L'appuntamento è via Zoom, lo schermo si apre puntuale all’ora stabilita e nell’inquadratura appare seduta in salotto Rooney Mara, classe 1985, capelli neri tirati indietro, T-shirt bianca, viso all’apparenza senza trucco, ritratto perfetto di una donna con i piedi per terra e con un accento chiarissimo (è di Bedford, nello Stato di New York, cittadina conosciuta proprio per una cadenza più pulita e chiara dello stereotipato americano). A irrompere nel sobrio quadro domestico e a scaldare l’atmosfera ci pensano le voci dei bambini, di 6 e 2 anni avuti con il marito Joaquin Phoenix, che giocano e schiamazzano. Lei sembra richiamarli sporadicamente con lo sguardo, e vengono subito in mente quei video di giornalisti e politici con i figli che entrano in scena durante le dirette, e al loro tentativo di arginare l’invasione. Molto vero, e molto normale.
Speciale è invece l’occasione dell’intervista, l’uscita di L’Interdit Elixir di Givenchy, nuova interpretazione gourmand de L’Interdit a cui Rooney Mara presta il volto dal 2018. Una storia lunga, con un nuovo capitolo al sentore di amarena. Ed è anche l'opportunità per farci raccontare del suo nuovo film dalla trama intrigante. Scelta che non sorprende, guardando alla sua carriera costellata di interpretazioni che hanno lasciato il segno.
Lontana dagli stereotipi della celebrity culture, è tra le attrici più interessanti della sua generazione, capace di attraversare la storia del cinema contemporaneo scegliendo personaggi che raramente si assomigliano. In Millennium – Uomini che odiano le donne è Lisbeth Salander, la geniale cyberpunk che le è valsa la prima candidatura all’Oscar. Poi è diventata Therese in Carol, di Todd Haynes, ruolo che le ha fatto vincere il premio come Miglior Attrice al Festival di Cannes nel 2015 e la seconda nomination agli Academy Awards. Ha prestato il volto e il corpo a Maria Maddalena, dove si è innamorata di Joaquin Phoenix, restituendo alla figura religiosa una fisicità lontana dall’iconografia tradizionale. E ora, in Bucking Fastard, progetto che segna la prima collaborazione sullo schermo con la sorella maggiore Kate Mara, di Werner Herzog, in concorso all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Tutte donne diverse tra loro, unite da un filo comune: la capacità di abitarle senza mai renderle simili, restituendo ogni volta una storia unica. Come l'impronta che lascia un profumo speciale o un abito couture.
Potente talismano color rubino, il nuovo L’Interdit Elixir Eau de Parfum si fa più intenso e seducente. Con note di amarena sublimata dal sentore di mandorla amara, bouquet di fiori bianchi e un accordo di rum, essenza di davana ed estratto di vaniglia, Givenchy (da 93 €).
Quando ha indossato per la prima volta un capo Givenchy, ha sentito subito che era “casa”?
La prima volta è stato per la première di Millennium – Uomini che odiano le donne, a Londra. Era un pezzo couture straordinario. In quel periodo, dopo aver interpretato quel ruolo, il red carpet mi metteva in imbarazzo, non mi sentivo a mio agio nel mio corpo. Ma ricordo quell’abito come un privilegio immenso, come indossare un’opera d’arte. Da quel momento non ho più smesso di amarli.
Il profumo di cui è testimonial propone una nuova interpretazione, L’Interdit Elixir, in un’evoluzione costante dell’idea originaria. Lo accosta in qualche modo al mestiere della recitazione?
Spero sia proprio così che funzioni la recitazione, specialmente quella autentica: non arrivare con uno schema prestabilito, ma essere abbastanza preparati da dimenticare tutto ciò che si è imparato e presentarsi al momento presente, reagendo in tempo reale a ciò che accade.
Questo continuo divenire la affascina?
È l’ideale: entrare in uno stato di flusso, senza pensare a come si vuole che una cosa “arrivi” o “suoni”. Sto rileggendo The Creative Act di Rick Rubin, che parla molto di questo: quando si crea qualcosa bisogna restare aperti e disponibili, non arrivare con un’idea o un piano già definito, ma lasciare che le cose evolvano. Quindi sì, anche per un profumo: perché non continuare a farlo evolvere, a farlo cambiare? Penso sia proprio questo il bello della creazione.
Ha detto che certe fragranze evocano emozioni. C’è una "memoria olfattivo", che non vorrebbe mai perdere?
