna?
“Perché è un club forte, che viene da bellissime annate. Già l’estate scorsa, prima di andare a Firenze, c’era stato qualcosa con i rossoblù: poi non se ne fece nulla. Ma Bologna era una piazza che mi intrigava: lo stadio, il pubblico, la vita fuori. Quindi ho detto subito sì, mai avuto un dubbio”.

Roberto Piccoli durante l'intervista in esclusiva al Carlino (Foto Schicchi)
A Casteldebole poi ha ritrovato pure Zortea e Cambiaghi, suoi compagni all’Atalanta.
“Zorto lo sentivo sempre anche prima, Nico è un amico. Appena è uscita la voce dell’interesse del Bologna, mi hanno scritto, dicendomi di raggiungerli subito. Ovviamente hanno avuto un ruolo nella mia scelta. Ora, però, questa cosa che ci conosciamo così bene, dobbiamo sfruttarla anche in campo”.
Sono tutti cross per lei…
“Eh sì, però poi devo buttarla dentro (ride, ndr)”.
A proposito, lei è l’uomo dei gol nei minuti finali: con la maglia del Lecce ne segnò uno al Bologna al minuto 100. E’ un caso o un’arte?
“E’ soprattutto una questione atletica. I difensori spendono molto e nel finale di gara spesso calano. Mentre io, quando sto bene, posso fare 95 minuti al massimo”.
E ora come sta?
“All’ottanta percento. Sto molto bene, mi sono ambientato subito: già dal primo giorno mi sono sentito come a casa. Merito del gruppo: ci sono Lollo, Orso, Berna, tutti ragazzi d’oro. Quando c’è un clima così, i problemi si superano”.
Quindi c’è ancora spazio per sognare?
“Certo! Non bisogna avere pensieri negativi, mai. Mancano ancora trentatrè partite, sono novantanove punti: se le vinciamo tutte, vinciamo il campionato. Esagero, sì, ma per dire che è tutta una prospettiva di come si guardano le cose”.
La Nazionale è appena passata da Bologna: all’azzurro come guarda?
“Il pensiero c’è sempre, l’Italia è l’Italia. L’anno scorso ho fatto l’esordio con Nico (Cambiaghi, ndr). Ma io devo pensare a fare bene con il club, a fare il mio: a quel punto decide il ct”.
Per voi attaccanti com’è cambiata la vita con Palladino?
“Il suo gioco è molto simile a quello di Gasperini, che io ho già avuto: un calcio dove gli attaccanti sono molto centrali nel sistema, sia nel rifinire che nel finalizzare”.
In viola aveva Kean, qui c’è Dovbyk: qual è il suo rapporto con la concorrenza?
“La pressione fa parte del gioco: o ci sai convivere o è un casino. Con Moise siamo grandi amici, abbiamo un bellissimo rapporto, ci scriviamo, ci sentiamo. La competizione dev’essere sana: io poi vado d’accordo con tutti, per carattere”.
Dovbyk però è uno che parla poco. E pure un’altra lingua.
“In campo c’è una sola lingua: ci si capisce subito. Se io gioco con Artem e posso farlo segnare, devo farlo. Sarebbe sbagliato il contrario”.
Oltre il calcio, il basket è una delle sue passioni: ha già scelto tra Virtus e Fortitudo?
“No, voglio andare a vederle entrambe. Poi magari deciderò da che parte stare (ride, ndr)”.
La passione per il ciclismo invece dove nasce?
“E’ sempre stato uno sport di famiglia: piaceva a mio nonno, mio papà era direttore di una squadra. D’estate, a volte, ancora andiamo fuori insieme. Mi piace vedere le gare in tv: anche con Nadir (Zortea, ndr) quando siamo in trasferta le guardiamo”.
Velocista o scalatore?
“Amo i velocisti, perché sono un po’ pazzi. Sagan è il mio idolo. E io sono un po’ come lui: sono uno che rispetta le regole, molto professionale, ma anche molto caldo. Quando entro in campo, mi si tappa la vena. Devo avere il fuoco, mi servono stimoli”.
Si dà anche traguardi in termini di gol?
“Sì, ma me li tengo per me: non pensiate che ve li dica...”.
Non insistiamo allora. Ma magari può fare un voto: qui c’è la salita di San Luca…
“L’ho vista, ci sono stato in auto: è una salita micidiale. Mettiamola così: se c’è da fare una grande stagione, mia e delle squadra, allora faccio il voto”.
Lo dica.
“Ok... se io e il Bologna faremo bene, andrò su a San Luca in bici. Me la faccio anche andata e ritorno. Vado su di sicuro: ci vado con la sigaretta in bocca”.