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Rafael Nadal parla dei suoi famosi pantaloni da pirata e della vita dopo il tennis

October 17, 2026

La scorsa settimana Assouline, la celebre casa editrice specializzata in volumi di pregio, ha pubblicato Rafa Nadal, una sontuosa retrospettiva di 330 pagine dedicata alla straordinaria carriera della leggenda del tennis. L'uscita del libro segue un altro importante omaggio riservato al campione spagnolo: Rafa, la docuserie prodotta da Netflix, recentemente candidata agli Emmy.

A firmare il testo è Jon Wertheim, giornalista e autore pluripremiato, che apre il volume con una dichiarazione programmatica: «Questa è la storia di un fenomeno sportivo unico nel suo genere, una rarità pionieristica che ha infranto ogni schema». Da quel momento, il libro si sviluppa come un ampio affresco della vita di Rafael Nadal, ripercorrendone l'infanzia a Maiorca, gli straordinari traguardi raggiunti nel circuito professionistico, tra cui spiccano i 14 trionfi al Roland-Garros, e la dimensione personale che ha costruito lontano dai campi mentre i successi continuavano ad accumularsi.

Vedere raccolti in un unico volume oltre vent'anni della sua storia sportiva e umana è un'esperienza particolarmente suggestiva, soprattutto per chi è cresciuto seguendo le sue imprese. Alcune immagini sono entrate da tempo nell'immaginario collettivo del tennis, altre vengono pubblicate per la prima volta, ma tutte condividono la capacità di trasmettere un senso di solennità che va oltre il semplice documento fotografico.

Tra tutte, la mia preferita è una fotografia in bianco e nero scattata nel 2005. Mostra Nadal e Roger Federer seduti fianco a fianco sotto il sole della Florida, entrambi con i capelli lunghi e l'aria rilassata, durante quello che allora si chiamava NASDAQ-100 Open di Key Biscayne, oggi conosciuto come Miami Open. Nella pagina accanto, una frase di Federer sembra racchiudere il significato di quell'immagine e dell'intera carriera del rivale: «Non ci sarà mai più un altro Rafael Nadal».

Di seguito, Nadal, che ha collaborato direttamente con Assouline e con Wertheim alla realizzazione del volume, racconta a GQ la genesi del progetto in una rara intervista. Parla dei suoi iconici look degli esordi, delle sfide fisiche che hanno accompagnato la sua carriera e di quelli che lui stesso definisce «i due Rafa».


GQ - Che sensazione hai provato nel vedere la tua vita raccontata in un libro?

Rafael Nadal - È stata una grande emozione, sinceramente. Quando sei nel pieno della carriera, tendi a concentrarti esclusivamente su ciò che ti aspetta, il prossimo torneo, il prossimo obiettivo, il prossimo allenamento, oppure sui problemi fisici che devi affrontare e risolvere. Un libro come questo, invece, ti offre la possibilità di fermarti e guardare indietro con il giusto distacco. A quel punto ti rendi conto di quante cose siano successe lungo il percorso. Molti ricordi restano impressi da qualche parte nella tua mente, ma è impossibile conservarli tutti con la stessa nitidezza. Sfogliando queste pagine, ho potuto vedere come è cambiata la mia vita nel corso degli anni, le difficoltà che ho dovuto affrontare, l'evoluzione del mio corpo, perfino il modo in cui mi vestivo. C'è una vera storia di trasformazione. È questa la sensazione che ho provato mentre lavoravamo al libro e che continuo a provare oggi guardando il risultato finale, il ritorno di tanti momenti importanti e di emozioni quasi dimenticate.

Mentre lavoravate al libro, c'era una fotografia che ritenevi assolutamente indispensabile?

È difficile sceglierne una sola, perché ho avuto la fortuna di vivere molti momenti indimenticabili. Più che una singola immagine, volevo che il libro raccontasse ciò che conta davvero nella mia vita, e al primo posto c'è senza dubbio la famiglia. Detto questo, le fotografie del Roland-Garros dovevano necessariamente esserci. È il luogo che più di ogni altro ha segnato la mia carriera e la mia storia sportiva. Molti dei momenti più importanti della mia vita professionale sono legati a quei campi, perciò era naturale che il Roland-Garros occupasse uno spazio speciale all'interno del libro.

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Courtesy of AssoulineFrank Coppi

C'è una foto o un momento in particolare che ti ritrae in un modo che nessuno ha mai raccontato prima? Un'immagine in cui ti riconosci davvero, al di là di ciò che la stampa o i tifosi dicevano di te?

Credo di essere sempre stato molto autentico, sia con la stampa sia con le persone che mi seguivano. Ho sempre ambito, e penso di esserci riuscito, a essere me stesso per tutta la mia carriera. Certo, quando la notorietà cresce diventi più attento a ciò che dici e a come ti comporti, perché sai che ogni gesto può essere interpretato o creare conseguenze. Non ho mai cercato di costruire un personaggio diverso da quello che ero. Però è vero che esistono due Rafa.

