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Raffaele Speranzon, i primi sei mesi da coordinatore veneto di FdI: «Fine vita? Non dico no. Marcato candidato a Padova? Non c’è fretta»

August 4, 2026

VENETO - Non sono neanche sei mesi. «Ma per tutto quello che è successo, sembrano sei anni: la Regione, il referendum, le Comunali, i congressi...», sorride Raffaele Speranzon. Attorno a Ferragosto il senatore di Fratelli d’Italia, di cui è vicecapogruppo vicario a Palazzo Madama, compirà il suo primo semestre da coordinatore veneto del partito.

Nell’ordine: qual è il suo giudizio su Alberto Stefani?
«Assolutamente positivo. Il presidente ha raccolto un'eredità importante, introducendo un metodo di ascolto, concretezza e spirito di squadra. Quanto a noi, ci siamo accollati responsabilità maggiori sia in Giunta che in Consiglio, assumendo un peso che ci consente di essere decisivi. Dai nostri assessori e consiglieri mi aspetto che non si accontentino del fatto che il Veneto è uno dei motori produttivi d’Italia. Vogliamo anche infrastrutture moderne, abbattimento delle liste d’attesa in sanità, città sicure, modelli di welfare che sappiano rispondere alla sfida demografica non solo importando manodopera ma pure garantendo ai giovani di poter restare qui e mettere su famiglia». 

Ha smaltito la delusione per il “no” sulla giustizia?
«Il referendum è fallito per un problema di comunicazione: demolire con gli slogan è più facile che costruire con le riforme. Comunque sono fiero che in Veneto il “sì” abbia largamente prevalso, grazie alla figura del ministro trevigiano Carlo Nordio e all’apertura dei veneti alla trasformazione. Una tendenza all’innovazione che manca in altre parti del Paese».

A proposito di peculiarità venete, qui FdI registrò il record alle Politiche 2022. Sarà così anche tra un anno, cioè un’èra nella politica di oggi?
«Ogni elezione fa storia a sé e gli elettori vanno sempre rispettati. Sappiamo che la leadership di Giorgia Meloni è riconosciuta dai cittadini come autorevole, perché è riuscita a garantire cinque anni di stabilità che festeggeremo tra un mese, guidando il Governo che si appresta a essere il più lungo della storia repubblicana. Un consenso enorme, ma anche una grande responsabilità, che da coordinatore cerco di trasformare in classe dirigente all’altezza. Il contributo che può portare il partito veneto è quello di diventare sempre più radicato e aperto, leale con gli alleati e capace di parlare con quanti non ci hanno ancora votato. Per questo a ottobre organizzeremo in Veneto gli stati generali con i nostri quasi 500 amministratori locali e la società civile. Viste le alternative proposte, non vedo motivi per un calo nel 2027».

Non teme la concorrenza di Roberto Vannacci, che a sua volta segnala un’effervescenza tutta veneta per Futuro Nazionale?
«Noto fuoriusciti da vari partiti e ho grande rispetto per gli elettori. La mia impressione però è che Vannacci, a differenza nostra, non stia lavorando per far crescere il centrodestra, ma per indebolirlo. Ad ogni modo Fratelli d’Italia non ha bisogno di inseguire nessuno sul terreno delle provocazioni, perché abbiamo una linea molto chiara su temi come sicurezza, immigrazione, interesse italiano».

Queste parole non sembrano le premesse per un’alleanza.
«Le alleanze si valutano sui programmi, così come sulla lealtà e sulla capacità di governare, non certo sulle convenienze decise di volta in volta in base ai sondaggi del momento. Quello che abbiamo visto finora sono stati parlamentari, eletti all’interno del perimetro di maggioranza, che hanno votato contro un Governo che è espressione della volontà popolare. Non mi pare che questo sia un approccio che ha l’obiettivo di allargare il campo del centrodestra, ma piuttosto di rompere il fronte del centrodestra. Piuttosto sembra proprio, consapevolmente o inconsapevolmente, qualcosa di funzionale a chi vuole vedere la sinistra al potere».

