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Sparare o non sparare? Il dilemma che l’IA militare vuole risolvere

August 23, 2026

Quando era ancora in servizio nella Marina militare statunitense, Emelia Probasco ha calcolato quanti secondi le restassero per decidere se un puntino sul radar fosse un missile in arrivo.

La risposta - “Pochi, pochissimi” - le ha insegnato una cosa che oggi porta al centro del dibattito sull'intelligenza artificiale militare: in certe situazioni i tempi di reazione di un essere umano, da solo, non sono sufficienti per difendersi.

Ufficiale di guerra di superficie della Marina degli Stati Uniti, con due dispiegamenti nell'Indo-Pacifico alle spalle, poi speechwriter al Pentagono per il Capo delle Operazioni Navali e docente di scienze politiche all'Accademia Navale, Probasco ha conosciuto la guerra dal ponte di una nave prima ancora che dai paper accademici.

Oggi è Senior Fellow al Center for Security and Emerging Technology (CSET) della Georgetown University, il centro di ricerca che studia le implicazioni di sicurezza delle tecnologie emergenti, dove dirige il lavoro sulle applicazioni militari dell'IA.

La sua analisi pesa perché tiene insieme due competenze che di solito viaggiano separate: quella tecnica, su come sistemi come il Project Maven di Palantir – il programma con cui il Pentagono applica l'IA all'analisi dei dati di intelligence – trasforma montagne di informazioni in decisioni operative, e quella etica, su dove si annidino i rischi reali quando a premere sul tempo è un algoritmo.

Non a caso è tra le voci più ascoltate sullo scontro che nei primi mesi del 2026 ha contrapposto Anthropic al Pentagono: l'azienda che sviluppa Claude ha rifiutato di consentirne l'uso per armi autonome e sorveglianza di massa, incassando in risposta la designazione di “rischio per la catena di approvvigionamento” e una battaglia legale tuttora aperta.

Mentre là fuori la guerra potenziata dall’IA infuria.

L'intelligenza artificiale è già impiegata ampiamente in battaglia, dal conflitto in Ucraina alle operazioni americane in Iran. Eppure, in ambito prettamente militare, lei vede ancora uno spazio per un uso etico della tecnologia.

“Assolutamente. Sono profondamente convinta che gli algoritmi possano essere applicati in modo ponderato per rendere più etico il modo in cui combattiamo, quando le guerre sono inevitabili. Possono supportare chi è chiamato a prendere decisioni difficili, aiutandolo a scegliere meglio. Provo grande empatia verso quegli individui a cui viene chiesto di eseguire direttive politiche complesse: penso che questi strumenti possano aiutarli a essere più precisi, più vicini a ciò che speriamo di ottenere”.

Non si tratta quindi di cercare la perfezione assoluta.

“Esatto. Come ricorda Papa Leone, l'essere umano è imperfetto, e gestire le nostre imperfezioni è uno dei nostri più grandi punti di forza. Ma supportare queste persone in decisioni così gravose e permettere loro di agire anche solo un po' meglio, credo sia un traguardo fondamentale”.

Emelia Probasco
Emelia Probasco 

In passato ha raccontato di essersi sentita rassicurata, durante il servizio in Marina, da sistemi in grado di rispondere automaticamente a un missile in arrivo. C'è stato un momento specifico in cui ha capito che, senza quella tecnologia, la sua nave e l'equipaggio sarebbero stati in pericolo?

“Nelle operazioni navali, lo scenario in assoluto più critico è essere presi di mira da un missile in volo o da un siluro. Per far fronte a questa minaccia, l'esercito americano ha integrato il sistema missilistico Patriot e il sistema d'arma Aegis, creando un'architettura automatica in grado di rilevare un missile, confermare la sua traiettoria ostile e attivare autonomamente una risposta armata e delle esche per proteggere la nave”.

Sono operazioni che un operatore umano non potrebbe mai effettuare con le stesse tempistiche.

“La velocità del missile nemico, unita alla distanza massima a cui un radar può rilevarlo, ti lascia solo una manciata di secondi per identificare la minaccia, lanciare una risposta e pregare che quest'ultima intercetti il bersaglio. Quando ero una giovane ufficiale, calcolai per la prima volta l'esatto margine di tempo che avrei avuto per prendere una decisione: è stato in quel momento che ho avuto l'illuminazione. Senza l'aiuto di quei sistemi automatici, non sarei mai stata in grado di difendermi”.

Non c’è il rischio che l’IA metta in moto gli armamenti per errore?

