di Roberto Pezzali -
11/10/2026 13:56 0
Tra il 30 settembre e il 7 ottobre 2026 un piccolo team ha pubblicato sette alternative open source alla suite di Adobe. A scriverle, quasi per intero, è stata un'intelligenza artificiale. Partendo dal codice open source pubblico abbiamo cercato di ricostruire la storia.
Alle 5:02 del mattino del 30 settembre, su un repository GitHub aperto da appena tre ore compare un commit intitolato con una sola parola: "one-shot". Dentro ci sono 241 file e circa 42.000 righe di codice scritto in Rust.
È il primo pezzo di PhotoCraft, un editor di immagini che vuole fare tutto quello che fa oggi Photoshop: stesse funzioni, stessi menu e stesse scorciatoie da tastiera.

Una settimana dopo PhotoCraft non è più il solo software in quel repository: accanto a lui ci sono anche VectorCraft, FilmCraft, LightCraft, PrintCraft, EffectCraft e DesignCraft, e si può immaginare, leggendo il nome, di cosa stiamo parlando.
Sono le controparti di Illustrator, Premiere, Lightroom, Acrobat, After Effects e InDesign, condensate in un milione e mezzo di righe di codice e più di 3.500 commit. Sette commit su dieci portano la firma dello stesso sviluppatore: Claudio di nome e Opus di cognome.

Da più di una settimana sui social si parla di "app Adobe decompilate" e clonate ma la realtà è ben diversa, perché per quanto oggi sia possibile decompilare piccole app non è facile farlo con una suite da milioni di righe di codice.
Anzi, se fossero state decompilate e copiate si sarebbe trattato di puro furto di proprietà intellettuale, e la storia sarebbe stata molto meno interessante, sarebbe stata solo il racconto di qualcosa di illecito.
No, quello che è stato fatto è semplice: provare a rifare Photoshop prima, e le altre app poi, usando ovviamente l'IA, ma con un metodo che va oltre quello che può essere un semplice vibe coding. E che ci dice molto sul futuro del software.
Il sogno impossibile di rifare Photoshop
Da anni Adobe detiene il monopolio delle app di fotoritocco e, ogni volta che aumenta il prezzo, e lo ha fatto più volte, soprattutto di recente, c'è chi prova a sganciarsi, ma poi torna sempre all'app Adobe, perché Photoshop è Photoshop. È unico.
L'idea di ricreare Photoshop è uno dei progetti più vecchi, e anche più frustranti, del software libero: per un piccolo team di sviluppatori è impossibile, questo ovviamente prima dell'avvento dell'IA, reggere il passo di un team di sviluppo di centinaia di persone che lavorano a un software che si evolve e aggiunge nuove funzioni ogni mese.
Ci hanno provato in tanti, ma solo Ivan Kutskir, sviluppatore nato in Ucraina e trasferito a Praga con il suo Photopea si è avvicinato davvero, in questi anni, all'idea alla base di Photoshop, con un decimo però delle funzioni.

Arrivare a questo risultato ha richiesto oltre dieci anni di lavoro e, in ogni caso, se prendiamo mille persone che usano Photoshop, il software di Kutskir lo hanno provato in pochi.
C'è poi un secondo problema, quello della compatibilità: Adobe pubblica una specifica del formato PSD pensata per chi vuole leggerlo e scriverlo, ma è furba nel farlo, e nei documenti ci sono alcune lacune che chi prova a ricreare un'app di fotoritocco compatibile con i PSD denuncia da anni, mancanze che sembrano fatte proprio per creare attrito e spingere lo sviluppatore a lasciar perdere.

