Dopo la proposta della Casa Bianca sul cessate il fuoco nella città dove 2mila ucraini sono allo stremo. Dubbi su chi garantirà i corridoi di sicurezza, sul sistema di vigilanza e sulla libertà di scelta dei cittadini

Fermo immagine di un video della Marina ucraina che mostra la città di Oleshky.

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Roma, 25 ottobre 2026 – Nelle ultime settimane, la tragedia di Oleshky ha cominciato a emergere dall’indifferenza internazionale, anche se non ha ancora ricevuto l’attenzione che meriterebbe. Prima la telefonata di Leone XIV a Putin. Poi la mobilitazione della vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, che ha avviato uno sciopero della fame invitando i cittadini europei ad aderire e che ha ottenuto una vasta eco internazionale. Infine, venerdì, l’annuncio della Casa Bianca di un accordo per una tregua umanitaria, raggiunto grazie alla mediazione di Melania Trump. La sospensione delle ostilità dovrebbe iniziare il 27 ottobre, mentre l’operazione umanitaria è prevista dal 29.
Ma che cosa sta accadendo a Oleshky? Situata sulla riva sinistra del Dnipro, di fronte a Kherson, la città è occupata dai russi fin dai primi giorni dell’invasione del febbraio 2022. Prima della guerra contava circa 24mila abitanti. Quando, nel novembre dello stesso anno, l’esercito ucraino liberò Kherson, Oleshky rimase sotto occupazione. Nel giugno 2023 fu uno dei centri colpiti dalla devastante inondazione provocata dalla distruzione della diga di Kakhovka, attribuita alle forze russe da indagini giornalistiche e analisi scientifiche. Secondo un’inchiesta dell’Associated Press, nella cittadina sarebbero morte tra le 200 e le 300 persone; lì, come nelle altre località occupate e sommerse dall’acqua, gli abitanti furono abbandonati al loro destino dai russi, che arrivarono persino a ostacolare i soccorsi. Oggi sono rimasti circa 2mila civili. Mancano cibo, medicinali, acqua potabile, assistenza sanitaria. La fuga è impraticabile, per le mine circostanti, ma anche per i droni russi che sparano su chi cerca di andarsene. Come potenza occupante la Russia avrebbe il dovere di garantire la sopravvivenza della popolazione, l’accesso agli aiuti e la protezione dei civili. Invece, secondo testimonianze raccolte dall’Osce e da organizzazioni indipendenti, le forze russe hanno ostacolato le evacuazioni e utilizzato civili come scudi umani allo scopo di proteggere le proprie postazioni militari.
La tregua annunciata dalla Casa Bianca è dunque una notizia importantissima, anche se rimangono degli interrogativi. Chi garantirà, ad esempio, la sicurezza dei corridoi? Quali organismi indipendenti vigileranno sulle operazioni? I civili potranno davvero scegliere liberamente se raggiungere il territorio ucraino o quello russo? Secondo la Casa Bianca, a documentare le evacuazioni sarebbe un’organizzazione mediatica americana definita imparziale – rivelatasi poi essere Newsmax, canale televisivo via cavo della destra trumpiana –, addirittura coinvolta nel garantire il rispetto delle scelte delle famiglie circa il luogo di destinazione. Una prospettiva inquietante che fa presagire una confusione tra propaganda e realtà e solleva dubbi sull’effettiva libertà di scelta dei cittadini di Oleshky.
C’è da augurarsi che la mobilitazione internazionale e l’accordo raggiunto contribuiscano a porre fine al dramma in corso. Sapremo a breve se alle parole seguiranno i fatti. Ma si sarà trattato solo di uno sfuggevole sguardo rivolto all’Ucraina, vittima delle mire imperiali russe? La vicenda di Oleshky, così a lungo negletta dal sistema mediatico, ci dice, infatti, molto dello strabismo delle nostre opinioni pubbliche, a cominciare da quella italiana. In parte condizionate da anni di disinformazione di matrice russa, sembrano non cogliere ciò che accade nella loro stessa Europa, a cittadini europei come loro, mentre non mancano atteggiamenti indulgenti verso l’aggressività espansionista di Mosca. Ma Oleshky ci racconta anche del modo in cui la Russia conduce questa guerra: il disprezzo per le regole, per il diritto umanitario, per la vita dei civili. Cose note, purtroppo. Eppure qui tutto assume contorni particolarmente raccapriccianti. E rivela la natura del rapporto che il Cremlino intrattiene con il popolo ucraino. Quello stesso popolo che appena giovedì Putin ha preteso di identificare con quello russo, sostenendo che “le ricerche genetiche più recenti dimostrano che russi e ucraini sono un unico popolo”. E aggiungendo, a proposito dei territori ucraini rivendicati da Mosca: “Non è il loro territorio, è il territorio della Russia storica”.
Un rovesciamento della realtà nel quale il grottesco e l’impudenza si mescolano all’orrore. Dietro la retorica della fratellanza si manifesta infatti un progetto di dominio che nega agli ucraini il diritto di esistere come nazione autonoma, con una propria cultura, dignità e identità. Stragi, fame, distruzioni e terrore sono diventati gli strumenti per piegarne la resistenza. La macchina della disinformazione, il mezzo per delegittimarla. In nome del ritorno a una Russia imperiale. Oleshky è uno dei luoghi in cui questa pretesa criminale sta mostrando il suo volto più terribile.
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