«Tra trecento metri, svoltare a destra». La voce del navigatore era femminile e uniforme. Mauro, lo zio divorziato, guidava con due mani sul volante. Non lo faceva mai. Aveva abbassato la radio prima di partire e non l’aveva più toccata. Lo schermo restava acceso lo stesso, con l’ora e una barra vuota, come una faccia che finge di dormire.
Andava per i cinquantacinque, e cinquantacinque era il numero che tornava in ogni angolo della sua contabilità privata, dalle call settimanali ai vizi del dopolavoro. Era uno sfasciafamiglie di prima categoria, capace del miracolo doppio di risultare gradevole per mestiere e intoccabile per istinto, alternando ira funesta e calma operativa. Quella mattina l’aveva impacchettata in slot: un paio di call, la sua linfa; la fatidica cinquantacinquesima seduta di terapia sistemico-idraulica per le perdite, dove la pressione saliva e gli sfiati le andavano dietro; doccia; barba; camicia stirata. Alle 09: 15, dopo aver rifiutato un punto di ritrovo comune, era passato a prendere tutti i passeggeri – me compreso – che in quel momento sedevano all’interno della sua Audi A4.
Io sedevo accanto a lui, vestito come uno spaventapasseri. All’epoca la mia statura ciclopica mi creava un sacco di problemi, in quanto del tutto inadatta al mio carattere. A dire il vero, ogni cosa in me pareva avere una sua parte antagonista, che rendeva l’esistenza nel suo intero un’esperienza grottesca. Soprattutto il cervello: una centrale di tutto rispetto, ma con un’impedenza d’uscita tale che, appena lo collegavi a qualcosa per più di un attimo, cedeva.
La vita sociale e quella familiare seguivano lo stesso schema: energia a vuoto e poi collasso. Il risultato era una congestione perenne, l’urgenza incomunicabile di cambiare orizzonte come si cambiano le lenzuola.
Dietro c’erano gli altri. Lorenzo: la postura del detective, 50 anni, mai sopra i 60 kg nonostante l’1,80 abbondante. Era un Gran Maestro di cinismo e sciatteria, con quel filo di scaltrezza che a certi tipi basta per addormentarsi ogni notte con la convinzione di essere dei venture capitalist incompresi, piovre dei mercati azionari a cui è solo andata male, e una vita passata a rimpiangere, dentro a un ufficio comunale, di non aver terminato gli studi.
Accanto a lui zia Lidia, 10 anni e 15 kg in più del marito. Aveva l’aria da naufraga anche da seduta. Si muoveva a scatti piccoli, economici, perché il corpo le presentava il conto a ogni gesto. Lavorava in uno studio medico, ma non indossava un camice; nonostante facesse quel lavoro da venticinque anni, ogni giorno le figure emaciate che passavano davanti al suo sportello le lasciavano addosso una febbre di sospetti, cronicizzata negli anni in un’ipocondria al quarto stadio. Infine, schiacciato contro la portiera destra dalla zia, sedeva il nonno.
Esponente di quell’ultima generazione che in auto, per isolarsi, guardava fuori dal finestrino, teneva le mani ferme sulle cosce quando non faceva roteare i pollici per noia. Era stato geologo per mestiere e, nel tempo libero, una persona incapace di dedicarsi a una cosa sola, condizione che l’aveva portato negli anni a diventare un mezzo polimate. Avevo trascorso l’infanzia nel suo laboratorio, nato come semplice officina, incantato dalle cose di cui si circondava: classici pasticciati con la matita, un contatore Geiger che gracchiava per nulla, vecchi transistor sparsi negli scatoloni, qualche magnete al neodimio, svariate carte topografiche sulle pareti, seghetti giapponesi, pinze da camino, e poi gli oggetti più insoliti: una tavolozza di legno con formule incise sopra, trappole per talpe, una sciabola d’ordinanza di fine Ottocento e mille altre diavolerie di cui tuttora non conosco nemmeno il nome.
Era un bugigattolo che trasudava curiosità da ogni pertugio. Ci vedevamo tutte le domeniche. Negli anni passai da semplice allievo ad assistente di laboratorio. Il primo giorno che mi lasciò usare le sue strumentazioni ero al settimo cielo. Tornai a casa e ai miei feci un resoconto maniacale di ogni singola cosa, ma loro sembrarono più preoccupati che contenti del mio entusiasmo. Poi me ne andai via dall’Italia e smettemmo di sentirci: io per senso di colpa, lui perché, pur cavandosela col telefono meglio di zia Lidia, lo usava solo per i suoi vizi – tipo farsi arrivare da un forum legalmente borderline di nerd ulcerati una lancetta al radio per un esperimento. Telefonare, invece, lo detestava, quindi lo faceva il meno possibile.
