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Scuola, i dubbi del Colle sul tetto agli stranieri di Meloni: i nodi e il caso della circolare firmata da Mattarella

September 23, 2026

Non è uno stop. Ma neanche un via libera. Non ancora, almeno. Tra il Colle più alto e il ministero dell’Istruzione le linee telefoniche sono roventi. Si sta lavorando, e lo si sta facendo alacremente, al provvedimento sulla scuola che dovrebbe approdare giovedì in Cdm. Decreto legge (e quindi con requisiti di urgenza) come vorrebbe Palazzo Chigi oppure ddl, dunque con un percorso parlamentare e tempi necessariamente più lenti, non è ancora chiaro. Non è sullo «strumento», in ogni caso, che si sono concentrate in queste ore le perplessità dei giuristi di Sergio Mattarella. Il nodo, semmai, sono i contenuti. Che devono essere, va da sé, compatibili con la Costituzione. Che tra i suoi pilastri sancisce, all’articolo 34, il diritto allo studio. A una scuola – come ha ricordato il capo dello Stato da Amatrice inaugurando l’anno scolastico – «aperta a tutti». Anche ai figli di stranieri. 

I nodi

Il caso è finito al centro delle polemiche di queste ore. Con Giorgia Meloni che, dal salotto tv di Cinque minuti, ha ricordato una circolare firmata proprio da Mattarella, quando era ministro dell'Istruzione.

Correva il 1990. E l'allora ministro invitava a rispettare «ove possibile» il tetto di cinque alunni stranieri per classe, oltre che a «valorizzare le risorse provenienti dall'apporto di culture diverse». Ma una circolare non è una legge. Può essere disapplicata, se mancano i presupposti. Come dimostra il caso della circolare Gelmini, varata nel 2010.

E allora, si sono chiesti al Colle, che cosa succederebbe se in un istituto non si riuscisse a restare entro l’annunciato tetto del 30% agli stranieri in classe? Si formeranno altre classi? Già, ma dove trovare i fondi? Oppure gli studenti che non parlano sufficientemente bene l’italiano sarebbero “dirottati” in altri istituti vicini? E se anche in quelli fosse impossibile rispettare la proporzione di tre su dieci? Difficile immaginare immaginare di chiedere alle famiglie di mandare a scuola i ragazzi in un polo scolastico lontano magari chilometri, dall’altra parte della città, o magari  di far “traslocare” studenti che parlano l’italiano negli istituti dov’è più alto il numero dei giovani di seconde generazioni. Tanto più perché in molte realtà il vero problema si chiama abbandono scolastico. Sono questi gli aspetti che il filo diretto con Quirinale punta a chiarire. Tenendo in mente che difficilmente il Colle avallerebbe soluzioni che possano ostacolare la frequenza scolastica di chi non parla l’italiano. 

«Ponderazione»

Il confronto con gli uffici giuridici del capo dello Stato è in corso, si lavora per incastrare i pezzi del mosaico in tempo per giovedì. Lavori in corso: limature, correzioni. Nessuna contrarietà del capo dello Stato a regolare il tema, perché di certo (come ha ripetuto Mattarella due giorni fa) l’intento di non dare vita a classi-ghetto è condiviso. Ma bisogna anche evitare di alzare «barriere», aveva messo in chiaro il presidente. «Includere» e non «lacerare» o respingere. Ecco allora che il faro del Colle è stato puntato anche su altri aspetti dell’annunciato provvedimento. Come l’obbligo dei corsi di lingua per i genitori dei ragazzi stranieri. Un obbligo che dev’essere calato nella realtà, è la valutazione che è arrivata dal palazzo che fu dei papi. Prendiamo il caso di una badante impegnata per molte ore al giorno che iscrive il proprio figlio a scuola ma non conosce bene la lingua: come si concilierebbe la frequenza di un corso di italiano con il suo lavoro? Una possibile soluzione potrebbe essere quella di prevedere nei contratti collettivi nazionali un monte ore da dedicare a questo scopo. Almeno per chi il contratto ce l’ha, certo. 

L’intenzione degli uffici del Colle è insomma quello di valutare attentamente le concrete ricadute del provvedimento. Specie se destinato a entrare in vigore ad anno scolastico già iniziato. Discorso a parte per il divieto di burqa e velo integrale, che una sentenza del Consiglio di Stato ha ammesso (nonostante il divieto di occultamento del volto in un luogo pubblico) poiché esiste un «giustificato motivo» di natura religiosa. Come si intendono superare i paletti piantati da quella pronuncia? Occorre «ponderazione», «riflessione», sono le parole d’ordine in questa fase. Al Colle,  sturidando il provvedimento, ne hanno raccomandate in abbondanza. 

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