La divulgatrice scientifica, tra i volti più noti di Rai Scuola, commenta la decisione dell’azienda di chiudere il canale e portare i contenuti su Rai play. Al suo posto un nuovo canale “Italiana” dedicato alla promozione del territorio. «Su “Italiana” vedremo documentari molto belli sulla gastronomia e le attrazioni regionali, ma di programmi del genere la Rai è già stracolma. Di canali dedicati alla scienza, invece, avevamo solo quello, e lo abbiamo sacrificato»
Silvia, il tuo post di addio a Rai Scuola è diventato un vero caso culturale, totalizzando in pochissimi giorni oltre un milione di visualizzazioni e innescando una petizione che viaggia verso il traguardo morale delle 50.000 firme. Ti aspettavi una mobilitazione del genere per un canale che i vertici aziendali consideravano ormai sacrificabile?
Assolutamente no, è stato un moto di attenzione popolare del tutto inatteso e sorprendente. Rai Scuola, sul canale 57 del digitale terrestre, faceva ascolti modesti, nell’ordine di poche decine di migliaia di spettatori al giorno. Ma c’è una verità scomoda che la Rai finge di non vedere: negli ultimi due o tre anni il canale è stato letteralmente svuotato dall’interno. Non ci sono quasi più state nuove produzioni, andavano in onda quasi esclusivamente repliche. Io stessa, se accendo la televisione e vedo per la decima volta lo stesso documentario di Jim Al-Khalili che conosco a memoria, cambio canale. Il fatto che ci fossero ancora decine di migliaia di fedelissimi è un vero miracolo dopo anni di totale abbandono produttivo. Quando ho pubblicato quella foto di congedo, in cui io e i colleghi sorridiamo brindando con una birra per salutarci, pensavo di chiudere un capitolo già morto da tempo. Invece si è scatenata un’ondata di affetto travolgente che dimostra come il pubblico creda ancora in quel modello e nella nostra credibilità. È il segno che dobbiamo alzare la testa e fare questa battaglia ora che il ferro è caldo.
La difesa d’ufficio della Rai si basa sulla transizione digitale: i giovani non guardano la tv, quindi la divulgazione scolastica deve traslocare interamente sulla piattaforma RaiPlay. Perché questo ragionamento è un bluff?
È un comunicato stampa che ci tratta da sprovveduti, per non dire altro. Partiamo da un dato reale: qual è l’età media degli spettatori di RaiPlay? È abbondantemente sopra i sessant’anni. I ragazzi non frequentano quella piattaforma, ed è pura miopia pensare che ci andranno solo perché spegniamo il digitale terrestre. Se rinunciamo a produrre contenuti nuovi, RaiPlay diventa semplicemente un bellissimo archivio immobile, una specie di memoriale della televisione.
Ma la scienza si evolve ogni giorno. Settori come l’editing genetico o l’astronomia gravitazionale cinque anni fa erano completamente diversi o non esistevano in questa forma. Se non continui a aggiornare i contenuti mese dopo mese, offri agli studenti e ai docenti una scienza stantia, ferma alle definizioni dell’Ottocento.
C’è poi una questione tecnica cruciale che l’azienda omette: moltissimi dei bellissimi documentari stranieri, francesi o inglesi, che acquistavamo e trasmettevamo con successo, non possono essere inseriti su RaiPlay per complesse questioni di diritti internazionali. Potevano essere trasmessi solo sul canale lineare. Spegnendo il canale 57, l’accesso a quei materiali di altissimo livello va perduto per sempre.


Rai Scuola non era solo una vetrina di acquisti esteri, ma svolgeva una fondamentale opera di mediazione culturale. In cosa consisteva questo lavoro dietro le quinte?
Spesso acquistavamo documentari eccellenti ma risalenti alla fine degli anni Duemila o ai primi anni Dieci, quindi oggettivamente vecchi dal punto di vista scientifico. Il nostro lavoro di autori e conduttori consisteva nel contestualizzare quel materiale. Registravamo delle introduzioni e delle interviste con scienziate e scienziati italiani di oggi per spiegare come fossero andate avanti le ricerche nel frattempo, quali fossero i nuovi progetti del nostro Paese e dove fossimo posizionati nello scacchiere internazionale. Era una mediazione preziosa, curata nei minimi dettagli da una squadra affiatata che lavorava con passione, competenza e un immenso senso del dovere civico, pur essendo pochissimo retribuita e quasi invisibile all’interno delle dinamiche aziendali. Con questa chiusura progressiva, la Rai ha di fatto smantellato la redazione scientifica di Rai Cultura. È un danno enorme per la scuola, per gli enti di ricerca e per la stessa televisione pubblica.
A proposito di scuola, molti sottovalutano l’impatto che questi programmi hanno nel lavoro quotidiano degli insegnanti. Come si misura la reale utilità di Rai Scuola nelle aule?
Non si misura, o meglio, non con l’Auditel. Se un insegnante in classe accende la LIM (la lavagna interattiva multimediale) e proietta una puntata di Rai Scuola per svolgere la lezione, per i sistemi di rilevamento digitali compare un singolo, insignificante click.
Ma in realtà, dietro quel singolo click ci sono magari trenta teste di studenti che stanno seguendo un percorso didattico di qualità. E l’Auditel quel click non lo rivela nemmeno.
