Zainetto nuovo, quaderni con le righe giuste, il grembiulino ancora con la piega del cellophane. Settembre, nelle case di chi ha bambini o ragazzi pronti a tornare a scuola, si misura così: attraverso una lista dei libri da comprare che si allunga di anno in anno e scaffali interi di cancelleria. Ma dietro la frenesia si nasconde un rischio che pochi genitori sanno riconoscere: non riuscire a cogliere il rumore di fondo, quasi impercettibile, che si annida in un «non voglio andare a scuola» detto en passant. Quel sibilo è il suono delle emozioni dei figli, che il rientro agita molto più di quanto vogliamo ammettere.
Anche i bambini più piccoli, quelli che ancora non sanno mettere in fila le parole, portano dentro un groviglio fatto di aspettative, entusiasmo e paura. Lo stesso impasto che proviamo noi adulti quando finiscono le ferie e si torna al lavoro, «solo che il loro sistema per reggerlo è più piccolo, perché abita un corpo e un cervello ancora in costruzione». A dare voce a questo squilibrio è Maria Cristina Boccacci, pedagogista, che da anni osserva da vicino cosa succede nelle famiglie nelle settimane a cavallo di settembre.
Il paradosso del bambino "contento"
Non tutti i segnali sono così evidenti. Boccacci distingue due scenari solo in apparenza opposti. Da una parte i bambini più irritabili, con più capricci, risvegli notturni, un bisogno più intenso di braccia e coccole. Dall'altra quelli che sembrano entusiasti, magari perché coinvolti nella scelta dei quaderni o nell'organizzazione del materiale. A uno sguardo distratto, i primi sembrano in difficoltà e i secondi sereni. Ma agitazione positiva e ansia da prestazione sociale, spiega la pedagogista, si somigliano più di quanto pensiamo: «I segnali sono molto simili. L'unica differenza la possiamo fare noi con l'ascolto attivo, quindi mettere parola a quello che notiamo».
È qui, nello scarto tra entusiasmo vero e agitazione mascherata da entusiasmo, che si gioca gran parte del benessere emotivo dei figli. Le emozioni che il bambino non riesce a gestire da solo (perché non ha ancora gli strumenti per nominarle, non perché non le provi) non scompaiono: «Restano un carico che, a seconda di come viene accolto o ignorato dagli adulti, può incidere in modo positivo o negativo sull'intero percorso scolastico, fin dalla prima infanzia».
L'ansia che parte dai genitori
Ma se i segnali nei figli vanno decifrati con attenzione, c'è un livello ancora più a monte che raramente viene messo in discussione: quello dei genitori stessi. Ci sono domande che si affollano nella testa di ogni madre e padre a fine agosto, ammette per prima Boccacci: «Avrò comprato il materiale giusto? Riuscirà a superare quest'anno scolastico? Troverà dei buoni compagni? La maestra e il professore saranno adeguati per lui?». Interrogativi legittimi, che diventano un problema quando si trasformano in paragone costante: «Noi genitori facciamo continuamente confronti tra i nostri figli e i figli degli altri - magari ad alta voce proprio nel cortile della scuola - e pensiamo che loro non ci ascoltino». Un "avrà già imparato a leggere e scrivere appena arrivato a scuola?", un "sarà il più bravo della classe?" pronunciati distrattamente davanti al bambino, secondo la pedagogista, non restano parole nell'aria: mettono il figlio di fronte a una competizione continua, ancora prima che varchi la porta della scuola. Domande legittime, spiega Boccacci, che diventano un problema quando si trasformano in paragone costante: «Noi genitori facciamo continuamente confronti tra i nostri figli e i figli degli altri e pensiamo di non venire ascoltati, anche se parliamo ad alta voce e in loro presenza». Un "avrà già imparato a leggere e scrivere appena arrivato a scuola?", un "sarà il più bravo della classe?" pronunciati distrattamente davanti al bambino, secondo la pedagogista, non restano parole nell'aria: mettono il figlio di fronte a una competizione continua, ancora prima che varchi la porta della scuola. Ed è qui che si chiude il cerchio: «Questa ansia da prestazione noi la trasferiamo in maniera osmotica ai nostri figli», dice Boccacci. Con un impatto che cambia tra primaria e secondaria ma che in entrambi i casi porta il bambino a un'unica conclusione: «Se i miei genitori sono agitati, allora anch'io dovrò essere agitato. C'è qualcosa che qualcuno si aspetta da me».
I numeri del fenomeno
E non si tratta di impressioni sporadiche: dietro c'è un fenomeno che la ricerca conferma su scala molto più ampia di quanto si immagini.