Il comportamento reale dei file va infatti scoperto per tentativi, e questo vuol dire che chi fino ad oggi si metteva in testa di provare a creare una replica credibile di un'app Adobe doveva mettere in preventivo anni di lavoro.
Il solo fatto che questi anni siano diventati "una settimana" dovrebbe far capire l'impatto che l'IA può avere sul mondo del software.
Un regista e un esercito di agenti che scrivono codice a un ritmo impressionante
Dietro le Crafting Apps, questo il nome della suite, c'è ArtCraft, applicativo open source per creare immagini e video con l'AI. Il suo fondatore, Brandon Thomas, lo ha presentato come una sorta di "Cursor per il cinema": invece di affidarsi alla fortuna di un prompt, come succede con Gemini Nano o Veo, ArtCraft permette di controllare in modo preciso il risultato del lavoro creativo, indirizzandolo verso la volontà dell'artista.
È lo stesso Thomas a piantare il primo seme: se guardiamo la cronologia di PhotoCraft, il suo nome è l'unico che compare come sviluppatore nei primi giorni, quando sui vari repository di GitHub vengono caricati i primi file dei progetti, decine di migliaia di righe di codice ogni giorno.
A quel punto i progetti prendono vita e, al posto di Thomas, arriva l'amico Claudio (Claude Opus 5.5): EffectCraft e FilmCraft arrivano a 290.000 righe di codice Rust, VectorCraft e PhotoCraft a 250.000. Il più piccolo, DesignCraft, ne conta comunque più di 90.000. Su 3.577 commit totali, almeno 2.493 dichiarano Claude come coautore, e dal 1° ottobre ci sono 400 commit al giorno.

Quello creato da Brandon Thomas è un cantiere di sviluppo che non si è mai fermato: dopo il primo giorno i sette progetti in parallelo hanno prodotto stabilmente centinaia di commit al giorno, un ritmo che nessuna squadra umana potrebbe sostenere.
Le sette app non condividono una riga di codice, sono scritte interamente in Rust e girano come vere app native su Mac, Windows e Linux, senza Electron né pagine web travestite da programmi. Lo stesso codice si compila anche per il browser.
Ne abbiamo preso uno come esempio, il più complesso, per vedere come funziona.
Dentro FilmCraft, ovvero Premiere ripensato da Claude
Delle sette applicazioni che compongono le Crafting Apps, FilmCraft è senza alcun dubbio la più ambiziosa e anche la più "folle", perché ricostruire Premiere non vuol dire solo disegnare una timeline, ma significa ricostruire anche tutto ciò che Premiere usa, a partire dai codec necessari per comprimere i video o per leggerli.

La parte più assurda, perché a rifletterci lo è davvero, è che una persona avrebbe scelto di usare quello che già c'è, senza reinventare la ruota.
Oggi quasi tutti i programmi video del mondo si appoggiano a FFmpeg, che è la soluzione open source più nota.
FilmCraft no: H.264, HEVC, AV1, VP9, ProRes, l'audio AAC e Opus, i contenitori MP4, MOV e Matroska sono stati interamente riscritti da zero in Rust a partire dalle specifiche pubbliche.
Il risultato è poi stato controllato fotogramma per fotogramma confrontandolo con quello prodotto da FFmpeg, e si è giunti alla conclusione che il decoder H.264 riscritto interamente dall'IA produce un risultato identico al bit su 37 clip video di prova e riesce a decodificare tra i 500 e i 600 fotogrammi al secondo usando come sorgente un video HD, quindi ha anche prestazioni decisamente elevate. I test di conformità automatici per HEVC, VP9 e AV1 hanno dato lo stesso risultato.
Guardando i diversi documenti che accompagnano il progetto ci si rende conto che il lavoro fatto, anche se fatto da un'IA, è basato su assunzioni e idee che probabilmente non sarebbero nemmeno venute in mente a un singolo sviluppatore umano: il tempo, per esempio, non è misurato in secondi all'interno del codice, ma in unità minuscole, 254.016.000.000 al secondo, questo perché è un numero che si divide esattamente per tutte le frequenze video e audio comuni.

