Prima di identificare Valter Lavitola come presunto mandante dell'attentato a Sigfrido Ranucci, ipotizzando che il movente fosse "personale" e legato alla cerchia più vicina al giornalista, la Dda di Roma e i carabinieri del nucleo Investigativo hanno battuto tutte le piste: studiato le puntate di Report, intercettato i boss della camorra, disposto l'ascolto delle conversazioni di uomini appartenuti all'intelligence, sentito a sommarie informazioni, oltre alla vittima, anche gli autori dei servizi e degli scoop. Hanno persino recuperato gli atti dell'inchiesta del 2010 sulla "cricca" e la rete di corruzione negli appalti della protezione civile. Fino a tentare con l'ascolto delle conversazioni dello stesso Ranucci, della sua famiglia e delle persone a lui più vicine, così come di alcuni autori del programma.
È il 25 maggio quando i carabinieri leggono i messaggi whatsapp che consentiranno una svolta nell'indagine, dopo che lo stretto legame tra Gomes Clesio Tavares con il clan Russo aveva di nuovo portato gli inquirenti sull'ipotesi della camorra. La conversazione è tra il camerunense, accusato di essersi rivolto agli avellinesi in grado di procurarsi l'esplosivo e piazzarlo, e la sua compagna. Il nodo è la gestione del figlio minorenne e della prolungata assenza di Tavares, che si trova in Africa per conto di "Valter". «E allora fammi capire, fammi capire sarà sempre così? Devo parlare con lui? Che devo fare?». E aggiunge: «Io voglio fare una telefonata a Valter». E ancora: «Da quanto non lo senti?». L'uomo rispondeva di averlo sentito quella stessa mattina. È a quel punto che, dalla rubrica del cellulare della donna captata dagli inquirenti, è emerso che Valter è Lavitola "Valter l'", con il numero intestato al Cefalù bistrot del quartiere romano di Monteverde. E infine che il camerunense e l'ex editore da ottobre 2015 ad aprile 2016 hanno condiviso il soggiorno nel carcere di Secondigliano.
Erano stati gli stessi uomini del commando, intercettati dopo la trasmissione "Lo stato delle case" durante la quale veniva rivelata la scoperta degli inquirenti in merito all'auto sulla quale avevano viaggiato gli attentatori, a commentare: «O' Niro sta in Africa, mi ha mandato il messaggio: «Digli a tuo padre che va urgente da questo avvocato che viene pagato da quelli là, là di Napoli». A quel punto Pellegrino D'Avino, con gli altri arrestati accusati di avere piazzato la bomba, commentava: «Se vieni arrestato, se la vede l'avvocato». Annotano i carabinieri: «Ponendosi quale portavoce di terzi soggetti - ragionevolmente identificabili nei mandanti dell'attentato - tentava di indurre Antonio Passariello e Saverio Mutone, per l'intermediazione di Pellegrino, a presenziare a un incontro presso lo studio dell'avvocato Cola». Il messaggio è chiaro: «Ma quello lo paga lui! Già sanno! Che questo dicono che è uno dei più forti di Napoli, stu Cola qua». L'avvocato in questione, che verrà contattato e incontrato, è Sergio Cola, il cui studio è stato monitorato dalle telecamere dei carabinieri. Lo stesso legale che difende Lavitola e lo ha accompagnato all'interrogatorio di due settimane fa. Quando l'ex editore, accusato di strage aggravata, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere, ma ha reso dichiarazioni spontanee sulla sua estraneità ai fatti. Salvo poi rilasciare un'intervista su un sondaggio per candidare Ranucci, contrario al progetto. L'ipotesi è che grazie all'attentato, secondo l'amico, la popolarità del conduttore sarebbe cresciuta. Nessuna ingenuità, secondo chi indaga, da parte di Lavitola: nessuno avrebbe scommesso sul fatto che la 500 nera potesse essere individuata, nonostante la totale assenza di telecamere nella zona, consentendo di risalire ad esecutori, intermediari e infine al mandante, ovviamente presunti.
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