Boccacci cita un dato che dà la misura del problema: il 20% dei ragazzi in età scolare o prescolare soffre di disturbi d'ansia, spesso legati proprio all'ansia da separazione che si manifesta nei primi ingressi a scuola, tra gli 8 e i 12 mesi di vita. Un disagio che nei più piccoli si traduce in segnali fisici concreti (mal di stomaco, vomito, insonnia) e nel bisogno costante di restare attaccati a un adulto. Se non ascoltata per tempo, avverte la pedagogista, quell'ansia non si esaurisce da sola ma si stratifica: «Si trasforma poi in un vero e proprio disturbo d'ansia generalizzato che il ragazzo e il bambino si porta avanti nel corso degli anni».Non è un problema che riguarda una minoranza di famiglie particolarmente fragili, ma un fenomeno diffuso, come conferma un secondo dato, questa volta relativo ai ragazzi più grandi. Da una consultazione pubblica tra circa 7.500 studenti italiani della scuola secondaria, promossa dall'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza, emerge che il 51,4% dei ragazzi soffre in modo ricorrente di stati di ansia o tristezza prolungati. Il 49,8% lamenta un eccesso di stanchezza, il 46,5% dichiara di provare nervosismo. E ancora: il 29% ha frequenti mal di testa e il 25,4% dichiara di non dormire bene. Numeri che, letti insieme, restituiscono l'immagine di un disagio che accompagna gli studenti italiani ben oltre il singolo giorno del rientro a scuola.
Cosa dire ai figli
Di fronte a numeri come questi, generiche rassicurazioni di circostanza come un "non c'è niente di cui preoccuparsi" non possono essere sufficienti. Boccacci suggerisce parole precise, calibrate sull'età del figlio. Con i più piccoli, che ancora faticano a mettere in ordine ciò che provano, basta spesso nominare in anticipo quello che sta per accadere: «Stiamo per tornare a scuola? A scuola troverai i tuoi amici», suggerisce la pedagogista, per poi ancorare la giornata a una certezza semplice ma decisiva: «Qualsiasi cosa succeda, mamma e papà saranno sempre lì con te, anche se non ci vedi». Con i più grandi, che il linguaggio delle emozioni lo padroneggiano già ma non per questo sono più attrezzati a gestirle, la stessa funzione di contenimento la svolge la struttura della giornata: orari fissi, una routine scandita, un risveglio dolce al posto di un'alzataccia improvvisa. Un impalcatura che, spiega Boccacci, «va bene dai 0 ai 100 anni», perché «la certezza di un orario noto - a che ora si esce, chi verrà a riprendere, cosa si farà dopo - permette al bambino di proiettarsi sul rientro a casa anche nel mezzo di una giornata difficile». Il punto di equilibrio, però, va cercato prima di tutto dagli adulti stessi, non dai figli. «Non bisogna mai sdrammatizzare, minimizzare, ma neanche esagerare», insiste la pedagogista: capire dentro di sé cosa davvero agita del rientro a scuola - la separazione, la paura di non essere all'altezza del percorso del figlio - è il primo passo prima di poter offrire ai bambini quelle parole di cui hanno davvero bisogno.
Dietro le storie più estreme - ragazzi che smettono di presentarsi agli esami, che arrivano a fingere una laurea inesistente pur di non deludere le aspettaive di casa - Boccacci non vede un crollo improvviso: «Non ci si arriva così dall'oggi al domani. Sono piccoli stati d'ansia in cui siamo stati assenti, in cui non abbiamo messo parola, non abbiamo messo rinforzi positivi». Ed è da qui che nasce l'indicazione più semplice, e insieme la più difficile da mettere in pratica ogni giorno: a ogni bambino e ogni adolescente, prima ancora dei quaderni giusti o del materiale scolastico completo, serve sapere che esiste almeno un posto nel mondo dove non deve dimostrare nulla. Un luogo - anche solo una casa, una voce, un abbraccio alla fine della giornata - dove non è "uno fra tanti", come rischia di sentirsi tra i banchi, ma resta unico e accolto così com'è, con le sue paure comprese. È in questa certezza, più che in qualsiasi lista della spesa di inizio settembre, che si gioca il vero rientro a scuola dei figli. Come lo riassume Boccacci, in una frase che vale come promessa più che come rassicurazione: «Tu per me vali sempre, tu per me vali tutto, tu sei sempre abbastanza per me».
Ultimo aggiornamento: mercoledì 16 settembre 2026, 08:19
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