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Scuola, corsi di italiano e tetto 30% di stranieri: il Colle corregge il decreto

September 23, 2026

«L'assegnazione delle classi è effettuata, ove possibile, raggruppando alunni dello stesso gruppo linguistico, che comunque non devono superare il numero di cinque per ogni classe». E ancora: «Sembra opportuno ripartire gli alunni stranieri in ragione di qualche unità soltanto per classe, al fine di agevolarne la naturale integrazione linguistica». Recitava così la circolare numero 205 del 1990, firmata dall'allora ministro dell'Istruzione Sergio Mattarella e citata ieri da Meloni. Un testo che però, con il provvedimento a cui lavora il governo, rischia di avere poco a che spartire.

Le correzioni del Quirinale

Dal Quirinale nulla trapela sulla "chiamata in causa" del capo dello Stato da parte della premier. Ma per chi conosce il presidente, mettere sullo stesso piano le due misure è un po' come confondere pere e mele. Innanzitutto perché una circolare (in cui le espressioni utilizzate sono «ove possibile» e «sembra opportuno») non è una legge. Una circolare può essere disapplicata, se mancano i presupposti o se è impossibile farlo, anche senza conseguenze (come dimostra il caso del documento firmato da Mariastella Gelmini che già prevedeva il tetto al 30%). Una legge no. Circolare, quella di Mattarella, che insisteva molto sul capitolo dell'integrazione, prevedendo ad esempio un potenziamento dei corsi di italiano. Ne inviò anche una seconda, l'allora ministro, la numero 301, in cui si chiedeva di «garantire alla generalità degli immigrati l'esercizio del diritto allo studio» e di «valorizzare le risorse provenienti dall'apporto di culture diverse». Qualcuno, in ambienti vicini al presidente, la definisce «un inno all'interculturalità». E poi c'è l'elefante nella stanza: quei testi risalgono a 36 anni fa. Un'altra era.

Meloni su un aspetto ha ragione: non c'è una contrarietà del capo dello Stato a regolare il tema. Di certo l'intento di non dare vita a classi-ghetto è condiviso, Mattarella l'ha messo in chiaro due giorni fa da Amatrice. Ma bisogna anche evitare di alzare "barriere", "includere" e non "lacerare", o respingere. Ed è proprio su questo fronte che si sta lavorando, tra il Colle e il ministero dell'Istruzione, rispetto al decreto che dovrebbe approdare domani in Cdm.

Non è sullo strumento normativo in ogni caso (dl o ddl), che si sono concentrate in queste ore le perplessità degli uffici giuridici del Quirinale. Il nodo, semmai, sono i contenuti. Che devono essere, va da sé, compatibili con la Costituzione. Che stra i suoi pilastri sancisce, all'art.34, il diritto allo studio. A una scuola «aperta a tutti», anche ai figli di stranieri. E allora, si sono chiesti al Colle, che cosa succederebbe se in un istituto non si riuscisse a restare entro il tetto del 30%? Gli studenti che non parlano l'italiano sarebbero "dirottati" in altri istituti vicini. E se anche in quelli fosse impossibile rispettare la proporzione? Si può immaginare di chiedere alle famiglie di mandare a scuola i ragazzi in un polo scolastico lontano chilometri? Oppure di far "traslocare" studenti di madrelingua italiana per riequilibrare le percentuali? Difficile. Specie in realtà dove il rischio è quello dell'abbandono scolastico. Il ministro Valditara ha parlato di specifiche "deroghe", di un ruolo per gli uffici scolastici regionali, di risorse ad hoc da investire. Sono gli aspetti che le interlocuzioni tra Quirinale e ministero puntano a chiarire. Sapendo che difficilmente il Colle avallerebbe soluzioni che possano finire per ostacolare la frequenza scolastica di chi non parla l'italiano.

Il confronto

Il primo punto del confronto riguarda le eventuali "ricadute" giuridiche. Che succede se un istituto si vede costretto a disapplicare la legge perché il tetto del 30% agli stranieri è impossibile da rispettare, a meno di non voler escludere gli stranieri? Il preside finirà indagato? Sono di questo tipo le domande che ci si fa al Colle. E che hanno reso necessarie una serie di limature - o forse di vere e proprie correzioni - sul testo.

Un faro, quello del Quirinale, puntato anche su altri nodi, come i corsi di lingua per i genitori dei ragazzi stranieri. Un obbligo che dev'essere calato nella realtà, la valutazione fatta. Come si concilia la frequenza di un corso di italiano con un lavoro magari impegnativo? Una soluzione potrebbe essere quella di prevedere nei contratti collettivi un monte ore da dedicare a questo scopo. Almeno per chi il contratto ce l'ha. Discorso a parte per il divieto di burqa e velo integrale, che una sentenza del Consiglio di Stato ha ammesso in alcuni casi, perché si è in presenza di un "giustificato motivo" di natura religiosa. Come si vogliono superare i paletti piantati da quella pronuncia? Questioni difficili da risolvere con un semplice colpo di penna o di bianchetto. E così le parole d'ordine in questa fase sono "ponderazione", "riflessione". Al Colle ne hanno raccomandate in abbondanza.

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