Tredici anni dopo i giudici della seconda Corte di Appello non hanno avuto dubbi: è stato lui ad aprire le porte al manipolo di incendiari; è stato lui a pretendere di fare l’ultimo giro di perlustrazione; è stato lui a lasciare che quelle fiamme divorassero un vanto della cultura (e del mondo della ricerca) napoletana. In poche parole, c’è un responsabile della distruzione di Città della Scienza. Una ricostruzione che ha spinto i giudici a condannare di nuovo l’ex vigilante Paolo Cammarota: cinque anni e quattro mesi, il verdetto. Incendio doloso in concorso con altri complici rimasti senza volto, senza nome e forse anche senza un movente chiaro. Tredici anni dopo lo sfregio di Coroglio, il pendolo della giustizia torna a dare forza alle indagini della Procura di Napoli, all’epoca condotte dai pm Ida Teresi (oggi magistrato in forza alla Procura nazionale di Gianni Melillo) e Michele Del Prete (oggi capo del pool contro i clan casalesi), sulla scorta di una serie di testimonianze e intercettazioni raccolte dalla Squadra Mobile. Quello della scorsa notte è tecnicamente il settimo processo che subisce Paolo Cammarota, in una traiettoria dibattimentale che non può dirsi ancora conclusa. Lette le motivazioni, l’ormai ex vigilante avrà modo di inoltrare un nuovo ricorso per Cassazione per chiedere l’annullamento della condanna.
Il pendolo
Una storia infinita, che conviene raccontare a partire dai punti fermi che hanno spinto i giudici della seconda Corte di Appello a firmare la nuova condanna per Cammarota. Dunque, quattro marzo del 2013. Un lunedì sera, in una città sotto choc per quanto accaduto poche ore prima lungo via Riviera di Chiaia, con il crollo di Palazzo Guevara di Bovino (miracolosamente senza feriti). Bastano una ventina di minuti a mandare in fumo Città della Scienza. Secondo gli inquirenti, le fiamme consumano una parte del museo di Coroglio tra i venti e i trenta minuti. Lingue di fuoco che nessuno, dall’interno della struttura, si premura di segnalare. Nessuno lancia l’allarme. Zero sos. Strano silenzio. Pensate, ad allertare i vigili del fuoco ci pensa un pescatore del borgo di Coroglio. Dal mare vede le fiamme e chiede aiuto, quando ormai tutto è compiuto. Ma su cosa fa leva la condanna firmata la scorsa serata? Intercettazioni e testimonianze. Pochi giorni dopo, Cammarota discute con una sua conoscente e racconta il malessere personale e di altri lavoratori che da mesi non ricevevano lo stipendio. Svela una sorta di retroscena che punta a rafforzare la pista interna, finalizzata a sbloccare i fondi di una polizza assicurativa per i casi di incendio doloso.
Il cambio
Poi ci sono le testimonianze. In particolare, la chiave di volta è nel confronto che avviene tra due vigilantes al cospetto dei pm. Da un lato Cammarota, dall’altro un collega. Stando a quanto emerso dal confronto, pochi minuti prima di chiudere il museo, Cammarota si sarebbe offerto di fare l’ultima ronda. Avrebbe chiesto e ottenuto dal suo collega di invertire i turni, di cambiare l’orario della perlustrazione. È in questo scenario che sarebbe stato disattivato l’allarme, consentendo a un gruppo di incendiari di fare il lavoro sporco. Una squadra in azione, diversi inneschi su pali e campane, impianti e strutture che sembravano lubrificati ad arte. Da quella notte, i vertici di Città della Scienza chiedono giustizia. Sono costituiti parte civile, una presenza in aula che ha svolto un ruolo di impulso e di garanzia in una girandola processuale che ora attende una probabile contromossa dell’unico condannato per lo sfregio di Coroglio.