Elephants

«Ristoranti vietati ai bambini? Sono sintomo di una società che ha perso il buonsenso». Cosa dice la legge e cosa il galateo

September 23, 2026

Ventisei coperti, luci soffuse, nessun seggiolone in vista: da qualche settimana l'Hostaria 2.0 di Lesmo, in Brianza, si presenta così ai suoi clienti. Il titolare non ha nascosto il perché: dopo una recensione da una stella lasciata da una cliente con un bambino di 18 mesi, ha deciso di eliminare menu baby e seggioloni e di rivendicare pubblicamente, in un video diventato virale, il suo locale come «il primo childfree della Brianza», pensato per garantire «un'esperienza adulta e tranquilla». Si è difeso con una frase che è già diventata il manifesto involontario di questa battaglia culturale: «Non odiamo i bambini, non abbiamo nulla contro le famiglie e non stiamo invitando nessuno ad averne». È bastato perché la polemica arrivasse in Regione: l'11 settembre l'europarlamentare Pierfrancesco Maran e la sindaca di Lesmo Sara Dossola hanno proposto una mappa dei locali "family friendly", come contro-narrazione al caso.

Una società che ha perso il buonenso

Questione di mancanza di rispetto nei confronti delle famiglie da parte dei ristoratori o - al contrario - dei genitori verso chi preferirebbe godere di una cena senza correre il rischio di sentire il pianto di un bambino? A rispondere è Elisa Motterle, trainer italiana certificata dall'International Etiquette & Protocol Academy di Londra: «Per me i ristoranti childfree sono sintomo di una società che ha perso il buonsenso». Ed è proprio partendo da questa frase che vale la pena capire cosa racconti davvero un episodio come quello di Lesmo, che di isolato ha ben poco.

Cosa dice la legge

Il primo equivoco da sciogliere, prima ancora di parlare di buone maniere, è giuridico: in Italia un ristorante non può, in teoria, vietare l'ingresso ai bambini. Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (art. 187 del Tulps) impedisce a un esercizio pubblico di rifiutare una prestazione senza un motivo legittimo, e l'età non lo è. Per questo nessun locale espone un cartello esplicito: si gira attorno al divieto agendo sui servizi, non sull'accesso dichiarato. Sparisce il seggiolone, sparisce il menu bambini, e il messaggio arriva comunque. Un vuoto che Motterle legge esattamente come il sintomo di cui parla: il problema, per lei, non è la scelta di un contesto per soli adulti in sé - è la prima a dichiararsi favorevole, «se vuoi fare una cena in uno stellato, è chiaro che non è un contesto adatto ai bambini» - ma il fatto che si debba arrivare a dichiararlo con un video pubblico invece che lasciarlo alla naturale vocazione di un locale. Per spiegarlo usa un paragone: «immaginiamo un ristorante che vietasse l'ingresso alle persone con i capelli rossi.

Verrebbe riconosciuto all'istante come discriminatorio. Verso i bambini, la stessa esclusione trova una tolleranza diffusa, laddove la nostra società non la tollererebbe per nessun'altra categoria».

L'adultismo

Non è un caso che poche settimane prima che esplodesse il caso brianzolo, dall'altra parte delle Alpi il dibattito avesse già un nome: il 2 luglio 2026 la Commissione nazionale consultiva per i diritti umani francese si era espressa contro l'esclusione dei bambini dagli spazi pubblici, coniando il termine "adultismo" per descrivere una discriminazione sistemica basata sull'età. Una parola che a Motterle non serve per giudicare il singolo gestore di turno, ma per inquadrare un fenomeno più largo, «quello di una società sempre meno abituata alla presenza dei bambini». Il meccanismo che descrive è circolare: «meno bambini si vedono in giro, più cresce l'insofferenza verso di loro, in un cortocircuito che finisce per coinvolgere anche chi bambino lo è ancora». Ma la responsabilità, per lei, non è mai del bambino in quanto tale «ma l'idea che tanti hanno che la loro presenza basti a sospendere le regole della convivenza». Da qui la distinzione che le sta più a cuore: «Un figlio non va limitato nella sua natura di bambino, ma va accompagnato a riconoscere i contesti. Il genitore, prima ancora del ristoratore, ha il compito di scegliere quello giusto».

Parola d'ordine: negoziare

C'è poi ciò che casi come quello di Lesmo lasciano sullo sfondo, e cioè ciò che manca. Motterle distingue due carenze diverse: quella dei locali pensati esplicitamente per accogliere famiglie - pochi, se si escludono le strutture come gli agriturismi, dove l'informalità rende quasi automatica la tolleranza - e una carenza più profonda, quella di spazi dove «i bambini possano essere bambini e basta», senza la sorveglianza costante che oggi la responsabilità genitoriale impone. A chiudere, una parola sola: negoziare. «La società civile non è quella in cui nessuno disturba mai, ma quella in cui chi disturba se ne accorge e cerca di limitare il fastidio agli altri», dice Motterle. Vale per il genitore che porta il figlio al ristorante, vale per il gestore che deve decidere chi accogliere. Il rischio, altrimenti, è quello fotografato proprio dal caso Lesmo: che a vincere sia sempre e solo la dimensione dell'io - di chi recensisce, di chi si difende, di chi rivendica - dimenticando che nella stessa sala, allo stesso tavolo, ci sono sempre anche gli altri.


Ultimo aggiornamento: mercoledì 23 settembre 2026, 08:27

© RIPRODUZIONE RISERVATA