Montréal, anno 2009.
I quarti di finale del Canada Open sono perfetti e rispecchiano quei quarti teorici, proiettati a inizio torneo, che poi puntualmente non si verificano praticamente mai. [1] Federer – [7] Tsonga, [3] Murray – [8] Davydenko, [5] Roddick – [4] Djokovic, [6] Del Potro – [2] Nadal]. A dimostrazione di quanto sia alto il livello dell’epoca, nonostante la presenza dei Big 3 ad aggiudicarsi il titolo sarà Andy Murray in finale contro Juan Martin del Potro, rimontato 6-7 7-6 6-1.
Montréal, anno 2026.
17 anni dopo la situazione è diametralmente opposta. Per la prima volta dal 1990, da quando cioè esistono i Masters 1000, non ci sarà neanche un top 6 ai trentaduesimi di finale di un torneo di categoria. Qualcosa di simile era accaduto soltanto a Roma 1991 – una vita fa – quando si fermarono tutti i top 5 a questo punto. A differenza di quell’edizione degli Internazionali d’Italia però, dove comunque 4 top 5 giocarono effettivamente il torneo, in questa occasione 4 top 5 a Montréal non sono neanche scesi in campo. Sinner e Djokovic hanno rinunciato, Alcaraz è ancora alle prese con l’infortunio al polso, Auger-Aliassime si è fermato in allenamento per un problema alla schiena. A completare il disastro ecco l’eliminazione all’esordio di Zverev con Griekspoor, che unita a quelle di Medvedev e Fritz, lasciano a De Minaur e Shelton il compito di tenere alta la bandiera della top 10. Due giocatori, l’australiano e lo statunitense, che tendenzialmente con giocatori sulla carta più forti di loro non vincono mai.
Ma si sa, se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo. E così, se già questa moria di top players non fosse sufficiente per gli organizzatori, ecco che oltre ad Auger-Aliassime anche Shapovalov e Diallo si sono dovuti ritirare durante i loro match contro Svajda e Darderi. Pochissime speranze si nutrivano intorno a Draxl, Chan e Galarneau, tutti fuori all’esordio. 0/6 per il Canada dopo i primi due turni. “Non mentirò, speravamo che Félix potesse vincere almeno un paio di partite qui a Montréal, c’è grande hype intorno a lui. È il giocatore di cui parlano tutti e tutti volevano sapere quando avrebbe giocato – ha detto la direttrice del Canada Open Valerie Tetreault -. È abbastanza strano poter annunciare con un giorno d’anticipo che una sessione è effettivamente sold out, non abbiamo più biglietti da vendere ed eravamo fiduciosi che sarebbe andata così anche ogni volta che avrebbe giocato. Però credo che siamo fortunati perché qui a Montréal ci sono tanti grandi fan che amano il tennis, comprando i biglietti con largo anticipo e senza aspettare chi effettivamente giocherà. Questo è anche uno dei motivi per cui non c’è grande differenza tra il torneo maschile e quello femminile, di cui siamo molto orgogliosi. Siamo fiduciosi che la gente continuerà a venire e a sorridere, anche se dobbiamo darci tutti un pochino di tempo per digerire la notizia”, conclude Tetreault.
Le conseguenze dei ‘1000’ annacquati
Se l’anno scorso poteva esserci l’attenuante della vicinanza in calendario con Wimbledon (due settimane di stacco contro le tre di quest’anno) e due anni fa quella delle Olimpiadi (giocate la settimana precedente in un altro continente e su un’altra superficie), quest’anno proprio non ci sono scuse. La realtà dei fatti resta che questo torneo è forse il ‘1000’ meno appetibile in assoluto.
Eppure il recente passato ha sempre dimostrato il contrario. Dal 2003 al 2019 l’albo d’oro del Canada Open recita i nomi di Andy Roddick (una volta), Roger Federer (2), Rafael Nadal (5), Novak Djokovic (4), Andy Murray (3), Jo-Wilfried Tsonga e Alexander Zverev (una vittoria a testa). A parte Tsonga, solo campioni Slam. Dal 2021 in avanti (nel 2020 non si è giocato per via della pandemia da Covid-19) a vincere il torneo sono stati Medvedev, Carreno Busta, Sinner, Popyrin e Shelton. Per gli ultimi 4 si è trattato del primo – e finora unico, Sinner escluso – trionfo in un Masters 1000, a dimostrazione di quanto negli ultimi anni il torneo si sia aperto sempre di più.
Conseguenza inevitabile, questa, della riforma dei ‘1000’ allungati, che non piace ai big ma che dà la possibilità a giocatori più indietro in classifica di intascare assegni più corposi, che sembrano durare molto più del dovuto ma che permettono ai tornei di vendere complessivamente più biglietti. La coperta, però, resta corta: se si tira da una parte, non si può pensare che l’estremo opposto non si scopra.
La direzione dell’ATP è chiarissima: nessun passo indietro, anzi. Il Masters 1000 in Arabia dal 2028 è la prova lampante di un sistema che tenderà sempre di più a privilegiare la quantità rispetto alla qualità. In questo modo si darà sempre a più atleti la possibilità di vivere di tennis, ma allo stesso tempo non si può continuare a pensare che chi non ha bisogno di questi tornei per vivere di tennis li giochi tutti o quasi. E così, se i Big 3 hanno cominciato a disertare alcuni ‘1000’ dai 30 anni in avanti, non stupisca se Sinner e Alcaraz hanno avviato questa pratica ben prima di loro. Bisognerà abituarsi all’idea che i Masters non saranno più un evento così esclusivo come per ora tendono a restare gli Slam e che in questo modo la forbice con i Major, ma anche tra gli stessi tornei, si allargherà ancora di più. A lungo andare, Indian Wells potrà essere preferito a Miami, tra Madrid e Roma potrebbe nascere una staffetta, il Canada Open potrebbe cedere il passo a Cincinnati. A ogni decisione segue una conseguenza, soltanto il futuro saprà dirci se quella dell’ATP sarà stata saggia o avventata.