Comunque il modello della lezione frontale vecchio stile o la didattica a distanza d’emergenza mostrano ormai la corda. Avremmo bisogno di una televisione che entri attivamente nell’ambiente classe.
Come negli anni Novanta con “Il Grillo”, che promuoveva una didattica dell’ascolto e dell’interazione partecipata.
Esatto, invece, impoverendo l’offerta didattica e scientifica, lasciamo i docenti soli ad arrangiarsi con quello che trovano in rete.
Mi fa un effetto estremamente spiacevole e deprimente. Lavoro nella comunicazione scientifica da più di vent’anni e so bene che la scienza è un’impresa umana universale che, per sua stessa definizione, non riconosce frontiere nazionali o geografiche. Sostituirla con un canale che fin dal nome si ripiega sui propri confini e sul localismo più estremo è una drammatica perdita di orizzonte.
Sicuramente “Italiana” manderà in onda documentari molto belli sulla gastronomia e sulle bellezze regionali, ma di programmi del genere la Rai è già stracolma su tutte le reti principali. Di canali dedicati alla scienza, invece, avevamo solo quello, e lo abbiamo sacrificato.
Credo sia il frutto di scelte miopi dettate da giochi politici e piccolo cabotaggio dirigenziale. All’interno della Rai ci sono professionisti straordinari che parlano la nostra stessa lingua e credono fermamente nel servizio pubblico, ma evidentemente i vertici non conoscono la comunicazione scientifica contemporanea. Pensano che basti lasciare dei vecchi video a fare la muffa su RaiPlay per togliersi il pensiero.
Oggi si sente spesso ripetere che la televisione pubblica sia superata e che la vera divulgazione debba passare da YouTube e dai social network. Che ne pensi?
È una tesi filosoficamente e eticamente distorta. Gli enti di ricerca pubblici italiani ricevono milioni di euro di fondi pubblici per fare ricerca. Hanno l’obbligo istituzionale di comunicare i risultati alla società, la cosiddetta “terza missione”. Se lo Stato finanzia la ricerca scientifica ma non fornisce un canale pubblico per divulgarla, costringendo scienziati e istituti a sbarcare su YouTube per farsi autopromozione, stiamo letteralmente regalando risorse e contenuti pubblici a una multinazionale privata.
YouTube non è guidato dai principi etici del servizio pubblico: è una piattaforma privata concepita unicamente per trattenere l’attenzione degli utenti e monetizzarla attraverso algoritmi misteriosi. Se deleghiamo la divulgazione al mercato dei click e dei canali privati, saltano tutti i filtri di qualità e rigore scientifico.
A questo proposito, hai vissuto una vicenda personale emblematica con le logiche della monetizzazione di YouTube.
Sì, è una parentesi che apre uno squarcio inquietante sul funzionamento di queste piattaforme, e che nemmeno mi piace ricordare. Tempo fa, quando ero nel mirino dei complottisti delle scie chimiche, sono finita su un canale YouTube disgustoso chiamato “Gnocca Channel”.
Questo canale ha rubato spezzoni di un programma televisivo che conducevo a quel tempo, montandoli in video pornografici sulla mia biancheria intima. Quei video hanno totalizzato circa tre milioni di visualizzazioni. YouTube ha monetizzato tranquillamente su quei tre milioni di click spazzatura Io, ovviamente, non ho visto un centesimo e non ho ricevuto il minimo messaggio di scuse né dal canale né da YouTube. Mi chiedo: una piattaforma privata che specula e monetizza sulle mutande di una giornalista scientifica, è davvero il mezzo sicuro a cui lo Stato deve affidare la terza missione della ricerca scientifica pubblica?
Molti guardano con ammirazione ai giovani divulgatori nati sui social, che accumulano milioni di follower parlando di cultura. Pensi che possano sostituire l’autorevolezza della televisione pubblica?
Le logiche algoritmiche dei social sono spietate: per catturare l’attenzione umana in pochi secondi devi spesso ricorrere all’iperbole, alla bizzarria, diventando quasi dei personaggi bizzarri, dei “freak” della rete. Molti di questi divulgatori nati e cresciuti esclusivamente sui social finiscono prigionieri di quel meccanismo commerciale e del proprio personaggio. Chi ha una fisionomia professionale e intellettuale anche al di fuori della rete, come fortunatamente capita a me, può usare i social come strumento aggiuntivo.
Ma non possiamo confondere l’intrattenimento algoritmico con il servizio pubblico. Rai Scuola, pur con tutti i suoi limiti, i suoi budget microscopici e i costumi di scena vecchi di dieci anni che ereditavamo in redazione, garantiva una credibilità e un’autorevolezza istituzionale insostituibili. Se rimuovi il pivot della televisione pubblica, la scienza italiana perde il suo ponte diretto con la società e con le nuove generazioni. Ci impoveriamo tutti, non solo la scuola.
In conclusione vorrei dire un’ultima cosa: Rai Scuola è un servizio pubblico e non deve aver valore per la sua percentuale di share, che la confronta ai programmi dei pacchi, al calcio o a un film di prima serata. Ha un valore per il servizio pubblico che fa. Credo che la grande valanga di attenzione che stiamo ricevendo vada interpretata così, come un segnale d’affetto per quello che è pubblico: la scuola pubblica, la ricerca pubblica e anche, certo, la televisione pubblica.
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