
Un gruppo di migranti torna in Marocco partendo dal centro di accoglienza temporanea CETI alla volta del valico di frontiera, sotto la scorta di soldati della fanteria spagnola, nell'exclave spagnola di Ceuta (Afp)
Roma, 8 agosto 2026 – Una crisi diplomatica che somiglia molto a una baruffa di politica interna. Un indice di integrazione europea, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno. Se non fosse che ne va della credibilità delle istituzioni nazionali e comunitarie. E di Schengen, terreno che Stefano Manservisi conosce dall’interno per aver guidato gli Affari interni della Commissione Ue. A suo giudizio, dietro l’escalation tra Spagna e Italia c’è soprattutto calcolo.
La richiesta di Madrid all’Italia di interrompere i controlli entro era fondata?
“Era soprattutto una mossa politica, così come è stata una mossa politica quella dell’Italia”.
L’Italia ha forzato le regole?
“Il controllo delle frontiere interne è uno strumento previsto, ma Roma ne ha fatto un uso strumentale. La possibilità che i migranti irregolari arrivati a Ceuta potessero riversarsi in Italia era praticamente nulla e non giustificava una risposta di questo tipo”.
Nel comunicato di ultimatum all’Italia, Madrid lamenta un problema di discriminazione degli spagnoli: ha ragione?
“Quando si introducono controlli alle frontiere marittime e aeroportuali, chi arriva dalla Spagna può essere sottoposto a controlli a campione. Ma se il problema riguarda cittadini di Paesi terzi e movimenti irregolari, con quale criterio si sceglie chi esaminare? In base al colore della pelle?”.
Quanto è pericoloso che due grandi Paesi dell’Unione inizino a rispondersi con controlli alle frontiere interne?
“Molto. Dimostra che non c’è la volontà di trovare una soluzione a problemi comuni come i flussi migratori in entrata e in uscita. Prevale l’agenda dell’ultimo minuto”.

Stefano Manservisi, già direttore generale della Commissione Ue per Migrazione e Affari interni
Schengen, dunque, sta diventando sempre più fragile?
“Le eccezioni sono previste dal sistema: ogni Paese può temporaneamente ripristinare i controlli ai confini, entro limiti precisi. Il problema è la distanza tra i fatti e la reazione politica che producono. Qui la risposta appare sproporzionata”.
L’Europa non ha voce in capitolo?
“Teoricamente sì. La notifica motivata del Paese membro che decide di ripristinare i controlli arriva a Bruxelles e viene valutata. In questo caso la Commissione non ha mostrato una grande volontà di intervenire: ci sono evidentemente ragioni politiche, legate agli equilibri tra il Ppe guidato da Weber, le destre e il governo Meloni”.
L’Europa ha oggi una strategia credibile per governare i flussi migratori?
“No, per due motivi. La migrazione legale resta essenzialmente nelle mani degli Stati. L’Ue ha invece competenze su frontiere, Schengen, asilo e parte delle politiche migratorie. È un’asimmetria strutturale dovuta ai trattati”.
Non c’è soluzione?
“Una vera dimensione europea della politica migratoria non ci sarà finché l’Unione non si occuperà anche della migrazione legale e dei lavoratori di cui le nostre economie hanno bisogno. Anche perché, una volta entrate legalmente, queste persone si muovono all’interno di uno spazio europeo”.
Gli hub e le procedure d’asilo nei Paesi terzi possono diventare parte della soluzione?
“Finora non è successo. Non risolvono il problema dei rimpatri, per esempio. Quindi bisogna migliorare la cooperazione con i Paesi di origine e transito. Il modello spagnolo in Senegal, Mauritania e Marocco, per esempio, ha funzionato. Lo dico per averlo osservato con i miei occhi”.
Non a Ceuta, però.
“Quella mi è sembrata una manovra orchestrata dall’esterno, non un movimento migratorio spontaneo”.
L’Europa è davvero sotto scacco, come sostiene qualcuno?
“No. Parliamo di fenomeni che possono essere gestiti e per i quali esistono strumenti, purché non vengano trasformati artificialmente in emergenze politiche. Serve solidarietà: oggi a Ceuta come ieri a Lampedusa”.