Simona Del Giudice, sedici anni,
fu la vittima più giovane della strage di Acqualonga, la più
grave tragedia autostradale della storia italiana, avvenuta nel
tardo pomeriggio di una domenica di tredici anni fa sul viadotto
dell'A16 Napoli-Canosa, all'altezza di Monteforte Irpino, in
provincia di Avellino. Insieme ai genitori tornava a casa, come
le altre 39 vittime, a Pozzuoli (Napoli) dopo la gita di alcuni
giorni trascorsi nei luoghi spirituali di san Pio da
Pietrelcina: in ospedale lottò per giorni tra la vita e la
morte, ma dovette arrendersi per le gravissime ferite riportate
nel volo di quaranta metri all'interno del bus che finì nel
vuoto dopo aver travolto le barriere del viadotto. Sopravvisse
invece Francesca, di appena tre anni, che il padre salvò
tenendola stretta a sé durante il tragico volo. Anche a loro è
stato rivolto il commosso ricordo che, come ogni anno, i sindaci
di Monteforte Irpino, Fabio Siricio, e di Pozzuoli, Luigi
Manzoni, insieme ai familiari e ai sopravvissuti, insieme a
numerosi sindaci irpini e rappresentanti delle istituzioni,
dedicano a quanti persero la vita. I loro nomi sono stati
scanditi davanti al Monumento della Memoria, posto ai piedi del
viadotto, da Anna Nardone e Domenico Cerullo.
Il raccoglimento davanti alla stele è stato introdotto dal
parroco di Monteforte Irpino, don Diego Antonio Della Bella.
Alle vittime è stato anche dedicato il concerto per violoncello
e pianoforte di Teresa Vallese e Michele Ruggiero. Arianna Adamo
aveva dieci anni. Venne estratta dalla lamiere da Emilio
Matarazzo, Vigile del Fuoco in servizio ad Avellino che accorse
con altre centinaia di soccorritori ai piedi del viadotto. Da
allora, ogni anno, si ritrovano insieme per ricordare le vittime
e per riabbracciarsi: insieme, hanno piantato un ulivo al lato
del monumento alle vittime. L'incidente si verificò per la
rottura del giunto cardanico del bus con la conseguente perdita
dell'albero motore che a sua volta determinò il blocco
dell'impianto frenante del mezzo che aveva già percorso oltre
800 mila chilometri e che sarebbe risultato privo della
revisione: l'autista, Ciro Lametta, fratello di Gennaro,
proprietario del bus condannato in via definitiva a nove anni di
reclusione, tentò ogni manovra per fermare l'automezzo che però,
mentre imboccava il viadotto, travolse le barriere e finì nel
vuoto. I processi avrebbero poi accertato che i perni metallici
che ancoravano le barriere di sicurezza erano completamente
corrosi dal sale utilizzato nei mesi invernali contro il gelo e
mai sottoposti a verifiche e sostituzione.
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