SAN PATRIGNANO «Abbiamo fatto e stiamo facendo il possibile, ora bisogna solo augurarsi che non ci sia un'altra puntata» degli scontri, dei disordini e dei saccheggi che sabato scorso hanno messo a ferro e fuoco Milano, con la guerriglia urbana che ha stravolto anche Torino, Bologna, Bergamo. Giorgia Meloni è in volo verso Kuwait City quando viene raggiunta dalla notizia dell'annuncio del Movimento 17 ottobre: colpire a sorpresa, i luoghi di ritrovo dei blitz comunicati all'ultimo minuto utile per evitare di essere stanati e fermati. Disinnescando la macchina della sicurezza che si prepara da giorni a quello che rischia di trasformarsi in un altro sabato di devastazione. Gli snodi possibili del caos sono stati individuati con estrema cura, complice il lavoro certosino dell'Intelligence. Le forze dell'ordine, compresi i 500 militari della Folgore inviati a Milano, pronti ad essere disposti nei punti nevralgici delle piazze potenziale bersaglio dei facinorosi. Ma i giovani che promettono di seminare il panico e chi li muove - perché resta forte nel governo il sospetto di una regia occulta - annunciano di essere pronti a sparigliare, elevando di un altro step il livello della protesta. La speranza è che puntino solo a generare il panico, ma che agli annunci roboanti non ci sia seguito. Anche perché ai piani alti del governo c'è la convinzione di aver sparato tutte le cartucce. «La stretta sui minori è stata muscolare - spiegano fonti dell'esecutivo che hanno lavorato al dossier - lo prova anche il confronto serrato che ha generato con il Quirinale. Oltre questo è difficile andare». Nonostante a suffragare la scelta del giro di vite sui giovanissimi ci fossero anche i sondaggi a favore dell'ennesima stretta securitaria di Meloni, vento nelle vele del partito della premier. Tanto da indurre gli alleati a pensare che avanti così è Giorgia avrà tutto l'interesse per anticipare la data del voto, precipitandoli alle urne in primavera.
L'unica misura rimasta fuori dal decreto approvato martedì scorso - e che ora si provvederà ad integrare - è la norma per obbligare i provider delle piattaforme social a comunicare alla polizia giudiziaria qualsiasi informazione utile a mettere le forze dell'ordine sulle tracce di episodi di violenza, come nel caso del passaparola rimbalzato su TikTok o Telegram sabato scorso.
Ma norme a parte, c'è un altro timore che attraversa le stanze di Palazzo Chigi e che viene confermato in ambienti Fdi. Ovvero «che la magistratura disattenda le misure, non dando seguito a quello che il governo ha stabilito. Del resto, non sarebbe la prima volta che accade, basti pensare agli hotspot in Albania. Saremmo alle solite, ma a quel punto le norme varate diventerebbero un'arma spuntata». E nuovo terreno di scontro con le toghe, perché Meloni, assicurano i suoi, «certo non resterebbe ferma a guardare». Pronta a puntellare e difendere la linea dura del governo.
Come nel report che il centro studi di Fdi ha distribuito ai suoi parlamentari per spiegare le norme adottate e attaccare la sinistra «senza vergogna» che «giustifica la violenza».
IL REPORT DI FDI
Nel mirino, in particolare, finiscono l'europarlamentare di Avs Ilaria Salis, il deputato Marco Grimaldi dello stesso partito, l'influencer di sinistra Raffaele Giuliani, e Pier Francesco Majorino, volto storico del Pd milanese.
E alla sinistra, pur senza mai citarla, anche Meloni riserva una frecciatina da San Patrignano, dove ieri è arrivata in mattinata, toccata e fuga per non mancare l'appuntamento internazionale della Coalizione europea contro le droghe. La premier ha dato degli irresponsabili a quanti si «ostinano a definire droghe leggere i derivati dalla cannabis», che «hanno percentuali di principio attivo Thc in media 30 volte più alte rispetto a qualche decennio fa»: «Le istituzioni devono parlare chiaro». Vale per le droghe al pari dei disordini, gli occhi di Meloni puntati sulle piazze sperando che il sabato fili via liscio.
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