“Faccio alcune precisazioni. Prima di tutto, stiamo parlando di armi difensive. In genere, per innescare uno di questi sistemi, l'oggetto deve viaggiare a una determinata velocità e puntare dritto verso di te. Non può muoversi in direzioni casuali. È qui che risiede la nostra gestione del rischio. Controlliamo le variabili tecnicamente e attraverso rigide procedure burocratiche per limitare il potenziale errore. Ad esempio, anche se dispongo di un sistema d'arma automatico, non lo attivo a meno che non riceva chiare indicazioni e avvertimenti di un attacco imminente”.

Tuttavia, la storia ci insegna che gli errori fatali accadono.

“Certo, in passato ci sono stati incidenti terribili. Negli anni '80 la USS Vincennes abbatté un aereo di linea iraniano con civili a bordo. L'aspetto devastante di quell'evento, tuttavia, è che il sistema automatico raccomandava agli operatori di non sparare. Furono gli umani a pensare che il sistema si stesse sbagliando, mentre la macchina aveva ragione. È in questa tensione che dobbiamo muoverci: a volte il sistema è corretto e gli umani sbagliano, altre volte accade il contrario”.

Esiste però la possibilità che, in futuro, un'arma letale autonoma possa considerare "sbagliato" l'ordine di un umano, decidendo di proseguire la missione per cui era stata programmata?

“Questo è un problema teorizzato molto spesso. C'è stato un celebre test, diventato molto famoso, in cui si simulava che l'IA, pur di completare la missione, decidesse di eliminare l'operatore umano che cercava di fermarla. Ma parliamoci chiaro: si trattava di un esperimento. E noi facciamo esperimenti proprio per evitare che simili scenari si verifichino nella realtà”.

Quindi esistono già delle contromisure per evitare ammutinamenti algoritmici.

“Esistono moltissime tecniche ingegneristiche per prevenire esattamente questa situazione. Inoltre, le assicuro che quasi tutti i militari amano avere il pieno controllo della situazione sul campo. Di conseguenza, hanno una tolleranza vicina allo zero per un sistema che potrebbe in qualche modo "disubbidire" agli ordini”.

Oggi ci troviamo di fronte a un vuoto normativo preoccupante: nessun trattato universale vincolante regola in modo specifico l'IA militare. Manca una definizione condivisa su autonomia, controllo umano e sistemi da vietare. Arriveremo mai a un accordo globale o prevarranno sempre gli interessi nazionali?

“Ci sono due considerazioni da fare. In primo luogo, le leggi internazionali e il diritto bellico si applicano già all'intelligenza artificiale. I principi di proporzionalità, distinzione e necessità non scompaiono solo perché usiamo l'IA: restano assolutamente vincolanti. Quindi una base giuridica internazionale di fondo esiste già”.

Il problema, immagino, sia l'applicazione pratica di queste leggi storiche a una tecnologia del tutto nuova.

“Il problema più arduo è proprio trovare un accordo internazionale su come l'IA debba conformarsi a queste leggi. Ho speranza che un giorno arriveremo a una visione comune, ma ci vorrà del tempo, perché non sappiamo ancora con esattezza come trasformerà i conflitti. Tuttavia, stiamo già vedendo emergere un consenso su certi usi ritenuti inaccettabili”.

Per esempio?

“L'Ucraina ha condotto un esperimento con droni autonomi lasciando che la macchina scegliesse da sola i bersagli in un'area delimitata. Al termine del test, gli stessi ucraini si sono rifiutati di ripeterlo. Sta maturando la consapevolezza che determinati impieghi siano eticamente e strategicamente sbagliati, ma il livello tecnico è talmente alto che risulta ancora difficile definire norme specifiche universali”.

In Europa ci arriva solo l’eco dei potenti sistemi utilizzati dagli Stati Uniti, come il Project Maven di Palantir. È davvero una tecnologia così dirompente come la si descrive?

“La risposta breve è sì, assolutamente. È estremamente potente. Il motivo della sua forza, però, non risiede strettamente nell'IA in sé, bensì nella sua capacità di organizzare l'immensa mole di dati in possesso dell'intelligence statunitense, rendendoli immediatamente accessibili a chi deve prendere decisioni operative. Quando ho iniziato a studiarlo, c'era solo un accenno di visione artificiale applicato a un problema di gestione dati molto più vasto”.

Dunque il vero salto di qualità risiede nell'architettura delle informazioni?