Chiariamo subito che il progetto è tutt'altro che perfetto, ma dal momento in cui abbiamo iniziato a scrivere questo articolo a quello in cui lo state leggendo, sono già state pubblicate decine di commit che hanno chiuso bug e aggiunto funzioni.
Nei documenti pubblicati su GitHub si legge ad esempio che i decoder sono perfetti sui video di prova, ma che i file veri, quelli girati con telefoni e fotocamere, sono stati provati solo in parte, perché è difficile passare da un test strumentale a un test reale.
Alla domanda "è pronto per il lavoro vero?" il team composto da agenti risponde con una stima, tra il 50 e il 60%, e nel file Roadmap di ogni progetto si può seguire giorno dopo giorno lo sviluppo e sapere cosa manca e cosa c'è.
Un manuale di sviluppo scritto per le macchine
Se le app sono il prodotto, la parte forse più interessante di tutta questa storia è il metodo. Dentro ogni repository c'è un file chiamato Agents.md, che potremmo definire il manuale di istruzioni per intelligenze artificiali.
Un file di qualche centinaio di righe fa in pratica quello che in una software house farebbe il project manager: spiega come è organizzato il codice, quali regole non si violano mai, in che modo dividersi i compiti e cosa controllare prima di considerare finito ogni singolo task.

Se guardiamo quello di FilmCraft troviamo un elenco di istruzioni tra le quali c'è anche quella che dice all'agente di non fermarsi a fare domande, salvo su poche questioni riservate agli esseri umani: licenze dubbie, spese, pubblicazione del codice, dati personali, operazioni irreversibili. L'unico umano a cui chiedere è Thomas. Per tutto il resto la regola è decidere da soli, e annotare la scelta fatta.
Il ciclo di lavoro è sempre lo stesso: l'agente prende il primo task tra quelli da portare a termine, scrive prima il test che dimostrerà di averlo completato e poi il codice. Una volta finito lo verifica, apre l'app, la utilizza, guarda gli screenshot e, se tutto va bene, aggiorna la documentazione, registra il lavoro e passa al compito successivo.
Guardando ai vari commit si capisce che sullo stesso codice hanno lavorato in queste settimane, e lo fanno tuttora, più agenti nello stesso momento. Ognuno ha una propria cartella di lavoro per non bloccare gli altri, ogni modulo ha un "proprietario" e, se il lavoro in corso di un collega rompe qualcosa, la regola è aspettare, non mettere le mani nei file di altri agenti. C'è persino un diario di bordo da aggiornare alla fine di ogni compito, perché un agente può smettere di lavorare a un task per un imprevisto, ad esempio un errore di rete, e quello che arriva dopo deve poter riprendere il lavoro svolto anche se non lo ha iniziato lui. Una sorta di passaggio di consegne.
Nella roadmap di DesignCraft c'è anche una stima del lavoro restante in ore-agente per ogni sezione o funzione.

La parte forse più interessante riguarda la verifica del codice. Oggi scrivere codice costa poco se si usa l'IA, ovviamente in rapporto al costo di uno sviluppatore umano, ma capire se quello che l'IA ha scritto è corretto e funziona ha un costo ben più alto, e spesso si può andare incontro a loop di debug ricorsivi che fanno spendere migliaia di euro in token.
Il creatore delle Crafting Apps si è appoggiato a quello che un software engineer definirebbe "oracolo", ovvero qualcosa di esterno che restituisce sempre la risposta corretta.
Per PhotoCraft l'oracolo è Photoshop: il sistema confronta le proprie immagini con quelle salvate dall'app Adobe per cercare una corrispondenza al 100%; per FilmCraft l'oracolo è FFmpeg, con il quale confronta ogni fotogramma generato. Ogni comando dell'app viene poi "bombardato" con dati generati apposta per essere assurdi, e l'obiettivo è assicurarsi che il programma non vada mai in crash per un overflow o un bug di qualche altro tipo.
Nel manuale degli agenti c'è poi una regola che molte aziende farebbero bene a copiare: per ogni percentuale si deve dire se è misurata realmente o se è stimata, e se si tratta di un'approssimazione non deve mai essere considerata lavoro finito. Ci si riferisce ovviamente alla percentuale di completamento dei vari passi del progetto.
Beh, ma queste app funzionano oppure no?
Attorno all'IA sui social c'è sempre molto entusiasmo, ma in questo caso sono i progetti stessi a raffreddare la febbre da "app Adobe gratis".
Nel giorno in cui le app sono state rese pubbliche, nonostante nei report automatici gran parte delle funzioni risultasse perfettamente funzionante, gli utenti che le hanno provate hanno trovato decine di cose che invece non andavano: il testo si selezionava nel punto sbagliato, quasi nessuna scorciatoia da tastiera funzionava, alcuni pannelli si ridimensionavano da soli e un riquadro di ritaglio non si spostava.
Un agente ha quindi prodotto quella che si può definire "una valutazione onesta" della propria situazione in base ai bug aperti, e ha stabilito che, se si confronta oggi PhotoCraft con Photoshop, siamo "ben sotto il 50%" delle funzioni presenti nell'app Adobe.