C'è il Rafa competitivo, intenso, metodico, quasi ossessivo nei dettagli, nei rituali e nella preparazione. E poi c'è il Rafa privato, profondamente legato alla famiglia, rilassato e incline a vivere con serenità. Da una parte l'intensità della competizione, dall'altra la calma della vita quotidiana. Sono anche una persona che ha sempre cercato di evitare i conflitti, e credo che questo emerga chiaramente nel libro. Basta guardare le persone che mi hanno accompagnato lungo il percorso. Salvo poche eccezioni, la mia squadra è rimasta sostanzialmente la stessa dall'inizio alla fine. Persino dopo l'uscita di scena di mio zio Toni, che negli ultimi anni ha scelto di dedicarsi ad altri progetti, sono rimasti intatti quei rapporti costruiti sulla fiducia. Nelle fotografie si percepisce proprio questo equilibrio, da un lato l'intensità del lavoro, dall'altro la serenità che deriva dagli affetti e dalle relazioni più solide.

Il primo capitolo del libro si intitola Il corpo al lavoro e nel corso del racconto si parla molto della tua fisicità e dei tuoi infortuni. Perché hai deciso di partire da lì?

Perché è stata una delle componenti più importanti della mia carriera. Non lo dico in senso negativo, anzi. Fin da giovanissimo, quando avevo appena 19 anni, ho dovuto fare i conti con quello che sarebbe diventato il problema fisico più significativo della mia carriera: il piede. Dopo il ritiro ho avuto la possibilità di parlare apertamente di tutte queste difficoltà, e mi sembrava giusto che trovassero spazio nel libro. Gli infortuni mi hanno accompagnato dall'inizio alla fine del mio percorso professionistico. In un certo senso, hanno fatto parte della mia storia tanto quanto le vittorie.

Alla fine, è stato proprio un infortunio a portarmi al ritiro. Per questo considero una delle mie più grandi vittorie il fatto di essere riuscito a mantenere viva la passione per il tennis nonostante tutti i problemi fisici che ho dovuto affrontare. Ho continuato a trovare motivazioni, energie e soluzioni per fare ciò che amavo. Questa capacità di andare avanti, di adattarmi e di continuare a competere malgrado gli ostacoli, meritava di essere il punto di partenza del libro.

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Courtesy of AssoulineManuel Blondeau

Nel libro c'è molto spazio dedicato anche al tuo stile fuori dal campo. Guardandoti indietro, c'è mai stato un momento in cui hai pensato: "Ma come mi sono vestito?". Oppure hai apprezzato ogni fase del tuo percorso?

[Ride] No, è impossibile che mi piaccia tutto. Qualche errore è stato sicuramente commesso. C'è una cosa che forse non tutti sanno, lavoravamo agli outfit con circa un anno e mezzo di anticipo, ed era un aspetto che trovavo molto interessante. All'inizio della mia carriera, però, molte decisioni venivano prese sulla base di immagini generate al computer. E questo a volte era complicato, perché ciò che vedevi sullo schermo poteva essere molto diverso dal risultato finale. Dopo alcune scelte che non mi avevano convinto una volta realizzate, ho capito che per decidere davvero dovevo vedere dal vivo il tessuto, i colori, i materiali. Per questo motivo sono probabilmente più orgoglioso degli outfit degli ultimi anni della mia carriera.

Detto questo, c'è una cosa curiosa: se oggi guardo le foto dei primi anni, con i pantaloni da pirata e le canotte smanicate, le trovo terribili. È la verità. Però, allo stesso tempo, quella fase ha contribuito a costruire la mia identità. La gente mi riconosceva per quel look con i capelli lunghi, la bandana e uno stile poco convenzionale. Era qualcosa di diverso. Roger Federer rappresentava l'eleganza classica, la perfezione formale. Poi arrivavo io, con i capelli spettinati e un'immagine decisamente più istintiva e selvaggia. Non certo ortodossa. E, anche se oggi la guardo con occhi diversi, è stata una fase che ho amato.

Al contrario, c'è un momento stilistico che hai particolarmente amato e che continui ad amare ancora oggi?

In generale non mi è mai piaciuto giocare completamente vestito di nero. Se guardi la mia carriera, ho quasi sempre scelto colori vivaci ed energici. Credo che dipendesse anche dal rapporto che ho sempre avuto con i bambini e i più giovani: i colori trasmettono energia, positività, entusiasmo. C'è però un'eccezione. Adoravo le sessioni serali agli US Open di New York con il completo total black. Quelle notti erano davvero speciali. L'atmosfera era unica, quasi elettrica. Se devo scegliere un look o una serie di momenti che porto ancora con me, probabilmente sceglierei proprio quelli. Il nero, sotto le luci di New York, aveva qualcosa di magico.

Articolo originariamente pubblicato su GQ US