Il riscaldamento globale sta mettendo a dura prova anche gli animali più resistenti del pianeta di fronte alle alte temperature e alla scarsità d’acqua disponibile, spingendo al limite la sopravvivenza dei cammelli nel Nord Africa e nel Corno d’Africa, aree che ospitano circa l’80% della popolazione mondiale di questi mammiferi. Alla questione, sconosciuta fino a non molti anni fa, ha dedicato un approfondito servizio l’emittente britannica Bbc. Facendo riferimento a diversi studi scientifici pubblicati più o meno di recente, gli autori sottolineano come cammelli e dromedari, rinomati da secoli come le insostituibili «navi del deserto» per la loro straordinaria capacità di sopportare l’aridità e le elevate temperature, stanno cedendo di fronte a sempre più frequenti e intense ondate di calore. Il servizio riporta resoconti di allevatori secondo i quali l’innalzamento delle temperature sta provocando in questi mammiferi un picco di malattie, problemi agli occhi e alla pelle, criticità legate alla disidratazione e una mortalità senza precedenti tanto tra i cuccioli quanto tra gli esemplari adulti.
Nella regione di Afar, nell’Etiopia nord-orientale, uno dei luoghi più caldi e aridi della Terra, le testimonianze dei mandriani descrivono quadri drammatici e sofferenze fisiche mai viste prima negli animali. Ali Umer, un allevatore di 40 anni che possiede circa 500 esemplari, ha raccontato direttamente alla Bbc: «Vedo i miei cammelli soffrire per il caldo estremo. Si formano vesciche sulle loro zampe, i loro occhi diventano acquosi e la sabbia rovente brucia la loro pelle e consuma il loro pelo quando si siedono. Persino il vento, che un tempo portava aria fresca, ora porta calore».
Le osservazioni empiriche dei pastori trovano piena conferma nelle indagini e nei dati scientifici più recenti condotti nell’area. Uno studio focalizzato sulla percezione degli allevatori nell'Etiopia meridionale ha rilevato che «gli intervistati hanno riferito che il cambiamento climatico e la variabilità hanno influito sulla salute, sulla produttività e sulle prestazioni riproduttive dei cammelli». La situazione appare ancora più critica nella vicina Somalia, dove una ricerca pubblicata a giugno basata su un campione di circa 6.000 famiglie di pastori ha rivelato che la mortalità da siccità ha colpito quasi il 46% dei nuclei familiari proprietari di cammelli, toccando nel distretto settentrionale di Sool un «tasso di mortalità sbalorditivo di quasi il 73%».
Tra l’altro, a peggiorare le condizioni biologiche di cammelli e dromedari intervengono l’insorgenza di patologie da stress termico e la carenza di assistenza veterinaria sul territorio. Hassan Nuya Guyo, ufficiale veterinario nella contea di Marsabit, nel nord-est del Kenya al confine con l’Etiopia, ha spiegato alla Bbc la gravità dello scenario clinico: «Stiamo riscontrando un aumento significativo dei casi di ipertermia nei cammelli, a seguito dei quali contraggono infezioni multiple». Il medico veterinario ha inoltre confermato l’impatto letale del fenomeno registrato sul campo negli ultimi tempi, affermando che «negli ultimi due anni, abbiamo registrato un aumento di oltre il 15% delle morti di cammelli nella nostra contea a causa del caldo estremo».
Secondo un altro studio condotto nel Corno d’Africa, la prevalenza delle malattie tra i cammelli e la conseguente riduzione della loro produzione di latte sono il risultato degli effetti dei cambiamenti climatici, tra cui lo stress da calore. Una situazione simile si sta verificando anche in Nord Africa. Uno studio condotto in Algeria e pubblicato quest’anno ha evidenziato un aumento significativo della mortalità dei cammelli durante le ondate di caldo estive.
Non solo. Dai resoconti risulta che l’aumento delle temperature agisce anche in modo indiretto, riducendo drasticamente le fonti d’acqua, la vegetazione pascolabile e le zone d’ombra disponibili, compromettendo le funzioni metaboliche essenziali di cammelli e dromedari. Molti allevatori, che in passato avevano sostituito bovini e capre con i cammelli proprio per la loro nota resistenza di fronte al caldo e alla scarsa disponibilità di acqua, si trovano ora costretti a migrare in modo permanente verso sud nel tentativo di salvare il proprio bestiame. Senza interventi strutturali mirati, quali la fornitura strategica di acqua, l’integrazione alimentare nei periodi critici e un rafforzamento dei servizi veterinari, l’animale simbolo della resistenza al deserto rischia di trasformarsi nella principale vittima della crisi climatica in corso.