Elephants

Shelton: «Per diventare un grande giocatore bisogna alzare il proprio livello minimo»

August 16, 2026

Fresco del successo di Montreal, dove ha confermato il titolo conquistato dodici mesi prima a Toronto, Ben Shelton si presenta al Cincinnati Open con la fiducia di chi sta attraversando uno dei momenti migliori della propria carriera. Per lo statunitense, riuscire a imporsi nuovamente nel Masters 1000 canadese, per di più in una città diversa, ha avuto un significato che va ben oltre la semplice difesa dei punti conquistati nel 2025.

Nel corso del Media Day di Cincinnati, Shelton ha raccontato soprattutto il lavoro compiuto dopo la dolorosa eliminazione di Wimbledon: tre settimane di allenamento intenso in Florida, senza praticamente concedersi una pausa. Un modo per trasformare la delusione in carburante e intervenire sugli aspetti del proprio tennis che quella sconfitta aveva messo in evidenza.

Ma il passaggio forse più interessante riguarda ciò che, secondo il ventitreenne americano, separa un ottimo giocatore da un campione. Non tanto aumentare il proprio picco massimo, quanto «alzare il proprio livello minimo»: riuscire cioè a vincere anche nelle giornate in cui il tennis migliore non c’è.

Shelton ha parlato anche della crescente importanza del tennis universitario come strada verso il professionismo, del doppio che disputerà insieme a Tommy Paul e del rapidissimo passaggio dalle condizioni di Montreal al caldo e all’umidità dell’Ohio.

D. Innanzitutto congratulazioni per il titolo. Ti capita di fermarti a pensare a che risultato sia, al di là della semplice difesa dei punti? Tornare su un palcoscenico così importante e difendere il titolo: che significato ha per te?

Ben Shelton: «Sì, penso che mentalmente sia qualcosa di enorme per me. Non credo sia un’impresa semplice. Difendere qualsiasi titolo è davvero difficile, ma farlo soprattutto in una città diversa, in una città nella quale non avevi mai vinto un titolo prima… Voglio dire, è un torneo completamente diverso, anche se allo stesso tempo è lo stesso torneo.

Sono davvero contento di come sono riuscito a costruire il mio gioco durante il torneo e del livello al quale sono arrivato in finale. Tendo a giudicare le mie prestazioni molto più in base al livello di gioco che sento di aver espresso e non soltanto in base al risultato. È stato uno dei tennis migliori che abbia giocato, quindi sono molto contento».

D. A Wimbledon avevi definito quella sconfitta una delle più dure che avessi vissuto. La tua reazione è stata impressionante. Quale insegnamento puoi trarne per il futuro sul modo in cui sei riuscito a reagire e poi a rendere così bene nei tornei successivi?

Shelton: «Penso che a volte sconfitte del genere ti aprano davvero gli occhi oppure finiscano per aiutarti. Nel mio caso mi hanno permesso di individuare alcune cose che volevo davvero migliorare e mi hanno anche dato il tempo per lavorarci.

Ho avuto un lungo blocco di allenamento. Praticamente non mi sono preso del tempo libero, quindi sono potuto andare ad allenarmi nel caldo della Florida e lavorare duramente per tre settimane. Credo sia stato importantissimo per me.

E penso che dimostri anche che ogni volta che subisco una sconfitta difficile o esco presto da un torneo e ho tempo per allenarmi, posso fare quello che ho fatto questa volta: non lasciare che quella sconfitta mi condizioni o mi scoraggi, ma utilizzarla piuttosto come carburante.

Non sto dicendo che ogni volta che subisci una brutta sconfitta poi torni in campo e giochi in maniera fantastica. Però il tennis è uno sport nel quale, quando stai giocando bene, devi continuare ad alzare l’asticella e presentarti nuovamente, settimana dopo settimana, perché la stagione è lunga. Non puoi costruire un’intera annata su una sola settimana. Ma allo stesso tempo, quando non stai giocando bene, può bastare anche una sola partita per cambiare completamente la situazione».

