Aleksandar Vučić lascia la presidenza della Serbia e si prepara a tornare al centro della politica da candidato premier. Il presidente serbo ha formalizzato domenica 27 settembre le dimissioni, annunciando che il giorno successivo avrebbe trasferito le funzioni alla presidente del Parlamento, Ana Brnabić, che assumerà l'incarico di presidente ad interim.
La mossa arriva a meno di otto mesi dalla scadenza naturale del suo secondo mandato presidenziale e alla vigilia di un voto che potrebbe rappresentare uno dei passaggi politici più delicati per la Serbia degli ultimi anni.
Quando si vota in Serbia
Le elezioni parlamentari anticipate sono fissate per domenica 25 ottobre 2026. Il decreto di scioglimento del Parlamento e di convocazione del voto è stato firmato il 9 settembre.
I serbi saranno chiamati a eleggere i 250 deputati dell'Assemblea nazionale. È questo il voto al quale Vučić vuole partecipare come candidato del suo Partito progressista serbo (SNS), con l'obiettivo di tornare alla guida del governo.
La sua candidatura alla presidenza non sarebbe stata possibile: la Costituzione gli impedisce di ottenere un terzo mandato. Da qui la scelta di lasciare anticipatamente il palazzo presidenziale e puntare sulla carica di primo ministro. Le elezioni parlamentari non coincidono però con quelle presidenziali.
Dopo le dimissioni di Vučić dovrà infatti essere eletto anche un nuovo capo dello Stato: secondo quanto annunciato dallo stesso presidente uscente, le presidenziali dovranno svolgersi entro la fine di dicembre.
Perché Vučić si è dimesso
La decisione arriva dopo quasi due anni di proteste antigovernative guidate soprattutto dagli studenti. La mobilitazione è iniziata dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, il 1° novembre 2024, nel quale morirono 16 persone. Le manifestazioni hanno progressivamente assunto un carattere più ampio, con richieste di maggiore trasparenza, lotta alla corruzione e responsabilità politica.
Il movimento studentesco si presenta ora alle elezioni con una propria lista, sostenuta anche da forze dell'opposizione. Il voto del 25 ottobre sarà quindi anche una prova della capacità dell'opposizione e del movimento nato dalle proteste di trasformare la mobilitazione di piazza in consenso elettorale.
Vučić, al potere come presidente o primo ministro dal 2014, punta invece a mantenere il controllo politico del Paese attraverso il Parlamento e, in caso di successo del suo partito, attraverso il governo.
Perché il voto interessa anche l'Europa
La Serbia non è un Paese qualsiasi nei rapporti tra Occidente e Russia. Si trova al centro dei Balcani occidentali, è candidata all'ingresso nell'Unione europea ma mantiene una politica di neutralità militare e non aspira a entrare nella Nato. Allo stesso tempo coopera con l'Alleanza attraverso il programma Partnership for Peace. È proprio questa posizione a rendere particolarmente importante l'esito politico del voto.
Belgrado cerca infatti di mantenere aperti contemporaneamente più canali: da una parte il percorso verso l'Unione europea, dall'altra gli storici rapporti con Mosca e, più recentemente, relazioni economiche e diplomatiche con altri attori internazionali. L'Unione europea considera la Serbia un Paese candidato e continua a sostenere il suo percorso di adesione. Ma Bruxelles chiede anche a Belgrado di allinearsi maggiormente alla politica estera e di sicurezza comune dell'Ue.
Serbia e Russia: il nodo delle sanzioni
Il punto più delicato riguarda la Russia. Dall'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina, la Serbia ha condannato alcuni aspetti dell'aggressione e sostiene formalmente l'integrità territoriale dell'Ucraina, ma non ha aderito alle sanzioni europee contro Mosca. La Serbia mantiene inoltre importanti legami energetici, economici, politici e culturali con la Russia.
Secondo un'analisi del Servizio studi del Parlamento europeo aggiornata nel 2026, Belgrado ha continuato a mantenere una politica di neutralità militare e un allineamento solo parziale alla politica estera e di sicurezza dell'Ue, rifiutando di adottare le sanzioni contro la Russia.
È una posizione che Vučić ha difeso anche recentemente. A luglio, durante il vertice di Kiev tra Paesi dell'Europa sudorientale e Ucraina, il presidente serbo non ha firmato la dichiarazione finale che prevedeva nuove sanzioni contro la Russia e ulteriori impegni militari a sostegno di Kiev.
E la Nato?
Anche qui la situazione è particolare. La Serbia non è membro della Nato e non punta ad aderire all'Alleanza. Allo stesso tempo, però, Belgrado mantiene un dialogo istituzionale con la Nato e partecipa dal 2006 al programma Partnership for Peace. L'Alleanza dichiara di rispettare la neutralità militare serba.
Il rapporto con la Nato è inoltre inevitabilmente legato al Kosovo. La missione KFOR dell'Alleanza è presente sul territorio kosovaro e continua a garantire sicurezza sulla base della risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu. La Serbia non riconosce l'indipendenza del Kosovo.
Per questo qualsiasi cambiamento della linea politica di Belgrado viene osservato con attenzione non soltanto a Bruxelles e Washington, ma anche a Mosca e nelle altre capitali dei Balcani.
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