Questo è servito però per migliorare: tra il 30 settembre e il 1° ottobre la percentuale di voci di menu di Photoshop presenti anche in PhotoCraft è passata dal 36 all'85%, e oggi tutte le voci di menu, più di 600, fanno qualcosa, anche se la roadmap stabilisce che non è dato sapere se lo fanno correttamente e come.
Strada facendo PhotoCraft ha anche corretto alcune dichiarazioni che avevano sorpreso: sul sito si parla di 134 file Photoshop su 135 riscritti "byte per byte", ma in realtà nell'ultima versione del repository si legge chiaramente che allo stato attuale un file ri-salvato da PhotoCraft non è identico all'originale.
Si sta quindi dicendo che un'app di foto editing non riesce a fare quella che dovrebbe essere la cosa più importante: aprire un file e salvarlo in una versione identica a quella di partenza, se non sono state fatte modifiche.
Magari tra una settimana anche questa questione sarà risolta. Oppure no, perché con un milione e mezzo di righe di codice in una settimana ci troviamo davanti a un progetto che, per velocità di sviluppo, non può fisicamente essere controllato da un essere umano: l'unica cosa che può fare l'essere umano, in questo caso Brandon Thomas, è cambiare il manuale e cambiare le istruzioni degli agenti per rendere il loro lavoro più efficiente, soprattutto lato controllo.

Non sappiamo cosa ne sarà delle Crafting Apps tra qualche mese. Magari diventeranno davvero una valida alternativa alla Creative Cloud, magari finiranno nel dimenticatoio perché molti bug e funzioni diventeranno irrisolvibili e nessuno riuscirà a mettere mano a milioni di righe in Rust scritte da altri, anche se ben documentate.
Quello che ci resterà sicuramente di questa storia è il nuovo modo in cui si costruisce software quando la scrittura di codice smette di essere la parte lunga e difficile: oggi, con l'IA, non lo è.
Brandon Thomas ha smesso di scrivere codice, il suo lavoro si è cambiato: prima scriveva Rust, ora scrive pagine di testo in formato markdown, quello preferito dagli agenti. Ha disegnato l'architettura, ha scritto le regole e ha costruito gli oracoli che dicono se un risultato è giusto.
Resta una domanda a cui solo Brandon Thomas potrà rispondere: chi si prenderà cura di questo milione e mezzo di righe fra un anno, se al posto di essere esperimenti le sue app diventeranno davvero app usate da utenti veri? Chi pagherà i token necessari per tenerle aggiornate e mantenute?
Scrivere codice, ormai, costa poco. Mantenerlo ha invece un costo che probabilmente chi oggi si sta abituando a far scrivere tutto dall'IA non ha ancora considerato.
Le scorse ore Brandon Thomas ha ora annunciato tre nuove app che mirano a sostituire Excel, PowerPoint e Word chiamate rispettivamente GridCraft, DeckCraft e WordCraft. Create sempre con Claude la prima versione delle app è stata appena caricata su GitHub.

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