Ventinove condanne, quattro secoli di carcere e una sentenza che traccia un primo profondissimo solco giudiziario: il clan Moccia, a dispetto delle dissociazioni eccellenti, esiste ancora ed è nel pieno della sua operatività. Non solo, il verdetto certifica il salto di qualità della dinasty afragolese, capace di dismettere i panni di cosca votata alle faide e trasformarsi in un impero finanziario radicatosi fino a Roma e infiltratosi in appalti a sei e sette zeri, su tutti quelli collegati alla realizzazione delle infrastrutture dell’Alta velocità. Pene severe, dunque, per il triumvirato composto dai fratelli Angelo, Antonio e Luigi Moccia, usciti dal dibattimento incassando, rispettivamente, 24, 30 e 21 anni di carcere. Pugno duro della settima sezione penale anche nei confronti del “rampollo” Gennaro, figlio di Angelo Moccia, che di anni di reclusione ne ha incassati sedici. Con sole undici assoluzioni cala dunque il sipario su un processo labirintico, iniziato nel 2022 e travolto nel luglio 2025 da uno tsunami procedurale con pochi precedenti: quindici imputati, compresi i presunti boss, liberi di colpo per decorrenza dei termini di custodia cautelare. E proprio i fratelli Moccia, a eccezione di Angelo, rimasto detenuto per un’altra vicenda giudiziaria, ieri pomeriggio hanno assistito, in un’aula 114 blindata dalla presenza delle forze di polizia, alla lettura del dispositivo: «Rispettiamo questa decisione, ma dimostreremo la nostra innocenza in appello», l’amaro commento a caldo.
Progettavano atti violenti a Napoli, perquisizioni della Digos: sette indagati, pianificavano saccheggi
La decisione
A spingere in alto il conteggio complessivo non sono solo le condanne inflitte al ponte di comando. Al termine di una camera di consiglio durata cinque giorni, la settima sezione del tribunale di Napoli - presidente Raffaele Donnarumma, giudici a latere Michele Ciambellini e Angelo Ambrosio - convergendo in pieno sull’impianto dei pubblici ministeri Ivana Fulco e Ida Teresi, ha firmato pene di spessore anche per i presunti “colonnelli” della cosca: Francesco Di Sarno, 20 anni, Filippo Iazzetta, 21 anni, Giovanni Esposito, 18 anni e mezzo, e Francesco Favella, 17 anni. La sentenza morde poi le tasche e gli asset economici e finanziari della holding. Il collegio ha infatti disposto la confisca dei compendi aziendali e del capitale sociale di società chiave come la Lisar Immobiliare e la Smeraldo Immobiliare, oltre a sanzioni e provvisionali milionarie a favore delle parti lese, tra cui Rete Ferroviaria Italiana, assistita dall’avvocato Luca Manzi in sostituzione della professoressa Paola Severino, e il Comune di Casarano. Undici, invece, in totale i provvedimenti assolutori. Accuse in frantumi, dunque, per Claudio Abbondandolo, Raffaele Carlino, Gabriele Coppeta, Giuseppe De Luca (difeso dagli avvocati Gerardo Auletta e Leopoldo Perone), Ciro Ferone (assistito dall’avvocato Lucio Cricrì e dal professore Vincenzo Maiello), Eleonora Mangia, il manager della Fadep Spa Francesco Pirozzi (difeso dal penalista Fabio Fulgeri), Vincenzo Tucci (difeso dagli avvocati Giulia Buongiorno e Massimo D’Errico), Antonio Vitale (deceduto nel corso del processo), Ferdinando Vitale e Benito Zanfardino. Le reazioni a caldo non si sono fatte attendere: «L’assoluzione dell’imprenditore Ferone dalla gravissima accusa di riciclaggio per finalità mafiose fa giustizia di un’imputazione apparsa da subito inverosimile e infondata», affermano il professore Maiello e l’avvocato Cricrì. Sulla stessa lunghezza d’onda gli avvocati Perone e Auletta che difiniscono l’assoluzione dell’imprenditore De Luca, cognato di Angelo Moccia, «la fine di un incubo», rimarcando il rinvio a giudizio «solo per turbativa d’asta aggravata dal metodo mafioso, a fronte dell’iniziale contestazione di associazione camorristica».
Il processo
Il verdetto chiude un dibattimento fiume edificato su un dossier colossale. L’inchiesta madre condotta dai carabinieri del Ros, all’epoca guidato dal capocentro Andrea Manti, e dal Gico della guardia di finanza, ha riversato nel fascicolo ben 60mila pagine di intercettazioni e oltre 15mila di verbali dei collaboratori di giustizia. Proprio per arginare il rischio di una paralisi, il processo, durato quasi cento udienze e segnato in avvio da un rimpallo di competenze territoriali, ha registrato il senso di responsabilità del pool difensivo, che ha consentito di accelerare i tempi acquisendo i verbali dei pentiti senza passare per l’esame in aula. Uno sprint che non ha però evitato il clamoroso cortocircuito di luglio 2025, quando la scarcerazione per decorrenza dei termini di quindici imputati, tra cui i vertici del clan, fece deflagrare lo scandalo, spingendo il procuratore Nicola Gratteri a rimettersi la toga e a presentarsi in aula per strigliare i ritmi del dibattimento. Con il verdetto di primo grado crollano i proclami di chi, come Angelo Moccia, nei primi anni Novanta aveva tentato la via della dissociazione, ricostruita nel libro inchiesta “Una mala vita”. Il cerchio è quasi chiuso. Resta l’attesa per le motivazioni che tra novanta giorni sveleranno le basi su cui è stata scritta una delle pagine più complesse della giustizia napoletana.