La comitiva era silenziosa e il motivo per cui si trovava riunita non c’entrava assolutamente niente. I pochi spostamenti in auto che capitava di fare in famiglia non erano mai dialogati, a meno che non ci fosse mia madre a bordo, che però quel giorno era rimasta a casa, come anche mio padre.
Il fatto che non sarebbero venuti me lo avevano già scritto su WhatsApp la sera prima con la stessa formalità con cui si disdice un dentista. Quando lessi la notifica, sul treno che mi riportava da loro, mi rifiutai di rispondere.
«Proseguire per dieci chilometri», strillò il navigatore, obbligando Mauro a scollare una mano dal volante per abbassare il volume. «Stai andando piano», borbottò zia Lidia, senza far capire se fosse una lamentela o una domanda. «C’è ghiaino», rispose Mauro, interpretandola come una lamentela. Io non vidi ghiaino. Vidi solo la riga bianca consumata e il bordo dell’asfalto che sembrava più alto del dovuto.
Poi pensai alla nonna e alla parola nonna come a una parola che non si usa più. Non perché fosse vietata, ma perché non veniva. Mi accorsi che, se avessi provato a dirla ad alta voce, mi sarebbe uscita storta, quasi guasta. I nomi… Ancore per i morti e ricettacoli di morte per i vivi. «Hai mangiato? », mi tossì nell’orecchio zia Lidia. Annuii assottigliando le labbra, ma alcuni muscoli facciali erano intorpiditi e non collaborarono. La zia si voltò di scatto dall’altra parte, un pelo infastidita da quella mia smorfia involontaria. Era una di quelle persone che si aspettano una faccia precisa in risposta a ogni cosa che dicono.
«Brava, diglielo Lidia, non fare tardi Mauro che sennò poi scappa via. Sai come sono questi morti», aggiunse in ritardo Lorenzo, con la sua solita ironia mal tollerata dai più. Seguì un lungo silenzio.
«Non stiamo facendo tardi», ribatté poi Mauro, ingoiando gli insulti dedicati al fratello. Si trattenne solo perché ormai era dentro al personaggio e, anche se non aveva letto Stanislavskij, sapeva come rimanerci e non aveva intenzione di uscirci. Zia Lidia fulminò con lo sguardo il marito dopo la battuta, ma lui era troppo abituato per reagire.
«Tra cinquecento metri, svoltare a sinistra». Mauro mise la freccia troppo presto e la tolse subito, con uno scatto che la rese vistosa il doppio; in quella tenera comicità di coprire un errore con un errore più grande, riconobbi i segni dell’antica pantomima famigliare.
La curva non si vedeva finché non eri dentro. Il bosco si stringeva ai lati, la strada diventava più scura e l’asfalto pareva aver assorbito la luce riflessa. Mauro era tale e quale a due minuti prima: le nocche sbiancate dalla presa ostinata. Lorenzo, inclinato in avanti, pareva sul punto di vomitare, ma era il suo modo di gestire il mal di schiena. I suoi occhi erano sepolti dietro i Wayfarer, che restituivano solo la lingua di asfalto che stavamo attraversando. Zia Lidia ancora aggrappata alla borsa, il nonno ancora a girarsi i pollici.
«Proseguire dritto, poi a destra», sentenziò il navigatore. Mauro rallentò ancora. Lì per lì non capii come mai andasse così piano. D’un tratto, dalla curva comparve un’auto. Non comparve come le altre che avevamo incrociato: comparve già addosso. Era nel nostro lato, fari accesi in pieno giorno. Non frenava, o se frenava non aveva mordente. Continuava a venirci incontro alla stessa velocità. Scorsi la faccia del guidatore solo per un istante, prima che la luce dell’auto ci inghiottisse. In quell’istante mi parve di vederlo sorridere, compiaciuto. Di cosa potesse sorridere non c’era tempo di capirlo, e in quel momento fu l’unica grazia. Mauro sterzò. Nessuno gridò. Ci fu solo rumore. Prima un colpo secco, forse una gomma che cercava di rimanere a terra mentre la fisica si prendeva gioco di lei. Poi un rumore più lungo, di ghiaia e rami. La macchina scivolò fuori strada e, per un attimo, fui preso da un’ondata di fatalismo in cui pensai che stesse succedendo una cosa già decisa da tempo. Sentii le pasticche della zia sbatacchiare nella sua borsa e poi nell’abitacolo. Il mondo si mise di lato. Non so dire quante volte girammo, ma fu lento e pulito in modo angosciante. Per un secondo sentii ancora la voce del navigatore, lontana e fuori tempo, ed ebbi la sensazione che parlasse a un’altra macchina. Poi la macchina si fermò. Qualcosa cadde da qualche parte e fece un suono ridicolo, quasi domestico.
