"Con questo film volevo esplorare cosa succede quando si trasforma un argomento molto intenso in un prodotto commerciale", spiega il giovane regista nella nostra intervista.
Lance Oppenheim potrebbe essere il regista ad aver salvato A24 da una crisi artistica non indifferente. Classe 1996, Oppenheim prima di girare il superlativo Primetime ha firmato vari corti e documentari di ottima fattura, anche grazie a uno stile narrativo capace di esaltare l'esperienza soggettiva per trasformare le vite reali in affreschi cinematografici.
Ora, Primetime, che si ispira alla storia del giornalista Chris Hansen e al fenomeno mediatico del suo format To Catch a Predator, si sofferma sul confine tra giornalismo e intrattenimento, raccontando l'ossessione di un uomo rimasto intrappolato nella propria caricatura iper-performativa all'interno di una società in cerca di giustizia spettacolarizzata.
Primetime raccontato dal regista Lance Oppenheim
Per Oppenheim, che abbiamo incontrato durante la Mostra del Cinema di Venezia, dove il film è passato in concorso, la genesi del film parte da una certa memoria. "Ricordo che da bambino, la prima volta che ho scoperto To Catch a Predator non è stato guardando il programma originale", racconta il regista. "L'ho scoperto attraverso le parodie del programma, grazie a South Park, a eBaum's World o agli sketch di Human Giant. Nel 2006 tutti questi ragazzi parlavano di Chris Hansen. Non sapevo chi fosse, così l'ho cercato su YouTube".
Ciò che colpì il giovane filmmaker non fu soltanto l'impatto temi trattati, ma l'esagerazione scenica dell'operazione. "Ho visto quel tizio, ho visto il programma e sono rimasto sbalordito da quanto fosse leggendario. Aveva tormentoni e battute che per me erano iconici quanto Tony Montana in Scarface. C'era una teatralità incredibile: vedevi un uomo entrare in una casa di periferia e poi, in secondo piano, un attore adulto di bassa statura che fingeva di essere un bambino. Mi sono chiesto: "Ma che cos'è questa roba? È una notizia? È intrattenimento?".
Chi è davvero Chris Hansen?
Quell'interrogativo sul ruolo di Hansen - capobanda di un circo mediatico o giornalista d'inchiesta sulle orme di Mike Wallace? - è rimasto latente nella mente di Oppenheim fino allo sviluppo del film. "Mia moglie mi ha regalato un video su Cameo di Chris Hansen. In quel messaggio si congratulava con me per l'uscita del mio film Sperm World, ma subito dopo ha continuato a parlarmi delle sue nuove indagini e del fatto che stesse ancora facendo la stessa cosa. In quel momento ho pensato che l'idea del personaggio si stesse concretizzando: "Questo è il ragazzo con cui sono cresciuto. È il giornalista impegnato, ma è anche un intrattenitore consapevole di questa più ampia mitologia culturale di cui fa parte". E ogni volta che avevo dei dubbi sulla nostra rappresentazione nel film, tornavo a guardare tutti i suoi video su Cameo chiedendomi sempre: cosa gli passa per la testa? È complicato destreggiarsi tra questi due mondi? Volevo realizzare un film che nascesse proprio da quella tensione".
Nel riflettere sulle dinamiche dello show, il regista sottolinea come Primetime rilegga gli impulsi arcaici della natura umana. "L'idea di giustizia performativa o lo spettacolo della punizione sono concetti transculturali che esistono da centinaia, forse migliaia di anni: la gogna, il palo della fustigazione nella piazza principale. Quello che fa Chris Hansen non è diverso, ma il formato è cambiato. È stato il pioniere di una versione spettacolare, mescolando realtà e finzione e inserendo un'estetica dai colori saturi e vivaci. In Primetime oggetti del tutto banali - i biscotti, le pizze al salame piccante, il tè zuccherato - venivano elevati a uno status mitico".
Il lavoro con Robert Pattinson
Al centro dell'opera c'è l'intesa creativa con Robert Pattinson, coinvolto nel progetto non solo come attore protagonista ma anche in veste di produttore. La collaborazione si è sviluppata a partire da una prima bozza della sceneggiatura firmata da A.J. Jones Singh. "Ci siamo buttati a capofitto nel progetto. Ho trascorso il giorno di Natale con lui e la sceneggiatrice, lontani dalle nostre famiglie, lavorando senza sosta. Abbiamo passato moltissimo tempo a guardare ogni singolo video di Chris Hansen esistente, dalle vecchie indagini alle sue apparizioni nei late-show, per creare una sorta di collage mediatico su come una persona diventi un personaggio pubblico".
Nonostante la presenza di una troupe imponente e le dinamiche tipiche di una grande produzione, l'approccio sul set è rimasto intimamente legato al background documentaristico di Oppenheim, come spiega. "Ero abituato a ritrarre persone eccentriche lasciando che la loro imprevedibilità guidasse il tono del montaggio. Con Rob mi sono ritrovato a lavorare in un modo del tutto simile a come lavorerei con il soggetto di un documentario: faceva cose così fuori dagli schemi che volevo semplicemente osservarlo. Ogni volta che lo guardavo davanti alla telecamera non vedevo più Robert Pattinson, vedevo Chris Hansen. Ha visto probabilmente circa 200 versioni del montaggio; non era solo il mio protagonista, era un collaboratore fidato".
La verità, oggi
Alla fine dell'incontro, Lance Oppenheim si sofferma sull'importanza sul concetto di verità, che passa attraverso un buon racconto della realtà. "Credo fermamente nel giornalismo. Ho realizzato cortometraggi per la sezione Op-Docs del New York Times e ho sempre amato l'idea che un documentario potesse essere l'espressione creativa della realtà", prosegue. "Con questo film volevo esplorare cosa succede quando si trasforma un argomento molto intenso in un prodotto commerciale. Passi più tempo con individui disturbati che con la tua famiglia: che effetto ti fa dal punto di vista psicologico e spirituale? L'obiettivo era rappresentare tutto questo come un sogno febbrile, invece che come un biopic convenzionale".