Può sembrare poco raffinato, ma è l’odore dei miei bambini. Non esiste altro profumo al mondo: nessuno potrebbe mai imbottigliarlo, ed è il più bello che esista.
C’è una fragranza che appartiene a un personaggio che ha interpretato?
Durante le riprese di Millennium, molti degli abiti erano curati da una donna, Agatha, che era anche creatrice di profumi: lavava i costumi con essenze specifiche. E per tutte le riprese ho indossato "quell'odore". Ancora oggi, se lo sento, mi riporta esattamente al set. Un mix ambrato molto muschiato, con del patchouli, note terrose miste a sentori floreali. Proprio l'essenza di quel personaggio.
Qual è il super potere che le ha dato la recitazione?
Non so se lo definirei un vero superpotere, ma direi quello di essere una persona empatica, capace di mettersi nei panni di qualcun altro. Può anche trasformarsi in una maledizione se non si hanno confini, consapevolezza e coscienza di sé.
Parliamo di Bucking Fastard, la storia - ispirata a fatti realmente accaduti - di due gemelle, Jean e Joan, che scavano un tunnel sotto una montagna alla ricerca di una terra immaginaria dove l’amore vero è possibile. Quando ha letto la sceneggiatura qual è la prima scena che ha visualizzato?
Werner, il regista, aveva allegato anche circa quindici pagine di immagini, ed è quello che ho visualizzato subito, avevo già "il disegno" davanti agli occhi: tutte grotte, cunicoli. Ho letto il copione e pensando “è una follia”, ne sono rimasta immediatamente affascinata, e ho voluto parlargli subito.
Cosa rappresenta per lei il tunnel? Un atto di fede, una via di fuga, altro?
Per me non è una fuga, è la liberazione di un mondo interiore condiviso, che nessun altro può vedere. Queste due sorelle parlano con un’unica voce, scavano insieme questo tunnel: sono costrette a scavare il proprio amore nella terra, perché è l’unica cosa che resta loro, l’unica capace di fare eco.
In questo film la terra immaginaria non esiste su nessuna mappa, ma vive nell’istinto di chi ci crede. Lei ci crederebbe?
Sì, senza dubbio. Non so se scaverei per quindici anni ogni giorno in quella grotta – ah detestavo stare lì dentro – ma amo l’idea. Ciò che ho fatto per amore, lo rifarei: scaverei per amore, e ci crederei. Ma, detto letteralmente, non passerei quindici anni a scavare in quel buco.
Come descriverebbe sua sorella?
Uno dei miei primi amori, la mia prima musa: essendo la maggiore, la seguivo ovunque, avrei fatto qualunque cosa mi chiedesse. Giocavamo a fare famiglia – lei era sempre la mamma, io il papà, o il bambino – e non mi importava, purché stesse con me. Poi, a un certo punto, ha smesso di voler divertirsi con me: è stata una delle mie prime, vere delusioni d’amore. Per questo, tornare a “giocare” insieme sul set è stato meraviglioso.
Come si gestisce la familiarità sul lavoro? È una risorsa o può diventare anche un ostacolo?
Entrambe le cose. È una risorsa, perché essendo cresciute insieme riusciamo a “diventare una cosa sola” con naturalezza. Ma è anche complicato: con chi ti conosce così bene, è difficile fingere di essere qualcun altro.
Avete un linguaggio tutto vostro, come il titolo del film, che nasce da uno scioglilingua delle gemelle?
Sì, anche se non sapremmo definirlo con precisione. Capita che rispondiamo nello stesso modo, con lo stesso gesto, nello stesso istante. E questo ci fa ridere!
Come ci si preparare a lavorare con registi dalla visione così radicale?
Non credo ci si possa davvero “preparare”: ci si arrende, piuttosto. Funziona sempre così, per me, sono la stella polare. Mi fido, con Werner mi sono fidata che ciò a cui tendeva fosse più grande della mia idea di ciò che era possibile.
Il film si apre con una premessa scomoda: "l'amore vero esiste ma non qui", è d'accordo?
Sono una romantica, credo profondamente nell’amore. Ma sono d’accordo che, prima di trovarlo in qualcun altro, bisogna scavare dentro di sé.
E cos'è "l'amore vero"?
Essere disposti a crescere per l’altro. Per me è proprio questo: una volontà di continuare a scavare verso qualcuno, verso qualcosa, o verso se stessi. Non è una questione di tempo: è una disponibilità costante a scavare verso l’altro. •
