Elephants

Sulla rivendicazione femminile dei dating show come strumento collettivo, comunitario e politico

July 24, 2026

Complici le heatwave milanesi e le mie abitudini notturne di binge watching compulsivo, sono circa due mesi che mi aggiro per casa in bikini, fingendo di avere un microfono agganciato al bacino e un corpo scolpito come quello delle partecipanti di Love Island USA, quest'estate arrivato alla sua ottava edizione. Nelle ultime settimane ho anche iniziato a urlare «I got a text», ogni qualvolta ricevo un messaggio, a dire «Can I pull you for a chat?», quando ho voglia di parlare con qualcuno, a ripetere parole come «genuinely» «connection», explore» all'infinito, a mangiare quantità sproporzionate di avocado toast per colazione.



Sono ormai tre anni – da quando è stato acquisito da Peacock – che il dating show statunitense, basato sull'omonima serie britannica e condotto da Ariana Madix, con la voce narrante di Iain Stirling, ha raggiunto un successo senza precedenti: i dati Nielsen parlano di 434 milioni di visualizzazioni per la sesta stagione (2024), un record ampiamente superato dalla settima (2025) con cui si è confermato il reality più visto negli Stati Uniti su tutte le piattaforme di streaming, e dall'ottava (2026) dove sono stati registrati oltre 2,3 miliardi di minuti di visione già a metà della messa in onda.

Quest'estate tutti guardano i reality show: i fenomeni di Love Island e Temptation Island 2026

Durante le estati, online, non si parla d'altro: se i concorrenti fan favourites di Love Island Usa, così come i vincitori, diventano, una volta finito il programma, delle celebrities a tutti gli effetti – si parla di milioni di followers su Instagram e TikTok, brand deals, ospitate in trasmissioni, podcast, campagne pubblicitarie e red carpet –, la loro fama inizia a costruirsi già all'interno della Villa, con alcuni spettatori che si cimentano in recensioni e analisi delle puntate e altri che si divertono a creare un'enorme quantità di meme straordinari. Un fenomeno simile, sebbene di quantità e qualità ridotte, si può osservare anche in Italia, attraverso il format di Temptation Island, dal 24 giugno al 29 luglio in prima serata su Canale 5, con la conduzione di Filippo Bisciglia.

Se sulle due isole a differire sono i format – nel primo i concorrenti sono degli sconosciuti single con l'obiettivo di formare delle coppie e nel secondo invece si tratta di fidanzati che scelgono di mettere alla prova la loro relazione – ad accomunarle c'è l'attaccamento ossessivo del pubblico ai protagonisti e ai loro archi narrativi, tra innamoramenti, gioie, delusioni, dispiaceri, cuori spezzati dai "video per te" e breakdwon emotivi, pianti, abbracci, confessionali memorabili. Il reality show è una forma di intrattenimento televisivo particolare: storicamente malgiudicata e snobbata, considerata bassa, volgare e di cattivo gusto, associata prevalentemente al femminile, a volte un guilty pleasure, in poche parole, Trash TV, nasconde in realtà delle caratteristiche utili e formative, di aggregamento comunitario, di condivisione, crescita girlhood e sorellanza.

Sulla rivendicazione del reality show come importante strumento femminile per capirsi e conoscersi

È tra la fine degli Anni'80 e l'inizio dei '90, che si inizia a utilizzare l'espressione "trash television" per parlare di una certa televisione popolare considerata sensazionalista, poiché costruita sullo scandalo, definita quindi "spazzatura". In particolare, il termine veniva usato per descrivere i talk show diurni americani, dove ospiti comuni raccontavano vicende private estreme, spesso accompagnate da litigi, urla e colpi di scena. Con la nascita dei reality e la loro esplosione negli Anni Duemila, la definizione si sposta progressivamente anche su questo genere, che porta il conflitto e il voyeurismo al centro della cultura pop, e il cui approccio melodrammatico si incentra sull'esposizione dell'intimità, nonostante sviluppi anche un'estetica precisa, basata sul gusto per l'eccesso, il kitsch, il camp, tutti elementi rivalutati con il ritorno nelle tendenze del Y2K.

