Sulla carta una comune diatriba condominiale. Eppure quel foglio affisso all'ingresso in poche ore era rimbalzato dai social alle principali testate nazionali. «Chiusi per puzza di pizza». Una provocazione, certo, ma soprattutto il grido di dolore, disperato e pubblico, lanciato da Grazia Ardito e dal marito Mario Danese, stritolati in un vortice di pressioni, dispetti e carte bollate che minacciava di far affondare la loro pizzeria da asporto. Sullo sfondo, un palazzo di via Libertà, a Portici, e un condominio intero che diventa teatro di una battaglia legale con un solo obiettivo: spingere i gestori alla resa e chiudere l’attività “della discordia”. Un clima di tensione perenne, andato avanti per anni tra minacce e i veleni. A quella campagna d’odio scandita da denunce, segnalazioni all’Asl, blitz del Nas e controlli della municipale, non ha però mai preso parte l'indiziato numero uno: un carabiniere accusato dalla coppia di essere una sorta di aguzzino. Il giudice chiamato a pronunciarsi sull’accusa di tentata violenza privata l’ha prosciolto con formula piena.
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La bufera
Una vicenda labirintica e grottesca, finita perfino al centro del dibattito politico locale e regionale. Ci fu l’intervento dell’allora sindaco Vincenzo Cuomo a sostegno della riapertura, una mossa che innescò un infuocato botta e risposta a distanza con Carmela Rescigno, all’epoca presidente della commissione regionale Anticamorra, la quale stigmatizzò senza mezzi termini l’interessamento del primo cittadino alla querelle. Poi, a maggio scorso, la svolta che sembrava aver impresso la definitiva accelerazione alla vicenda. La Procura di Napoli, dopo la denuncia di Ardito, aveva infatti chiesto il rinvio a giudizio per un carabiniere residente nello stesso stabile, accusandolo di aver ricorso a frasi pesanti, espressioni intimidatorie e toni sopra le righe. Una ricostruzione in apparenza solida, ma sgretolasi ancora prima di approdare al processo. Il castello di accuse è franato pochi giorni fa. Una sentenza netta: non doversi procedere nei confronti del pubblico ufficiale «perché il fatto non sussiste». Un flop giudiziario che cancella, già in sede di udienza predibattimentale, il quadro indiziario con cui il pm paventava il reato di tentata violenza privata continuata.
Le accuse
La donna aveva ricostruito una catena di episodi protrattisi per oltre due anni. Come quando il militare le avrebbe ricordato con fermezza «di essere un carabiniere» e che quella «canna fumaria doveva essere eliminata». E poi le telefonate: «È la terza volta che vi chiamo, sento rumori, gente che canta, tavoli che spostate. Finitela o chiamo un collega e ve lo mando in pizzeria». La stoccata il 13 settembre 2025: «Non ho partecipato fino ad ora ai giochetti dei miei vicini, la mia guerra con voi la devo ancora iniziare, quindi regolatevi di conseguenza». Di ben altro avviso, come emerge dalle motivazioni firmate dal giudice della nona sezione penale, Isabella Iaselli, è stato il magistrato giudicante. L’ufficiale, difeso dall’avvocato Gabriele Esposito, «pur presentandosi come carabiniere non ha paventato la chiusura del locale, ma si è limitato a lamentare una cattiva insonorizzazione e la presenza della canna fumaria». E ancora: «La guerra è da intendersi in tal senso e non c’è stata alcuna minaccia». Lapidario, a caldo, il commento del penalista Esposito: «Una controversia condominiale, anche quando aspra e animata, non può essere automaticamente trasformata in una vicenda penale».