Dopo anni di ritardi, la pubblica amministrazione italiana paga le imprese mediamente in meno di 30 giorni, più rapidamente delle aziende private. Dai risultati del Pnrr alla chiusura della procedura d’infrazione europea, ecco come è cambiato il rapporto tra Stato e fornitori e quali criticità restano ancora da risolvere.
Per anni è stata una delle contraddizioni più vistose dell’economia italiana. Lo Stato chiedeva alle imprese di pagare imposte, contributi, fornitori e dipendenti con precisione svizzera, mentre spesso saldava le proprie fatture con mesi di ritardo. Un sistema che costringeva soprattutto le piccole aziende a fare da banca alla pubblica amministrazione: lavori eseguiti, servizi erogati, forniture consegnate, ma incassi rinviati a tempo indeterminato.
Ora, a sorpresa, quella fotografia sembra essersi ribaltata. Le pubbliche amministrazioni italiane pagano mediamente le fatture commerciali in meno di 30 giorni, rispettando il limite ordinario previsto dalla direttiva europea contro i ritardi nei pagamenti. E battono in velocità le aziende private. A ricordarlo nei giorni scorsi è stata anche Giorgia Meloni, in un’intervista a Milano Finanza. Fra i risultati rivendicati dal presidente del Consiglio c’è quello di un comparto pubblico che «paga abitualmente le imprese entro 30 giorni», liberando liquidità e dando alle aziende un orizzonte più prevedibile. Il tempo medio di pagamento delle agenzie dello Stato è passato infatti dai 43,4 giorni degli importi emessi nel 2019 ai 27,2 giorni per quelli del 2025. Una riduzione di oltre 16 giorni in sei anni. In miglioramento anche la quota di conti pagati nei termini, salita dal 79,6% dell’importo delle ricevute emesse nel 2023, all’84,9% di quelle relative al 2025. Una bella notizia passata quasi inosservata.
Va ricordato che, secondo le regole europee, le articolazioni dello Stato devono pagare entro 30 giorni dalla ricezione della fattura. Il termine può arrivare a 60 giorni per il Servizio sanitario nazionale e in casi particolari connessi alla natura del contratto, ma non può superare quella soglia. L’obiettivo della direttiva europea non era soltanto disciplinare i comportamenti della macchina statale: era impedire che il credito commerciale diventasse una forma occulta di finanziamento delle amministrazioni pubbliche a danno delle imprese.
Il miglioramento delle performance di ministeri e simili assume un significato ancora più interessante se confrontato con il comportamento del settore privato. Le aziende nostrane, pur avendo ridotto i tempi medi rispetto agli anni più difficili, continuano spesso a pagare con tempi molto più lunghi. Secondo i dati del Cerved, nel 2025 le grandi imprese italiane hanno pagato mediamente attorno ai 73 giorni, le medie imprese in circa 63 giorni, le piccole in 57 e le microimprese poco sopra i 50. Di fatto in molti segmenti dell’economia italiana il saldo a trenta giorni resta ancora un miraggio.
A fornire i dati sui tempi di erogazione della Pa è il dipartimento della Ragioneria generale dello Stato del ministero dell’Economia. Il monitoraggio abbraccia oltre 21 mila amministrazioni: ministeri, Regioni, Comuni, aziende sanitarie, scuole, enti pubblici, società e organismi collegati al settore pubblico. Nei dati più recenti, relativi ai primi mesi del 2026, la presidenza del Consiglio risulta tra le amministrazioni più veloci, con poco più di sette giorni medi. Il ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti e quello delle Imprese e del Made in Italy di Adolfo Urso viaggiano attorno agli 11 giorni. Roma Capitale guidata da Roberto Gualtieri paga in circa 23 giorni, la Milano di Giuseppe Sala in 21 e Napoli poco sopra i 10. La Lombardia è intorno ai 14 giorni, la Campania agli 11, mentre la Sicilia si colloca poco sotto i 30. La sanità resta più complessa. L’Asl Roma 1 paga in circa 36 giorni, l’Ausl della Romagna in quasi 47. Sono tempi più lunghi rispetto alla soglia ordinaria, ma restano entro il limite massimo di 60 giorni previsto per il Servizio sanitario nazionale. Nel complesso, anche la sanità mostra un tempo medio ponderato inferiore alla soglia europea.
La svolta non è arrivata per caso. Il Pnrr ha trasformato il problema dei ritardi in un obiettivo misurabile e verificabile dalla Commissione europea. L’Italia si è impegnata a mantenere un tempo medio ponderato di pagamento entro 30 giorni – 60 nella sanità – e a non accumulare ritardi medi oltre la scadenza. Una pressione istituzionale forte, accompagnata dall’obbligo di alimentare correttamente la piattaforma e dall’attenzione crescente della Ragioneria generale. Il risultato è stato tanto rilevante da portare alla chiusura, nell’aprile 2026, della procedura d’infrazione europea aperta contro l’Italia nel 2014 per il mancato rispetto della direttiva sui ritardi di pagamento. Dopo 12 anni, Bruxelles ha riconosciuto che il Paese ha colmato almeno in larga parte una delle sue più note inefficienze amministrative.
Le associazioni di categoria, tuttavia, invitano alla cautela. Ance (l’associazione dei costruttori edili), Confartigianato e Confcommercio riconoscono il miglioramento dei dati, ma ricordano che la media non restituisce sempre l’esperienza concreta dei fornitori. Nei lavori pubblici, nelle filiere legate al Pnrr, nelle aziende sanitarie e in alcuni enti locali continuano a emergere casi di liquidazioni lente, verifiche interminabili e pagamenti rinviati. C’è poi un limite tecnico da tenere presente. Il tempo medio è ponderato per importo: una fattura molto grande pagata rapidamente pesa molto più di decine di piccoli importi saldati tardi. Un’amministrazione può quindi mostrare un buon indicatore medio pur lasciando in difficoltà una platea di piccoli fornitori. E non mancano possibili scorciatoie: far slittare la scadenza della fattura, classificare a lungo un documento come sospeso o contestato, concentrare i bonifici più rilevanti alla fine del trimestre, usare termini di sessanta giorni anche quando sarebbero discutibili.
Non significa che il miglioramento sia fittizio. Significa, piuttosto, che va controllato con dati più dettagliati: quante fatture vengono realmente pagate entro 30 giorni? Quante restano aperte oltre 60, 90 o 120? Quanti fornitori sono coinvolti? Resta, comunque, un fatto difficile da ridimensionare. In un Paese dove lo Stato muove ogni anno un volume gigantesco di contratti, acquisti, forniture, opere e servizi, pagare in tempo non è un adempimento minore. È un elemento di affidabilità dell’intero sistema economico. E se l’Italia è riuscita a trasformare uno dei suoi punti deboli in un fattore di stabilità per le imprese, grazie alla pressione Ue, allora è un risultato che meriterebbe più attenzione di quella che finora gli è stata riservata.