Chi guarda i reality non è per forza scemo e le produzioni internazionali hanno iniziato a capirlo, tanto che, oltreoceano, la scelta del cast ha raggiunto in alcuni casi livelli abbastanza distinti. Ma ancora più interessante è il ruolo centrale, stimolante e arricchente che questi reality, ma soprattutto i dating show, hanno nella costruzione dell'identità relazionale di chi guarda: tantissime ragazze creano comunità, partecipando al discorso collettivo online, sollevando attenzione su questioni urgenti della contemporaneità e generando un approfondito dibattito politico.

I reality show, infatti, non sono sempre e solo trash tv, ma spesso si distinguono come importante strumento che il femminile ha per capirsi e conoscersi meglio, nonché affrontare il dating in maniera più consapevole. In un mondo che invalida costantemente le donne, c'è qualcosa di incredibilmente potente nell'essere rappresentate da un'esperienza in televisione, che questa prenda forma nei consigli tra amiche e nel consolidamento alleanze benefiche, nelle chiacchiere nella sala make-up o nei crush out per non essere state scelte (maltrattate, tradite, ghostate, mentite) dal proprio "fine shyt", dalla propria "crush", ossia il loro interesse romantico.

Osservare le dinamiche relazionali delle altre sullo schermo permette alle donne di indagare le proprie, intuendo e riconoscendo quando determinati pattern sono considerati accettabili e quando invece si tratta di comportamenti pericolosamente disfunzionali; starne fuori, guardare dall'esterno, consente infatti di sviluppare un giudizio più chiaro e oggettivo rispetto a vivere le emozioni sulla propria pelle,a magari anche senza la possibilità do confrontarsi con gli altri. E qui non c'è grado di maturazione emotiva o decostruzione che tenga: tutti non siamo lucidi né razionali, quando innamorati. Il format di Temptation Island Italia – non ultimo il falò di confronto tra Andrea e Iris – si è spesso distinto per proporre schemi in cui gli uomini praticano gaslighting nei confronti delle donne, subdolamente abusandone a livello psicologico ed emotivo, facendole dubitare in modo manipolatorio della propria memoria e percezione di quanto avvenuto (spesso un tradimento o un torto). Il fatto che sia imbarazzante e frustrante l'approccio palese con cui i fidanzati esercitano la cultura del controllo davanti alle telecamere non rende il programma meno veritiero, ossia uno specchio della realtà. Forse servirebbe una mediazione più efficace da parte della produzione, perché rinforzare concetti violenti di gelosia e possesso, spacciandoli per amore, non può mai essere positivo, ma anche negare che la maggior parte degli italiani si muove così non sarebbe intelligente.

Entrano quindi in gioco le conversazioni sui social, con i migliaia di commenti e post che mostrano come gli spettatori reagiscono alle storyline, che possono davvero aiutare le donne ad avvicinarsi a una comprensione maggiore di una situazione, individuando la natura tossica di un rapporto a cui dedicano molta energia. I sociologi, del resto, hanno sempre sostenuto l'importanza del gossip nella società come funzione cruciale di gruppo per stabilire norme, segnalarsi a vicenda i pericoli, i campanelli di allarme o le red flag, valutare le proprie azioni. «Love Island is a woman-centered world – sentenzia una creator mentre si riprende con la front camera – it's an alternate universe which is ruled by matriarchy, awlays has been, always will be. Women rules, get outta here».

