Un gruppo di ricercatori dell’Università di Stanford ha individuato nei platelminti una forma di difesa immunitaria finora sconosciuta. Alcune cellule, ribattezzate “ruptoblasti”, reagiscono a un ormone esplodendo in pochi secondi e liberando sostanze capaci di distruggere ciò che si trova nelle vicinanze.
Il processo è così rapido e completo che, nell’arco di pochi minuti, della cellula non resta quasi traccia. La scoperta, pubblicata sulla rivista Cell, potrebbe offrire spunti per sviluppare trattamenti mirati contro infezioni e tumori. I protagonisti dello studio sono piccoli vermi acquatici noti per la loro straordinaria capacità di rigenerarsi. Anche quando vengono tagliati in parti, riescono a ricostruire i tessuti mancanti e, talvolta, a formare organismi completi. La ricercatrice Chew Chai stava studiando se questi animali fossero in grado di distinguere i propri tessuti da quelli di un altro individuo. Per verificarlo, ha unito longitudinalmente parti appartenenti a vermi differenti, creando organismi che il gruppo ha definito “Frankenstein”. I platelminti hanno rigettato i tessuti estranei con una reazione infiammatoria intensa, simile per funzione al rigetto di un organo trapiantato nell’uomo, ma basata su un meccanismo diverso.
La scoperta della ruptosi
Durante il rigetto, i livelli dell’ormone activina aumentavano e innescavano un’infiammazione cronica. Attraverso microscopia su cellule vive e citometria a flusso, i ricercatori hanno isolato quelle sensibili all’ormone. Una popolazione si apriva improvvisamente, scaricava il proprio contenuto tossico e scompariva entro cinque minuti. Il fenomeno è stato chiamato “ruptosi”. A differenza di altre forme esplosive di morte cellulare, che possono richiedere ore, qui tutto avviene in un intervallo compreso tra pochi secondi e alcuni minuti (intanto le cellule viventi programmate potrebbero diventare un'arma contro i tumori).
Ruptoblasti e possibili applicazioni mediche
I ruptoblasti sono riusciti a eliminare batteri Escherichia coli, cellule renali umane e cellule del sangue di topo. Il danno, però, restava confinato vicino al punto dell’esplosione, senza provocare reazioni a catena o tossicità persistente. Questa precisione potrebbe renderli un modello utile per immaginare terapie capaci di colpire tumori o infezioni senza danneggiare ampie porzioni di tessuto sano.
Cellule simili sono state trovate soltanto in alcuni animali molto antichi dal punto di vista evolutivo. I vertebrati potrebbero aver perso questa strategia perché non possiedono la stessa capacità dei platelminti di riparare rapidamente i danni circostanti. Studiare organismi spesso trascurati, sostengono gli autori, potrebbe quindi rivelare meccanismi immunitari completamente nuovi. Intanto questa potrebbe essere la cosa più vicina mai scoperta al "vaccino universale".
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