“Sì. Oggi Maven contiene molta più intelligenza artificiale, ma la sua vera potenza è ancora la capacità di connettere enormi quantità di informazioni già esistenti per fornirle agli operatori. Una battuta di un colonnello americano rende bene l'idea: mi disse che il sistema d'arma più pericoloso che tutti usano, ma che nessuno ammette di usare, è Microsoft Office. Fino a poco tempo fa, l'intelligence militare si basava su fogli di calcolo, PowerPoint, e-mail e chat. Non sono certo strumenti efficienti per mantenere chiarezza sul campo. Maven organizza le informazioni in modo strutturato, eliminando il caos dello scambio infinito di e-mail. Ed è per questo che è rivoluzionario”.

In futuro, quindi, i conflitti saranno dominati da chi saprà raccogliere e organizzare i dati nel modo più efficiente?

“Sì ma l'efficienza non garantisce automaticamente l'efficacia. Per rimanere efficaci sul campo, bisognerà usare quei dati in modo sempre più intelligente e strategico”.

C'è il rischio di fidarsi troppo dei sensori e perdere la visione d'insieme?

“È un aspetto vitale: bisognerà essere molto consapevoli e sensibili rispetto ai dati che ci mancano. Possiamo disseminare il campo di battaglia di sensori, ma questo non significa automaticamente che ne comprendiamo appieno le dinamiche. Dovremo pensare in modo molto più creativo, concentrandoci soprattutto su ciò che i dati non riescono a rappresentare o a catturare”.

E per quanto riguarda le competenze umane?

“Sono felice che me l’abbia chiesto, perché spesso ci concentriamo solo su tecnologia e algoritmi, trascurando la preparazione delle persone che dovranno usare quegli strumenti. Le forze armate convivono da sempre con armi imperfette, e anche le nuove IA, come Maven, lo sono. Finora abbiamo compensato con operatori brillanti che sapevano quando e come dispiegarle. Oggi, però, non stiamo facendo abbastanza in termini di formazione, perché l'innovazione corre a velocità vertiginose”.

Come si colma questo divario tra l'evoluzione della macchina e la preparazione dell'operatore?

“Dobbiamo assicurarci che chiunque sia chiamato a usare queste macchine ne comprenda a fondo le capacità e, soprattutto, i limiti. Dobbiamo sviluppare nuove dottrine e procedure operative standard. Ai comandanti militari ripeto spesso un consiglio: so che sono oberati e che questa non è la loro specializzazione, ma assumere data scientist civili, ingegneri dell'IA e architetti dei dati per affiancarli nei reparti operativi, affinché li aiutino a comprendere la tecnologia mentre imparano, è cruciale. Dobbiamo fare molto di più per supportare le competenze degli individui”.

Tornando alla sua visione sull'etica, lei sostiene che l'IA potrebbe guidare gli esseri umani verso la decisione giusta, sfidando i nostri pregiudizi. È un paradosso affascinante: di solito cerchiamo di regolare l'IA per limitare i danni, mentre lei le attribuisce un ruolo positivo nello scenario più pericoloso, la guerra.

“Assolutamente sì. Ovviamente è una questione di scelte molto attente su come dispiegheremo questa tecnologia. Se ci limitiamo a far sì che l'essere umano monitori passivamente ciò che dice l'IA, non faremo passi avanti e non saremo migliori. Ma se usiamo l'IA come uno strumento per confrontarci, sfidando i nostri pregiudizi o il nostro modo di pensare per costringerci a valutazioni più ampie, avremo un enorme vantaggio etico”.

Ci sono già applicazioni pratiche di questa filosofia?

“Sì. La NATO, ad esempio, sta già usando il sistema Maven per trovare falle logiche nei propri pacchetti informativi, segnalando agli operatori dettagli cruciali che potrebbero aver trascurato. Questa è la visione che vorrei si affermasse in futuro. E, francamente, credo che le forze armate più sofisticate se ne stiano già convincendo”.

Resta però il nodo dei limiti commerciali e legali. La recente disputa tra Anthropic e il Pentagono ha mostrato che le aziende tech stanno cercando di imporre paletti all'uso militare dei propri modelli. Come si evita che le regole sulle armi autonome finiscano per dipendere solo dai contratti privati?

“È una questione complessa. Uno dei grandi pregi del capitalismo è che possiamo stipulare contratti e stabilire, al loro interno, cosa sia accettabile e cosa no. Nel caso di Anthropic, la clausola sulle armi autonome era formulata in maniera così ampia e vaga da risultare incomprensibile e inapplicabile per la comunità militare, creando enormi attriti contrattuali. OpenAI, invece, ha adottato un approccio diverso: vende i modelli chiarendo fin dall'inizio i guardrail di sicurezza, avvertendo che il sistema semplicemente non funzionerà in determinati scenari”.

