TRENTO. C'è un filo invisibile che lega il violino di Ilya Gringolts alle montagne del Trentino. Non solo quello della musica che il virtuoso di San Pietroburgo porterà ai Suoni delle Dolomiti, ma anche quello del legno: il Guarneri del Gesù del 1743 che accompagna il violinista russo è stato infatti costruito con legno trentino.
“È come portarlo a casa sua”, svela a il Dolomiti il violinista che il 28 agosto (ore 12, qui info) sarà protagonista di un concerto al rifugio Tommaso Tosa Pedrotti sulle Dolomiti di Brenta. Insomma, un ritorno reale e anche simbolico per uno dei musicisti più amati ed apprezzati nel panorama internazionale, capace di spaziare dal repertorio barocco a quello classico, fino al contemporaneo.
Oltre al rapporto con il suo strumento, costruito nel 1743, Gringolts racconta le sensazioni di portarlo in quota sulle Dolomiti (dove spazierà tra componimenti di Tartini e Bach), l'evoluzione del suo percorso dal 1998 quando fu il più giovane vincitore del Premio Paganini all'oggi e quella convinzione che da sempre lo anima: che quando sale sul palcoscenico prima ancora della tecnica è l'anima a suonare.
Ilya Gringolts, partiamo dal festival: cosa cambia, per un violinista, quando la musica nasce in un luogo così invece che in una sala da concerto?
Beh sicuramente parliamo di un'esperienza differente rispetto alla normalità e ricordo le scorse volte, quando ho partecipato festival: devo dire che è stato sempre un momento speciale anche per un altro motivo, legato allo strumento che suono. Questo perché è molto interessante il fatto di portare il mio Guarneri “a casa”, dal momento che il legno con cui è stato costruito arriva proprio dalle Dolomiti.
Raccogliamo subito l'assist, ci parla di questo strumento antico e dell'effetto che le fa portarlo in un paesaggio che, a sua volta, racconta una storia antichissima?
Si tratta di un Guarneri del Gesù del 1743, uno strumento molto antico e che a sua volta e in qualche modo ricorda il paesaggio e la montagna di una volta. Se c'è una cosa che mi colpisce sempre è il fatto che il legno con cui è costruito “respira” letteralmente, e anche la capacità che ha di creare sfumature finissime anche dopo tutti questo tempo.
Parliamo del programma che porterà sulle Dolomiti, è stato pensato anche in relazione al luogo e all'atmosfera del festival, oppure sarà il contesto a trasformare il modo in cui un brano viene interpretato?
Il pubblico potrà ascoltare musica nata abbastanza “vicino” come componimenti di Giuseppe Tartini, ma anche di musica che potremmo definire universale come quella di Bach che non ha una connessione diretta con le Dolomiti. Quello che posso dire è però che si trasformerà proprio mettendosi in relazione con il contesto montano. Voglio però sottolineare una cosa: sono brani che comunque vengono interpretati e personalmente mi importa soprattutto il “mondo” interno al brano.
Nel suo percorso convivono il repertorio barocco, la musica classica, le opere contemporanee e perfino la prassi esecutiva storicamente informata. Da dove nasce questa esigenza di attraversare epoche e linguaggi così diversi invece di specializzarsi in una sola direzione?
Credo che tutto parta da una nevrosi, probabilmente (sorride, ndr). Questo perché la ripetizione in generale mi ha sempre infastidito e di conseguenza preferisco esplorare il repertorio immenso che il mio strumento mi permette di affrontare, che per fortuna esiste, nel tempo che avrò a disposizione per farlo.
Molti compositori contemporanei hanno scritto opere appositamente per lei. Quando interpreta una pagina composta trecento anni fa e una scritta pochi mesi prima, qual è la differenza più profonda nel rapporto che si crea tra interprete e musica?
Sinceramente l'approccio è più o meno lo stesso: questo perché cerco di capire il contesto in cui è nato e vibra il brano e anche il suo lato storico, cosa naturalmente più semplice quando affronto la musica contemporanea. Alla fine quello che conta è che si deve sempre trovare un proprio percorso personale con cui approcciarsi ad ogni componimento.
A sedici anni è diventato il più giovane vincitore nella storia del Premio Paganini. Guardando oggi quel ragazzo, cosa pensa sia rimasto identico nel suo modo di vivere la musica e cosa, invece, è cambiato completamente?
Personalmente non credo che quel ragazzo sia cambiato più di tanto perché alla fine penso che si rimanga sempre sé stessi. Certo con l'esperienza si imparano molte cose e io personalmente credo di averne imparato una in particolare, ma molto importante: quando si sale sul palcoscenico non è la nostra testa che suona, ma la nostra anima. Ed è quella che negli anni rimane sempre identica.
Un'ultima battuta. Immagini che, terminato il concerto, un giovane che ha raggiunto il rifugio a piedi le dica: "È la prima volta che ascolto un violino dal vivo”. Se potesse lasciargli un solo pensiero da portare con sé durante il ritorno a valle, quale vorrebbe che fosse?
Penso solo una cosa e cioè che spero che sarà il suono a del mio violino a rimanere sempre con lui, perché la musica è l'elemento fondamentale mentre in quei momenti le parole passano sempre e inevitabilmente in secondo piano.