Dopo la vittoria del centrodestra nella sua Venezia, cosa pensa del fatto che il sindaco Simone Venturini rimarchi spesso di essere un civico?
«Venturini è stato una scelta di Fratelli d’Italia. Il partito aveva riconosciuto il diritto di presentare una propria candidatura, ma ha voluto Simone non solo per le sue qualità umane e amministrative, bensì anche per la sua capacità di raccogliere il consenso anche al di fuori del recinto stretto di centrodestra. Quindi siamo soddisfatti di un successo straordinario. Molti, soprattutto a livello nazionale, davano per certa la nostra sconfitta. Piazze, calli e campielli sono stati affollati da esponenti di primo, secondo e terzo livello del centrosinistra, i quali pensavano di intestarsi la vittoria per dimostrare che dopo il referendum era cambiato il vento, per cui avrebbero potuto prepararsi a conquistare anche il Governo nazionale. Invece siamo felici di aver dato un contributo fondamentale all’affermazione del centrodestra. E siamo contenti anche del risultato ottenuto dalla lista civica Venturini Sindaco, perché è un patrimonio dell’intera coalizione».

Da residente a Mestre, ha qualcosa da segnalare al primo cittadino? Una buca, un’emergenza...
«Lo sento tutti i giorni, ma voliamo un po’ più alto. Stiamo lavorando insieme per assicurare alla città di Venezia le attenzioni che merita dal Governo. Già nei prossimi mesi vedremo i primi frutti».

Il 31 luglio si è conclusa la stagione dei congressi per FdI in Veneto. Tensioni sopite?
«Non era un rinnovo per frizioni, ma per dimissioni dovute a incompatibilità con altre funzioni. Mi fa piacere registrare che, a differenza del passato, in tutte e cinque le province di questa tornata ci sono state candidature unitarie. Non perché siano intervenuti diktat o manchi il dibattito, ma in quanto responsabilmente ci sono state la volontà e la capacità di trovare una sintesi fra le diverse sensibilità».

Cioè fra le correnti?
«Fare politica significa convogliare le energie nella risoluzione dei problemi che gravano sui cittadini. Se sono ispirate da sfumature valoriali differenti, le correnti hanno una loro ragion d’essere e possono essere apprezzabili. Quando invece si tratta solo di pretesti per dividersi in gruppi dietro a questo o a quello, diventano personalismi che da coordinatore contrasterò sempre».

Nel suo ruolo dovrà gestire alleanze e candidature per le Comunali 2027, a cominciare da Padova, Verona e Belluno. A che punto siete?
«Non abbiamo deciso nulla da nessuna parte. Di sicuro come centrodestra dovremo trovare una sintesi, perché gli elettori ci vogliono uniti e vincenti. Quindi cercheremo di capire quali sono i candidati migliori ascoltando i territori, il che non significa solo le segreterie e gli iscritti, ma pure le categorie economiche, le parti sociali, le associazioni culturali e così via. Comunque non imporremo nomi da Venezia e neanche da Roma».

Ma a Padova le piacerebbe il leghista Roberto Marcato?
«Ho un ottimo rapporto personale di amicizia e di stima con Marcato, dopodiché bisognerà capire se a Padova la sua è la candidatura migliore. Se lo è, non abbiamo veti, ma nemmeno fretta, perché sarebbe la cattiva consigliera di scelte di cui potremmo pentirci».

Come voterete sul fine vita?
«È un tema etico su cui ognuno ha una sensibilità diversa. Un partito, così come una coalizione, non è una caserma. Anch'io ho avuto mia mamma con una patologia degenerativa irreversibile: chi è malato, e il familiare che lo assiste, meritano ascolto, rispetto, vicinanza, senza nessun tipo di lezione morale. Detto questo, però, noi siamo contrari all'eutanasia più o meno mascherata, ma anche all'accanimento terapeutico, nella consapevolezza che la competenza è statale e difatti ce ne stiamo occupando in Parlamento. Mi riservo di leggere il testo di iniziativa popolare emendato, analizzandolo parola per parola. Il confronto con le altre forze politiche sarà serio e rispettoso: non è una partita già chiusa».