Basta quindi stabilire le regole del gioco in modo chiaro e incontrovertibile alla base.

“Finché riusciamo ad accordarci contrattualmente sui limiti operativi della tecnologia, e finché quei limiti sono insiti nel sistema e non rinegoziabili nel bel mezzo di un'operazione militare, la strada è percorribile. Nel caso di Anthropic, credo che il governo si sia indispettito per l'indeterminatezza dei termini: sembrava quasi che l'azienda volesse insegnare ai militari come combattere una guerra, il che è inappropriato. D'altro canto, un'azienda ha tutto il diritto di opporsi a determinati usi dei propri prodotti. Dobbiamo solo trovare un modo solido per gestire queste aspettative”.

Crede che l'autonomia militare possa avere un effetto stabilizzante, capace di arginare l'escalation tra superpotenze, simile a ciò che avvenne con la deterrenza nucleare?

“Lo spero profondamente, mi piacerebbe molto vederlo. Pensa alla storia di Stanislav Petrov, l'ufficiale sovietico che decise di non lanciare una rappresaglia nucleare pur avendo i radar che segnalavano un attacco in corso. Siamo stati incredibilmente fortunati ad averlo lì in quel momento, ad affidarci alla sua intuizione”.

L'IA potrebbe essere il "Petrov" di domani, aiutandoci a decifrare falsi allarmi?

“Immagina un'IA progettata per supportare proprio quel tipo di intuizione umana, capace di suggerire: "Forse questo non è un vero lancio, c'è un'altra spiegazione per questo segnale radar. Ecco alcune informazioni aggiuntive che non hai considerato e che potrebbero cambiare la tua prospettiva". Questa è l'applicazione dell'IA che sogno, ed è del tutto possibile tecnicamente. Il problema nasce quando la consideriamo esclusivamente come un acceleratore della guerra o una macchina per uccidere in modo più efficiente, anziché un mezzo per sfidare i nostri bias cognitivi e avvicinarci più rapidamente alla pace”.

Il futuro dell'intelligenza artificiale è quindi inseparabile da quello della pace globale?

“Non credo si possano separare le due cose. La mia speranza è che il movimento globale per la pace si appropri dell'intelligenza artificiale e sfrutti questa immensa opportunità per promuovere i propri obiettivi”.

Dall'avvento di ChatGpt e dalla corsa all'IA tra Stati Uniti e Cina, l'Europa sembra essersi scoperta improvvisamente più fragile. Ritiene che il continente europeo sia effettivamente più vulnerabile militarmente nell'era dell'IA?

“Se c'è una vulnerabilità in Europa, riguarda più il rischio di disinformazione e la capacità dell'IA di manipolare l'opinione pubblica, piuttosto che una debolezza strettamente militare. L'intelligenza artificiale è utilissima per collegare l'intelligence alle operazioni, ma alla fine ti servono ancora munizioni, carri armati e aerei per eseguire qualsiasi piano l'IA abbia elaborato. Non direi che l'Europa è militarmente più vulnerabile per colpa dell'IA; direi piuttosto che è vulnerabile a causa della Russia e di altri problemi strutturali. La disinformazione, il modo in cui colpisce le persone condizionando la percezione dei governi e il voto, rappresenta un pericolo immediato molto più grave”.

Tuttavia, non siamo lontani da un futuro in cui vedremo droni terrestri o "cani robot" armati controllati dall'IA sul campo di battaglia. Chi deterrà questa tecnologia avrà un potere enorme.

“Sono d'accordo, ma credo che le organizzazioni in grado di dotarsi di queste capacità saranno moltissime, perché i costi si stanno abbassando drasticamente. I prezzi della robotica e dei droni, specie sulla scia della guerra in Ucraina, sono crollati. Sappiamo che queste piattaforme si diffonderanno ovunque; capire dove finiranno è una domanda molto interessante”.

Una sorta di democratizzazione letale, che rende tutti più esposti.

“Per certi aspetti il mondo intero è meno sicuro, proprio perché queste tecnologie sono molto più accessibili. Come sanno bene molte organizzazioni terroristiche, non c'è bisogno di un coordinamento su larghissima scala per avere un impatto devastante. Se l'esercito degli Stati Uniti influenza le operazioni attraverso un ampio coordinamento di molte piattaforme diverse, tu puoi comunque creare il caos con pochissimi mezzi a disposizione. E penso che questo sia estremamente pericoloso”.