I protagonisti.
25 luglio 2026 alle 00:40
Con la moglie Valentina Cenni per parlare del senso del jazz oggiAl giro di boa il Festival della Marina di Villasimius ospita stasera alle 21.30, con la media partnership del gruppo editoriale L’Unione Sarda, Stefano Bollani e Valentina Cenni, in dialogo con Francesca Serafini su “Tutta vita”, il primo lungometraggio che vede Cenni alla regia.
Come è nata l’idea di un documentario sul jazz?
Cenni: «Dalla mia voglia di raccontare il modo di vivere la musica del musicista jazz, un modo interessante perché è ricco di libertà, consapevolezza e saggezza. Un modo coraggioso di affrontare le cose. In questo film per me il jazz è diventato una metafora: se vivessimo come il musicista jazz vive la musica, vivremmo meglio. Questo è il presupposto; poi si è rivelato un incontro tra persone che si vogliono molto bene e che amano la musica al punto da renderla protagonista delle proprie vite».
Cosa avete scoperto guardandovi attraverso la “lente” del documentario?
Bollani: «Che è tutta brava gente. Nel senso che per me sono grandissimi musicisti o giovani talenti straordinari, ma non avevo mai fatto caso che sono proprio belle persone. Anime belle felici di quel che stanno facendo».
Cenni: «A me ha colpito il loro agio e la facilità con cui insieme creavano qualcosa di nuovo».
Insomma, dovremmo provare a esser tutti un po’ più jazz?
Bollani: «Ci metterei la firma. Nella mia piccola esperienza, l'artista che è felice dei propri successi, che è contento del ruolo che ha nella società e nella comunità degli artisti è per forza sereno. Se la tirano gli infelici: potrebbero pure essere famosissimi, ma secondo loro c'è qualcosa che non hanno ancora raggiunto. Le persone serene e felici sono quelle contente di quello che hanno o di quello che stanno facendo».
Non è una lezione da poco cercare la felicità in quello che facciamo.
«Per questo dobbiamo essere indulgenti: sono persone che hanno un problema con loro stessi, non solo col resto del mondo».
Bollani, lei il 29 luglio suonerà a Tharros per il Dromos Festival. A che punto è con la scaletta?
«Dovrei farla ma non sono sicuro che la seguirò. Poi come sempre a fine concerto chiederò al pubblico cosa avrebbe voluto sentire e cercherò di farne un medley. È un gioco, ma è anche quello che succede nel resto della serata perché io propongo delle cose, ma sono sempre in ascolto perché non sto suonando per me ma per loro che, tra l'altro, mi hanno già dato una manifestazione di enorme fiducia, avendo pagato un biglietto».
Cenni, lei come vede questo modo di stare sul palco?
«Riuscire a improvvisare su un palco richiede saggezza, non ci deve essere giudizio perché non ti puoi giudicare e non puoi sentirti giudicato altrimenti ti blocchi. Impari a mettere in pratica un ascolto autentico e a stare nel presente. I jazzisti si muovono in un terreno scivoloso, eppure ci pattinano sopra invece di avere paura di cadere».
Bollani: «È esattamente come si potrebbe descrivere la regia di Valentina: in ascolto continuo, non giudicava e non ha avuto paura di essere giudicata. Si è buttata con spirito jazz: aveva preparato una specie di copione e poi invece ci ha seguiti».
“Via dei matti n°0” tornerà nel 2027 anche grazie alla reazione del pubblico.
Cenni: «È stata un’ondata straordinaria, non ci aspettavamo così tanto affetto. Ci ha spiazzati tutti, immagino anche in Rai. Siamo felicissimi per questa forma di riconoscenza e di amore, abbiamo sentito di essere parte di una comunità che ha voglia di stare nella bellezza, di ascoltare della musica che fa bene e ti fa elevare. Che ti nutre».
Bollani, so che ha una passione per la Sardegna.
«Con Antonello Salis ho suonato la prima volta nel ‘98, Paolo Fresu lo conosco da quando avevo 15 anni… nel disco “I visionari” scrissi “Sardità”, in cui cantavamo in un sardo completamente inventato, una specie di grammelot alla Dario Fo in cui si capivano pochissime parole tra cui “Paolo Fresu”. Paolo è stato molto autoironico ed è venuto a fare l'ospite in questo pezzo. E poi sono cresciuto con i 45 giri di Benito Urgu, da bambino sapevo a memoria “Sexy Fonni”… lui e Sergio Atzeni non potevano che essere frutto della vostra terra».
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