Un nuovo studio mostra come le rese del riso diminuiscano dell'8,1% per ogni grado Celsius di riscaldamento globale, circa il doppio della perdita stimata dai modelli tradizionali

Rappresenta la coltura alimentare di base per oltre la metà della popolazione mondiale, ma è sottoposta a pressioni erosive che ne minacciano il futuro. Parliamo del riso la cui produzione risulta oggi in crisi tra temperature superiori alla norma, carenza di fertilizzanti e rincari dei carburanti.
Attenzione: non si tratta ancora di una crisi dell’offerta globale. Nonostante i produttori asiatici prevedano un calo per questo 2026, al momento il mondo dispone di ampie scorte grazie ad anni di rese eccezionali; l’India, la più grande esportatrice, da sola conserva ben 42 milioni di tonnellate di riso.
La vera crisi per ora è a livello dei mercati locali, come quello italiano dove siccità e ondate di calore si sommano alla perdita di redditività causata dalle importazioni low cost. Il tutto portando ad un progressivo calo delle aree risicole nazionali.
Le minacce strutturali del cambiamento climatico
Le preoccupazioni, tuttavia, vanno ben oltre la contingenza attuale. Se gli shock geopolitici e le dinamiche di mercato sono crisi temporanee, il cambiamento climatico rappresenta una minaccia strutturale che continua inesorabilmente ad avanzare. E i rischi sono facili da immaginare.
Le risaie sono un sistema di coltivazione ad alta intensità idrica che risente inevitabilmente della siccità. E nonostante prediliga il caldo al freddo, le ondate di calore estremo sono in grado di compromettere la capacità di impollinazione dei suoi fiori.
Non solo. Il riscaldamento globale sta rendendo le rese agricole sempre più imprevedibili, mentre le crescenti concentrazioni di anidride carbonica rendono questo cereale meno nutriente. È infatti stata osservata una forte correlazione tra gli effetti dell’aumento della CO2 e la concentrazione di proteine, ferro, zinco e vitamine essenziali nella pianta.
Il tutto mentre gli analisti stimano che nei prossimi decenni la produzione globale di riso debba aumentare di circa il 15-20% per soddisfare la domanda alimentare.
Per attuare efficaci strategie di adattamento è però essenziale conoscere l’impatto del climate change. Non solo quello derivante dal progressivo aumento delle temperature medie ma anche quello legato alle ondate di calore, fenomeni sempre più violenti e prolungati.
Gli effetti di temperature medie ed eventi estremi
Per provare a guardare nel futuro del comparto viene in aiuto lo studio Vulnerability to high temperature shapes global warming impacts on rice yield, pubblicato su Science Advances da un gruppo di scienziati del Potsdam Institute for Climate Impact Research. Il team si era dato un obiettivo preciso: valutare la vulnerabilità della produzione di riso globale ai cambiamenti climatici.
Non è la prima volta che il mondo scientifico si approccia alla questione. Trattandosi del cereale più consumato al mondo, questo alimento ha una lunga bibliografia di studi alle spalle che generalmente identificano un rischio di calo di resa tra -2,3 e -8,3% per ogni °C di riscaldamento. E valori fortemente differenti a seconda del sito geografico. Con stime così discordanti è difficile immaginare una risposta omogenea e puntuale al problema. Ma soprattutto viene da chiedersi il motivo di queste evidenti oscillazioni.
Come sottolineato dagli scienziati del PIK la questione è tutta nell’approccio alla materia. Molti studi non distinguono chiaramente tra gli effetti più graduali dell’aumento delle temperature medie e i danni acuti causati da ondate di calore estreme. “Questi due aspetti del riscaldamento – spiega il team – influenzano la resa attraverso percorsi fisiologici distinti”.
Da un lato, infatti, un clima costantemente più caldo accelera la crescita della pianta e ne aumenta il ‘metabolismo notturno’, lasciandola con meno energia per far maturare i chicchi. Dall’altro, i picchi di caldo anomalo durante fasi chiave come la fioritura causano veri e propri traumi ai tessuti della pianta, compromettendo direttamente la formazione del raccolto.
Tuttavia senza separare questi due fattori è difficile identificare con chiarezza i rischi a livello locale. Per colmare questa lacuna i ricercatori hanno condotto esperimenti sul campo in 12 risaie cinesi e li hanno integrati ai risultati di 214 osservazioni sul campo in Asia, America ed Europa con sette modelli colturali.
I risultati dello studio
Lo studio ha permesso di portare alla luce diversi risultati interessanti, primo fra tutti che il calore estremo è il fattore dominante alla base delle perdite di resa del riso dovute al riscaldamento globale. In oltre il 70% dei siti osservati, l’esposizione a temperature superiori a 30 °C ha rappresentato più della metà della variazione assoluta della resa. Ciò ha anche permesso di confermare come i vecchi modelli, ignorando questa distinzione, abbiano sottostimato i cali della produzione legati al climate change. Gli esperimenti in situ hanno confermato infatti un calo di resa del -8,3% per ogni °C di riscaldamento in più.
“Si tratta di un salto davvero significativo per i modelli”, ha commentato Christoph Müller, scienziato del PIK e coautore dello studio. “Sottolinea il ruolo delle temperature estreme nelle perdite previste, non solo delle temperature medie. Intuitivamente, ciò ha senso: quando controlliamo le previsioni del tempo in estate per sapere come affrontare il caldo, cerchiamo la temperatura massima giornaliera, non la temperatura media”.
Le regioni più vulnerabili? Quelle dell’Asia Meridionale e Sud-orientale, dove i vecchi modelli sottostimavano drammaticamente le perdite. Nel dettaglio per Pakistan, India e Bangladesh, le perdite stimate nella produzione di riso passano dal -2,1% al -6,6%. In Thailandia, Filippine e Myanmar dal -3,7% al -7,7%.
Come tutelare la produzione di riso (e il clima)
In ogni caso lo studio offre un monito per le risaie di tutto il mondo, Italia compresa dal momento che si sta scaldando quasi al doppio della velocità media globale. Ecco perché gli autori sottolineano l’importanza delle misure di adattamento per la produzione di riso che proteggano le colture nella loro fase riproduttiva, come ad esempio lo sviluppo e l’adozione di varietà resistenti al calore. O la modifica delle date di semina, l’ottimizzazione delle pratiche di irrigazione e il miglioramento della qualità del suolo.
Non dimenticando un fattore essenziale: il riso è anche responsabile del 9-11% delle emissioni globali di metano, un potente gas serra. Il che significa non solo dover proteggere questa coltura dagli effetti avversi dei cambiamenti climatici, ma anche renderla sempre meno una causa.
La buona notizia? È possibile farlo senza diminuire la resa grazie ad una serie di soluzioni “climaticamente intelligenti“. Secondo uno studio del 2026 del Boston College la riduzione dell’uso di fertilizzanti e dell’applicazione di residui colturali, la gestione dell’irrigazione in modo da prevedere periodi di siccità tra quelli allagati e la riduzione della lavorazione del terreno potrebbero, nel loro insieme, ridurre le emissioni globali di gas serra derivanti dalla coltivazione del riso di circa il 10% entro la metà del secolo.