Nel 2026 con i reality show parliamo anche di femminismo

«Don't let your boyfriend watch my show next summer – continua la ragazza indisposta nel reel – I can't believe the patriarchy really tried to colonize our little Barbie Dream housevilla. The only time the men are liked is when they are treating the girls right». Mi sono accorta di quantoLove Island fosse non fosse Tash TV quando il mese scorso mi sono ritrovata a piangere, per giorni e notti di fila senza riuscire a pensare ad altro, a causa dei comportamenti di un concorrente a cui ero affezionatissima, il mio preferito dell'epoca, il ragazzo che mi sarebbe piaciuto se io fossi stata nella Villa, poi rivelatosi un incel. Mi ci è voluto tanto per accettarlo (più della fine dei Damellis dopo Uomini&Donne) e fossi stata senza le altre sui social, forse avrei condonato atteggiamenti ingiustificabili – mi piaceva molto e sono brava a raccontarmi storie pur di far funzionare le cose –; forse, nella vita vera, succederebbe lo stesso se non avessi le mie amiche.

Un classico caso giolittiano di doppiogiochismo: – anzi forse più complesso; i villain con le emozioni stratificate sono sempre i peggiori – in un primo momento, tesseva words of affirmation, lodi e attenzioni nei confronti di una partecipante (una delle mie preferite), per poi degradarla e non rispettarla, nel momento in cui lo sforzo per stare con lei diventava troppo pressante, mentre un'altra donna si dimostrava invece più accondiscendente, meno rigida, più disponibile. La delusione per non aver visto i miei due beniamini insieme alla fine del programma è stata enorme, ma mai quanto dolorosa come le circostanze in cui è avvenuta, le sembianze anti-femministe e etero-patriarcali che ha assunto il loro tristissimo break-up.

Secondo Harpeer's Bazaar US, infatti «la stagione 8 di Love Island USA ha visto una preoccupante deriva verso comportamenti di stampo suprematista maschile, seguita però da un rifiuto altrettanto significativo di queste dinamiche. Anche se forse non era evidente ai concorrenti all'interno della villa, molte persone dall’esterno hanno notato che il modo in cui questi uomini parlavano delle donne richiamava la logica della manosfera e la cultura della red pill», un insieme di idee anti-femministe che rappresenta i maschi «contemporaneamente come il premio e la vittima e secondo cui le donne dovrebbero impegnarsi continuamente per conquistare il loro amore; se non lo fanno, impedirebbero loro di raggiungere il massimo potenziale "alpha". Nel caso del mio favorito, solo nella seconda parte dello show è emersa questa matrice.

Mentre alcuni ragazzi venivano mostrati mentre trattavano le loro compagne con una misoginia evidente – alcuni esempi: chiamare una ragazza "nonna" per non aver voluto rendere il rapporto anche fisico, in TV, sentire, al contrario, di avere il diritto di possedere quel corpo, fidanzarsi con qualcun'altra perché si "è dimostrata degna di diventare la fidanzata" –, per la testata, «sembrava che il programma stesse riflettendo il progressivo deterioramento del panorama degli appuntamenti eterosessuali contemporanei». Se i reality offrono una finestra sulla nostra psicologia collettiva, questa stagione ha mostrato una crescita evidente del senso di entitlement degli uomini e una frattura sempre più profonda tra i generi – sono stati molti i giovani che, come dice la ragazza nel reel di prima, hanno tentato di offrire il proprio appoggio a questi vergognosi protagonisti – offrendo allo stesso tempo una rara occasione per rifiutarla, alimentata dalle voci di concorrenti e spettatrici.

I dating show hanno la particolarità di parlare a persone vere di persone vere, qualsiasi sia il livello di autenticità o complottismo che si voglia applicare alle narrazione. Per questo ci coinvolgono così intensamente. Ed è proprio questo coinvolgimento ad innalzarli al disopra dello status di mera tv spazzatura. Ciò che le ragazze costruiscono insieme, episodio dopo episodio, ha un valore profondo e inestimabile: da quale cinema di autore originerebbe tanto fervore, tanta coesione, tanti ideali? Alcuni progetti più di altri, poi, sono fatti estremamente bene.