Il rito delle affiliazioni, la spartizione del territorio per il controllo della droga, vendette, spedizioni punitive e le regole del "Medaglione con diritto alla catena". A fare luce su contesto e sulle complesse dinamiche della Scu nel Nord Salento è un nuovo collaboratore di giustizia della frangia squinzanese, arrestato nel blitz “Core”. Le sue dichiarazioni sono confluite in due verbali resi alla pm della Dda Giovanna Cannarile e ai carabinieri del Nucleo investigativo di Lecce, ora depositati nel processo “Escape” per tre dei 43 imputati che hanno scelto il rito abbreviato.
Il racconto del pentito ruota attorno all'alleanza strategica tra il gruppo di Squinzano, riconducibile a Luigi Guadadiello (ucciso davanti casa il 13 giugno 2023, il giorno dopo l’ultimo summit) e un 50enne di Campi Salentina (il suo nome è nelle carte dell’inchiesta Escape), riconducibile al clan De Tommasi.
Un “gemellaggio” fondato sul rispetto territoriale e sull'obbligo di comunicare ogni nuova affiliazione per evitare incomprensioni e guerre intestine.
Il referente campiota, costantemente armato o scortato da guardaspalle, - secondo il racconto - gestiva un sistema di recupero crediti legati allo spaccio. La spietatezza del gruppo sarebbe emersa in tutta la sua drammaticità nell'episodio di due fratelli, impiegati in un distributore di carburanti a Campi, costretti a ripianare i propri debiti di droga erogando benzina gratis ai mezzi del clan tramite le schede aziendali.
Le ritorsioni non risparmiavano nessuno: un ristoratore della zona, prima aggredito fisicamente nelle cucine del suo locale e obbligato a offrire cene a tutto il gruppo, ha poi subìto l'esplosione di un ordigno bellico che ne ha distrutto l'auto e danneggiato la struttura.
Il controllo del territorio passava anche da rigidi codici di appartenenza e riti di sangue. L'affiliazione avveniva tramite un taglio sull'avambraccio, garantendo l'ingresso diretto con la dote della "Santa" (quinto livello), mentre la promozione alla "Sesta" richiedeva la pungitura di un ago sotto l'indice della mano destra. Al vertice della piramide vi era il "Medaglione con diritto alla catena", grado apicale rivestito sia da Guadadiello che dal 50enne di Campi, che sanciva il potere sul territorio.
Per imporre questo predominio, i clan necessitavano di un flusso continuo di cocaina e armi. Mentre il gruppo di Campi acquistava mensilmente fino a un chilo e mezzo di droga dalla frangia alleata, garantendo sulla piazza di Novoli uno smercio di due chili al mese, il pentito avrebbe svelato l’esistenza di una vera armeria clandestina. In una masseria sulla provinciale Squinzano-Casalabate, un uomo non solo riparava le armi, ma fabbricava artigianalmente proiettili modificati per fucili AK-47 Kalashnikov, resi altamente perforanti.
I verbali del neo collaboratore di giustizia rappresentano ora un elemento utile alle ricostruzioni della Dda di Lecce sull’attività della criminalità sul territorio nel Nord Salento.