D. Ascoltavo un’intervista a Brad Gilbert nella quale diceva che durante una stagione ci sono forse cinque partite nelle quali non riusciresti a battere nessuno perché semplicemente non è la tua giornata. E ce ne sono altre cinque nelle quali potresti battere Dio in persona. Ma sono tutte le altre partite, quelle nel mezzo, a determinare davvero la tua classifica. Come la vedi?

Shelton: «Penso che diventare un grande giocatore significhi alzare il proprio livello minimo. Come hai detto tu, quando gioco al mio massimo, quando esprimo il mio tennis migliore in assoluto, per chiunque diventa difficile battermi.

Credo che valga per tutti i migliori giocatori. Quando giocano al loro massimo livello è veramente difficile batterli. Ma la differenza la fanno le giornate nelle quali non senti altrettanto bene la palla: quelle in cui sei al 40%, al 70% e tutte quelle situazioni intermedie.

Se riesci ad alzare il tuo livello di base, il tuo livello minimo, allora puoi comunque riuscire a vincere anche nelle giornate che non sono buone.

Per me questa è la parte importante: avere un gioco di base al quale posso tornare, oppure con il quale posso iniziare un torneo al primo o al secondo turno. Magari non sto volando e non sto giocando con tutti i cilindri accesi, ma possiedo comunque abbastanza armi per riuscire a vincere. Penso che sia davvero importante».

D. Hai vinto Montreal, dove tutti e quattro i semifinalisti avevano giocato a tennis al college in qualche momento della loro carriera. Pensi che risultati importanti ottenuti da giocatori come voi possano incentivare le università a investire maggiormente nelle proprie squadre, soprattutto considerando le opportunità che ci sono oggi?

Shelton: «È strano, perché oggi nel tennis universitario vengono investiti davvero tanti soldi. Le cifre sono diventate folli. È incredibile quanto vengano pagati adesso alcuni ragazzi per andare al college.

Ci sono però alcuni programmi che in determinate università sono stati ridimensionati, ed è triste vederlo. Ma dal punto di vista economico penso che, per molti college, il tennis non sia uno sport che genera ricavi e credo che alcuni di questi tagli derivino da questo, oltre ovviamente al Title IX e ad altre ragioni.

Alla fine penso che alcune università guardino alla questione in questo modo.

Per quanto mi riguarda, credo che il tennis universitario sia diventato ormai una strada importantissima verso il professionismo, e molti giocatori se ne stanno rendendo conto. Penso che presto avremo diversi ragazzi che hanno giocato al college anche nella top 10 e credo che molti altri arriveranno dietro di loro.

È quindi un percorso fantastico, ma è certamente triste vedere cancellati alcuni programmi, compresi programmi contro i quali hai giocato».

D. Puoi raccontarci come tu e Tommy Paul avete deciso di giocare il doppio insieme a Cincinnati e come pensi che possiate inserirvi nel tabellone come coppia?

Shelton: «Penso che possiamo fare bene. Una delle volte in cui abbiamo giocato insieme abbiamo fatto bene a Miami, in un Masters 1000.

Ovviamente siamo anche compagni di squadra in Coppa Davis. Credo sia sempre positivo accumulare esperienza insieme agli altri americani con i quali potresti ritrovarti a giocare il doppio in futuro. Ma soprattutto siamo buoni amici e ci divertiamo molto».

D. Ti abbiamo visto allenarti già ieri, praticamente appena arrivato dal Canada. Quanto è folle una sequenza del genere? Com’è dover rimettersi immediatamente in modalità torneo?

Shelton: «È un déjà-vu, perché ho fatto la stessa cosa l’anno scorso. Però l’anno scorso ero molto più cotto. Adesso fisicamente sono in una buona situazione.

Qui fa molto più caldo ed è molto più umido rispetto a Washington e Montreal. Prendermi una giornata libera senza provare queste condizioni mi sarebbe sembrato uno spreco di tempo.

Voglio essere qui e fisicamente mi sento piuttosto bene. Oggi mi sento persino meglio. Mi sono allenato presto questa mattina e non vedo semplicemente l’ora di cominciare».

D. Cambiando completamente argomento: qual è il tuo posto preferito nella zona di Cincinnati, tennis center escluso?

Shelton: «La casa nella quale alloggio».

D. Kings Island?

Shelton: «Kings Island. Ci vado da quando avevo tipo quattro anni».