Il silenzio dopo un incidente è diverso dagli altri – e quando dico diverso non intendo l’aggettivo languido dei poeti, ma qualcosa di molto preciso. È il silenzio in cui non si è ancora deciso niente: esistono, arrotolati in esso con pari dignità, tutti i suoi esiti, quello in cui siamo sani e salvi, quello in cui siamo malconci e perduti, e ogni posizione grigia tra i due. Tutto questo, ridotto all’osso, voleva dire una cosa sola – aspettare. Aspettare la prima voce. Anche il motore, per un attimo, parve trattenere il fiato prima di spegnersi davvero. Nell’abitacolo c’era un caldo sporco, odore di plastica molle e lamiera. Io restai fermo un secondo, aspettando un via libera del corpo. Poi respirai. Avevo in bocca un sapore talcato e ferroso; una polvere fine si attaccava alla saliva. La lingua tastava i denti. Mi toccai le labbra: erano ancora intere. Mauro era inclinato verso il volante, occhi aperti. Si girò appena verso di me. «Sei…?». «Sì». Lorenzo, dietro, fece un verso che poteva essere una risata o un singhiozzo. Zia Lidia masticò un «Dio» e si tenne in bocca il resto. Il nonno non disse nulla: respirava, e quella fu la cosa più sorprendente.
«Tutti interi?», chiese Mauro, preoccupato. Arrivarono dei «sì» in forme diverse: uno arrabbiato, uno sottovoce, uno che era solo fiato. Guardai fuori: il finestrino laterale era a un metro da terra. Poi alzai lo sguardo e la visione del cielo bianco mi diede la nausea. «Non si è fermato», disse Lorenzo. Non c’era polemica nelle sue parole. Era una semplice constatazione.
La portiera del mio lato non si apriva. Mauro provò la sua: bloccata. Non ci fu panico e nemmeno fretta. In quell’immobilità passò un sollievo opaco che per un attimo nessuno respinse; subito dopo arrivò la vergogna. Sentii il sangue battermi nelle orecchie: un rumore interno che copriva tutto. Qualcosa mi sembrava diverso, ma non seppi dire cosa. «Dal finestrino», ordinò Mauro, con fare marinaresco.
Uscimmo uno per volta dal lato alto. Lorenzo per primo, agile; poi toccò a zia Lidia, pesante, con l’ulteriore impaccio della borsa che non avrebbe mai mollato. Mauro la afferrò per le braccia e puntò i piedi contro il cruscotto. La fatica gli arrossò il collo. Allora dal corpo di Mauro uscì un rumore secco: uno sfiato corto, indecente, compresso dallo sforzo; rimbalzò nell’abitacolo rovesciato. Mauro continuò a tirare come se nulla fosse, ma la faccia gli divenne di pietra. Zia Lidia uscì subito dopo, atterrando sull’erba e sistemandosi la gonna in silenzio. Avevamo sentito tutti lo sfiato, ma nessuno ebbe il coraggio di guardare Mauro. Poi a un certo punto, Lorenzo, da fuori, esclamò guardando altrove: «Mauro, occhio che deve essersi sgonfiato l’airbag».
Mauro fece finta di non aver sentito. Il nonno uscì per ultimo: scese da solo, lento ma saldo. La macchina era sul fianco, ancora intera. Una ruota girava piano, senza toccare nulla; rimanemmo lì a guardarla affascinati.
«Che culo», disse Mauro. «Che culo», ripeté zia Lidia. La sua voce non aveva gratitudine.
«Ricalcolo percorso». Il navigatore era ancora acceso. Lorenzo accennò un risolino isterico che poi interruppe, forzandosi una faccia seria non appena vide che la moglie lo stava guardando male. Poi fece un giro su sé stesso e si trovò davanti un sentiero che costeggiava un fitto bosco di conifere. Qualcosa catturò subito la sua attenzione.
Io mi accorsi che non tremavo. Avevo ancora quell’orribile polvere in bocca; con la lingua cercavo di spingerla da una parte, di isolarne i granelli. Non ci riuscivo. E intanto mi tornava addosso, senza parole, la vergogna di poco prima.