M i volete commissariare, siete delle spie, tramate con il direttore Corsini, vi state inventando un triumvirato alla guida di Report pur di fare fuori me. Ma Io sono Io, Io, Io. E voi non siete un c…. Eccolo Sigfrido Marchese del Grillo. Nel romanzo di Ranucci, di cui Io è autore e protagonista, eroe e martire, simbolo del coraggio mentre i suoi colleghi sono traditori asserviti al potere tele-meloniano e volenterosi carnefici del vero giornalismo d'inchiesta, ossia Io, adesso si scopre che il Marchese Sigfrido si sentiva e si sente ancora non il volto di Report ma il padrone di Report, il feudatario eterno e insostituibile di Report.
Viene citato uno scambio di mail, nella ordinanza giudiziaria di non reintegro di Ranucci alla conduzione del programma di RaiTre, che ben descrive il personaggio Sigfrido e i suoi modi di fare.
Giorgio Mottola, l'inviato di punta, gli scrive una mail il 5 agosto scorso: «Caro Sigfrido, martedì scorso la redazione di Report si è riunita in assemblea e con 47 voti a favore, su 49 presenti, ha votato una proposta di riorganizzazione». Seguono le garbate proposte rivolte a Ranucci: due coautori oltre a lui, lo stesso Mottola e Valesini e un coordinamento degli inviati per pianificare i servizi. Conclude Mottola: «Si tratta di una semplice proposta, formulata democraticamente da tutta la redazione con il solo scopo di dare una mano a te e al programma in questo momento difficile. Saremmo felici di poterne discutere insieme in modo sereno e costruttivo. Facci sapere come intendi procedere». Tutto molto amichevole e rispettoso. In risposta, il Marchese Sigfrido mena fendenti, si scopre per quello che è - molti lo sapevano ma non fino a questo punto - ossia un prototipo da razza padrona sia della trasmissione sia della Rai.
«Il tono severo ed il contenuto tranchant della risposta del dottor Ranucci tramite mail del 7 agosto 2026, ore 18.50, evidenzia - scrive nel dispositivo la giudice Donatella Casari - la distanza venutasi a creare tra il responsabile del programma e la redazione». «Cari, mi scuso per il ritardo - così si rivolge Sigfrido ai colleghi - con cui vi rispondo. So che qualcuno di voi ha anticipato, non informandomi, gli esiti della mia risposta al vostro piano al direttore Corsini. Tuttavia vi scrivo perché ritengo importante chiarire alcuni punti». E li elenca. «Eravamo rimasti d'accordo che sarebbero state preparate delle note che definissero ruoli e mansioni di chi avrebbe dovuto darmi una mano nella gestione di Report. Mi sono invece ritrovato tra le mani un documento, una sorta di piano editoriale che è irricevibile: rappresenta una grave sgrammaticatura dal punto di vista aziendale e, se mi consentite, è altamente carente sotto il profilo umano e professionale». Fa l'offeso Ranucci. E incalza. «Ricordo, per chi è evidentemente a digiuno delle pratiche aziendali, che il piano editoriale viene scritto e predisposto dal direttore responsabile che nel caso di Report è il sottoscritto». E così via. Accusa gli altri di insubordinazione e di infedeltà. Dice loro (e sul piano puramente formale potrebbe non avere torto) che devono sempre e solo obbedire a lui, anche se lui - come già si era scoperto - intratteneva rapporti a dir poco opachi con Lavitola.
Ma ecco la conclusione del Marchese Sigfrido: «Il vostro documento ha un merito: mi ha chiarito che alcuni di voi vorrebbero ricoprire il ruolo di coautori, non come l'ho interpretato io ai tempi di Milena Gabanelli ma addirittura inter pares, cioè tra pari o tra uguali. A guidare Report dovrebbe essere quindi una sorta di triumvirato, che ha il sapore di un commissariamento. Questa vostra richiesta è carente del rispetto che si deve alle gerarchie aziendali. È evidente che il problema non è il mio orgoglio personale, ma la mancanza di lucidità di chi ha la presunzione di pensare che questa sia un'ipotesi percorribile. Infine, lasciatemi esprimere la mia amarezza per le modalità con cui è stato delineato questo piano, per le strategie tessute, per le chat oblique. Se qualcuno pensa di potermi puntare una pistola alla tempia, approfittando di questo momento di attacchi vergognosi, sbaglia di grosso».
E cosi, «il dott. Ranucci - chiosa la giudice del tribunale romano - accusa alcuni membri della redazione di aver fatto la spia al dott. Corsini sul contenuto dell'ipotizzata riorganizzazione» e anche su altro. Ciò che è evidente è che era saltato il rapporto tra Ranucci e la Rai ma anche quello tra la redazione e lo stesso Ranucci.
Il marchese e Don Bastiano
Quel genio di Mario Monicelli non pensò a lui ma a Alberto Sordi, come interprete nel suo famoso film, solo perché Ranucci nel 1981, quando uscì "Il Marchese del Grillo", era ancora uno sconosciuto ventenne, tennista di Pomezia. Ma anche un'altra figura di quel film si adatta al padreterno di Report. Ed è Don Bastiano, interpretato dall'ottimo Flavio Bucci. Il prete ribelle, scalcinato e arruffapopolo che prima di essere ghigliottinato grida: «E voi, massa di pecoroni invigliacchiti, sempre pronti a inginocchiarvi davanti ai potenti! Adesso inginocchiatevi davanti a me. E ricordatevi che pure Nostro Signore Gesù Cristo è morto sul patibolo».
In effetti anche dentro la sua redazione, prima dell'esplosione del caso Lavitola, tutti veneravano Ranucci, spesso più per tornaconti personali e di carriera e di guadagni che per stima sincera, e lo facevano sentire un Dio dell'Olimpo. E adesso sempre loro, la squadra di Report, non vuole fare la parte di chi scaglia il calcio dell'asino. E infatti, gli ex ranucciani ieri hanno contestato la morale della storia contenuta anche nell'ordinanza del tribunale: «In questi mesi è stata alimentata la narrazione di una redazione spaccata, divisa tra traditori e collaborazionisti. Non è così. Report non prende ordini dalla politica». Ma forse, quando c'era Lui, li prendeva da Lavitola.
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