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Riccardo Pozzobon, a un anno dalla morte ancora nessuna traccia del corpo dello scienziato di Selvazzano inghiottito dal ghiacciaio in Alaska

September 2, 2026

PADOVA - Era un esploratore in missione arrivato in Alaska per studiare i segreti dei ghiacciai. Era soprattutto un padre di 40 anni con una compagna e un bimbo che lo aspettavano nella loro casa di Selvazzano. Aveva salutato tenendo una valigia in mano e non ha mai più fatto ritorno. Un anno dopo non è rientrato in Italia nemmeno il suo corpo. 
Oggi ricorre il primo anniversario dalla scomparsa di Riccardo Pozzobon, geologo padovano di livello internazionale, istruttore di Samantha Cristoforetti, Luca Parmitano e molti altri astronauti. Il 2 settembre 2025 è scivolato in un corso di acque di fusione del ghiacciaio Mendenhall. È stato trascinato via finendo risucchiato in un cosiddetto “inghiottitoio” - di fatto un imbuto fatale - venendo poi trascinato chissà dove. 


Le ipotesi

Il corpo potrà essere ritrovato tra alcuni anni se il ghiacciaio si sarà ritratto, ma potrebbe anche essere spostato e fatto riemergere da qualche fiume sotterraneo. Impossibile avere certezze. Intanto sono passati i primi dodici mesi: dalle autorità americane non sono più arrivate notizie e chissà se mai ne arriveranno.
Un anno dopo restano le mille iniziative che i colleghi stanno portando avanti nel nome di Riccardo a partire da quell’aula a lui intitolata dall’Università di Padova nel dipartimento di Geoscienze di via Gradenigo, dove tra pochi giorni gli studenti inizieranno le nuove lezioni.


Chi era

Pozzobon, ricercatore e docente all’Università di Padova, era noto nel campo della geologia a livello internazionale anche per le sue scoperte pubblicate sulla rivista Nature. Le sue ricerche si erano concentrate sulle “sottosuperfici planetarie” con particolare attenzione ai tubi di lava. Una competenza approfondita che lo aveva portato a diventare istruttore per conto dell’Agenzia spaziale europea, trasmettendo le sue conoscenze geologiche agli astronauti in vista delle future missioni sulla Luna, su Marte e su altri corpi planetari.
Il 26 agosto dell’anno scorso era partito con due colleghi dall’Italia verso l’Alaska per partecipare ad una missione di ricerca sul ghiacciaio finanziata dal “National Geographic Grant Program”. Obiettivo: studiare le fratture dei ghiacciai. «È morto facendo ciò che amava» provano a farsi forza i colleghi a distanza di un anno. In questi casi si dice sempre così, ma il dolore resta comunque enorme.


La ricostruzione

Cos’è successo esattamente? Per dare una risposta è interessante riprendere in mano il rapporto ufficiale pubblicato in rete dal Dipartimento di pubblica sicurezza dello Stato americano. «Il 2 settembre 2025 gli Alaska Wildlife Troopers hanno ricevuto una segnalazione intorno alle 13.45. Un uomo era caduto in un ruscello sul ghiacciaio Mendenhall ed era disperso dopo essere stato spinto dall'acqua in una piccola apertura verticale nel ghiaccio. Le due persone con cui viaggiava non riuscivano più a vederlo una volta caduto». «Il Soccorso Alpino di Juneau ha inviato una squadra di soccorso tecnico sul ghiaccio - continua la relazione -. È stato scoperto che la buca, larga circa due piedi, era colma d'acqua in piena. È stato stabilito che era troppo pericoloso tentare di localizzare l'uomo scomparso, in attesa di ulteriori tracce».
«Due piedi» significa poco più di 60 centimetri. Non certo un cratere enorme, ma tanto è bastato per trascinarlo via e probabilmente Pozzobon ha fatto in tempo a capire cosa stesse accadendo.


Le ricerche

Gli uomini della “Alaska Wildlife Troopers”, squadre speciali che intervengono per soccorrere chiunque si trovi in pericolo in quei ghiacciai che possono rivelarsi trappole mortali, lo hanno cercato per tre giorni senza trovarlo. Impossibile poi proseguire le ricerche, ora resta solo da aspettare che la natura faccia il suo corso. 
«È stata una tragica fatalità, Riccardo era molto scrupoloso, attento ed esperto. È morto in Alaska ma avrebbe potuto capitare la stessa cosa anche qui» racconta chi lo conosce bene. 
La sua ultima immagine rimarrà quella di una foto scattata sul ghiacciaio pochi giorni prima della tragedia e inviata su whatsapp ai colleghi padovani. E’ l’immagine di un esploratore felice.