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San Gennaro Vesuviano, il sogno spezzato di Ahmed caduto in un vivaio e morto: l’aveva investito un collega

October 18, 2026

Di giorno il lavoro in un vivaio, la notte a dormire in un centro di accoglienza e una data cerchiata in rosso sul calendario che ora appare beffarda e crudele: quella del 14 ottobre. Proprio quel giorno, infatti, Ahmed Reza, 31 anni, doveva andare in Questura a Napoli per farsi mettere un timbro sul permesso di soggiorno, necessario per il rinnovo. Quel timbro non arriverà mai più e, comunque, non serve: Ahmed ha perso la vita venerdì sera, dopo un’agonia durata diversi giorni. La sua morte è frutto dell’ennesimo incidente avvenuto sul lavoro. Era il 12 ottobre, a San Gennaro Vesuviano. Ahmed lavorava regolarmente per un consorzio agricolo che gestisce un vivaio. Secondo i primi accertamenti dei carabinieri sarebbe stato urtato da un muletto in manovra, guidato da un altro bengalese, e sarebbe poi caduto da un’altezza considerevole. Trasportato all’ospedale del Mare di Napoli, vi è rimasto cinque giorni, fino al decesso.

L’inchiesta

Sono stati i medici ad allertare i carabinieri della stazione di San Gennaro Vesuviano: fino a quel momento nessuna forza di polizia era stata informata dell’infortunio. La procura ha disposto il sequestro della salma per l’autopsia e quello del muletto. Sul caso indagano i carabinieri, il Nucleo ispettorato del lavoro e il personale dell’Asl, chiamati a ricostruire la dinamica dell’incidente e a verificare le condizioni di sicurezza in cui Ahmed e gli altri operai svolgevano il proprio lavoro. Quanto al silenzio dei primi giorni, toccherà agli inquirenti stabilire perché nessuno abbia segnalato l’infortunio. Lavorava regolarmente, precisano i carabinieri, e la questione riguarda dunque le misure di sicurezza adottate nel vivaio. Ahmed viveva al centro di accoglienza Craf di San Gennaro Vesuviano.

La storia

In Italia era arrivato nel 2023, dopo un viaggio lunghissimo e pericoloso, passato per la Libia e concluso su un barcone. Qui era solo. Un cugino è in Portogallo, avvisato soltanto ora, e dall’altra parte del mondo la madre, rimasta sola dopo la morte del padre qualche anno fa. Era partito in cerca di fortuna, con il sogno di far arrivare un giorno anche lei. Dal Bangladesh alla Libia, dalla Libia al mare aperto, dal mare a un vivaio ai piedi del Vesuvio: un tragitto lungo, fatto da solo. Il decreto per il permesso di soggiorno lo aveva ottenuto soltanto a settembre. Restava l’ultimo passaggio, la procedura da completare in Questura il 14 ottobre. Succede così che la burocrazia e la sorte si diano appuntamento quasi lo stesso giorno: alla Questura di Napoli qualcuno avrebbe dovuto apporre un timbro su un documento intestato a un uomo che nel frattempo lottava per sopravvivere in un letto d’ospedale. Intorno a lui, a San Gennaro Vesuviano c’è da anni una massiccia presenza di bengalesi. Giovani uomini arrivati da soli, che trovano posto nei laboratori, nelle campagne e nei vivai grazie al passaparola dei connazionali. Vittima e conducente del muletto venivano dallo stesso Paese, dentro la stessa rete di relazioni. Chi arriva trova quasi sempre un connazionale che lo conosce, un letto, un posto in fabbrica. Ahmed aveva il suo tra le piante, si stava specializzando nel settore. A tutelare la memoria di Ahmed sono ora gli amici, che hanno incaricato l’avvocato Antonello Leone di seguire la vicenda. La salma resta a disposizione dell’autorità giudiziaria, in attesa che l’autopsia chiarisca le cause del decesso.