Cirimido, nel 2009 uccise la sorella e ne bruciò il cadavere, ma per i periti era parzialmente incapace d’intendere. Dopo l’ospedale psichiatrico finì nell’istituto senza cure adeguate

Sopra Stefania Albertani al momento dell’arresto, a destra i rilievi nella casa familiare di Cirimido dove fu ritrovato il cadavere carbonizzato della sorella Mariarosa

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Cirimido (Como), 6 agosto 2026 – Un diritto negato a ricevere cure mirate, e una detenzione in carcere determinata dalla mancanza di alternative adeguate a portare avanti il concreto percorso di recupero intrapreso dopo la condanna. Così la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha riconosciuto a Stefania Albertani un risarcimento sia del danno morale che delle spese legali, per un totale di 25mila euro, arrivato mentre sta ancora terminando di scontare la pena.
Il carcere
Vent’anni di reclusione a cui era stata condannata nel 2011, per l’omicidio della sorella Mariarosa avvenuto a maggio 2009, a cui aveva anche dato fuoco, e il tentato omicidio della madre avvenuto poco tempo dopo.
Il ricorso
Il ricorso presentato alla Corte, partiva dalla violazione di più punti della Convenzione: un trattamento inumano e degradante derivante “dall’insufficienza delle cure psicoterapeutiche prestate alla ricorrente in carcere durante il periodo considerato”, unitamente ad altri due principi accolti e riconosciuti: “Assenza di un rimedio che consentisse di far esaminare la legalità della detenzione della ricorrente in carcere, e assenza di un rimedio preventivo o compensativo relativo alla compatibilità dei disturbi psichiatrici della ricorrente con la detenzione”.
Le perizie
Durante le indagini e il procedimento penale, fu sottoposta a diverse perizie psichiatriche per determinare le sue condizioni psicologiche e la sua pericolosità sociale, arrivando alla conclusione, accolta dal giudice, che l’imputata si trovava in uno stato di “incapacità parziale di intendere e di controllare i propri atti al momento dei fatti”, unito a alla pericolosità sociale. Inizialmente era stata collocata all’ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, iniziando un percorso terapeutico articolato che le aveva consentito di riprendere gli studi e le attività, ma anche di acquisire consapevolezza dei reati che aveva commesso.
Il miglioramento
Il magistrato di Sorveglianza aveva infine preso atto del miglioramento e della diminuzione della pericolosità sociale, sostituendo la misura di sicurezza consistente del collocamento in Opg, nella libertà vigilata con collocamento in struttura terapeutica, per un anno, al termine dell’esecuzione della pena.
Ma in realtà, con la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e il ’vuoto normativo’ che ne è derivato, la Albertani fu trasferita in carcere nel 2015, a San Vittore, dove non è stato possibile garantire cure adeguate ai suoi disturbi psichiatrici. E dove non è mai stata collocata in Atsm, l’Articolazione per la Tutela della Salute Mentale, una sezione operativa all’interno degli istituti di pena dedicata ai detenuti con problemi psichiatrici gravi, in quanto la struttura ne era sprovvista.
La sentenza
“Una permanenza in carcere incompatibile con il suo stato di salute almeno fino all’ottobre 2022 – spiega la sentenza – quando, grazie alla possibilità che le sarebbe stata offerta di lavorare più regolarmente fuori dal carcere, il suo stato sarebbe migliorato”.
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