"Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza". Con queste parole, lo scorso 20 settembre, dal palco della festa di Gioventù nazionale, la premier Giorgia Meloni ha anticipato il nuovo decreto sulla scuola. Un provvedimento che, per molti, insegue le idee di Roberto Vannacci e lancia di fatto la campagna elettorale per le prossime politiche. Ma che tocca anche uno dei nervi scoperti della nostra istruzione.
Il tetto agli stranieri in classe: cosa succede ora
Il decreto introduce un tetto del 30% per alcune categorie di alunni con cittadinanza non italiana. Alla primaria vengono conteggiati quelli nati all’estero oppure che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia; alle medie e alle superiori quelli che non hanno frequentato con esito positivo almeno tre anni del sistema scolastico nazionale.

Non solo: quando le barriere linguistiche dei genitori ostacolano il percorso scolastico del figlio, la scuola deve segnalarlo ai servizi sociali, che definiscono un progetto personalizzato con corsi gratuiti di italiano presso i Cpia, i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti. La mancata frequenza, senza giustificati motivi e dopo una diffida, è sanzionata con una multa. Il problema? La realtà rischia di essere molto più complicata dei decreti.
Cosa è cambiato in 20 anni: nati in Italia, ma non italiani
Nello scorso anno scolastico gli studenti con cittadinanza non italiana sono stati l’11,6% del totale: oltre 900mila alunni su otto milioni. Il loro numero è quasi triplicato in poco più di vent’anni.
La percentuale varia da regione a regione ed è più alta al Nord: raggiunge il 18,9% in Emilia-Romagna e il 17,7% in Lombardia. Nel 2022/23 invece, quasi una scuola su dodici superava il 30% di alunni stranieri. Serve però una precisazione, a partire da cosa intendiamo per "stranieri": nello stesso anno, il 65,4% degli alunni con cittadinanza non italiana era nato infatti in Italia.

Esiste tuttavia un problema di competenze alfabetiche, rilevato dai test Invalsi, prove nazionali standardizzate che misurano il livello di apprendimento degli studenti. Nell’anno scolastico scorso, in terza media, il 41,4% non raggiungeva competenze sufficienti in italiano. La quota saliva al 75% tra gli stranieri di prima generazione e al 57,2% tra quelli di seconda generazione, contro il 37% degli studenti nati in Italia da genitori italiani. Un problema crescente da più di venti anni a cui la scuola italiana non ha mai risposto in maniera strutturale.
L'emergenza (che non c'era) e il problema strutturale
Il tetto del 30% non è certo una novità: lo prevedeva già una circolare del 2010 dell’allora ministra Mariastella Gelmini, con diverse possibilità di deroga.
Cinque anni dopo, con la "Buona Scuola" di Matteo Renzi, l’italiano come seconda lingua entra tra gli obiettivi formativi dell’offerta scolastica. Nel 2016 viene istituita anche la classe di concorso A23, per l’insegnamento dell’italiano a studenti di lingua straniera, ma il meccanismo rimane di fatto una scatola vuota. E anche i fondi stanziati dal governo Meloni (3,4 milioni nel 2027 e circa 14,14 milioni annui dal 2028) sembrano una goccia nel mare.

"È stato usato un provvedimento d’urgenza per legiferare su un fenomeno che riguarda poche migliaia di studenti, se si applicano le disposizioni contenute nel decreto", osserva Gianna Fracassi, segretaria del sindacato Flc Cgil. "Il governo per l’inclusione ha fatto molto poco. Si pensi - aggiunge Fracassi - al potenziamento della classe di concorso A23, per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri nelle scuole. Prevedeva appena un migliaio di posti ed è stato anche ridotto di circa il 20% quest’anno. La cosa bizzarra è che in alcune regioni dove c’è più presenza di stranieri, il taglio è stato anche superiore: in Veneto è stato del 38%, in Toscana si è arrivati anche al 47%".
Dentro le classi dell'Italia multietnica: "Sul tetto agli stranieri il problema esiste, ma non possiamo mandare i bimbi chissà dove" - di Andrea Falla
Anche l’educazione delle famiglie presenta non poche criticità: "I genitori degli alunni stranieri dovrebbero fare dei corsi nei centri di apprendimento per adulti che da anni non sono valorizzati né dal punto di vista del personale, né da quello delle risorse".
A mancare è insomma una visione strutturale del problema: "L’inclusione va inserita nella legge di bilancio, i ragazzi non sono pacchi postali. Inoltre sottolineo che i precari della scuola sono oggi oltre 300mila, circa uno su quattro tra docenti e personale Ata: che tipo di integrazione vogliamo realizzare con questi numeri?", conclude Fracassi.
Se la lingua diventa un muro per migliaia di ragazzi
Il punto è che la società sembra viaggiare a una velocità doppia della scuola. "Oggi nelle nostre classi metà dei ragazzi ha un cognome che fatichi a pronunciare il primo giorno di scuola - racconta Francesca, 40 anni, insegnante in una scuola media romana -. Ma c’è un malinteso gigante. Oltre il 60% di questi ragazzini è nato poco lontano da qui. Parla con l’accento romano, tifa Roma, mangia pizza o carbonara".
Le vere difficoltà iniziano con i "Nai", gli alunni neoarrivati in Italia. "Prendiamo un ragazzino appena arrivato che viene inserito nella mia classe e non capisce una parola. Io devo spiegargli Leopardi mentre ho altri 24 alunni che giustamente scalpitano - sottolinea Francesca -. Ovviamente il mediatore linguistico lo vediamo col binocolo perché i fondi dei bandi finiscono subito. Se ho a che fare con uno studente che parla solo urdu o cinese, lo strumento principale diventa il mio smartphone con Google Translate, oppure il compagno di banco dello stesso paese che fa da interprete e perde ore di lezione per dargli una mano. Facciamo welfare fai-da-te".

Queste difficoltà possono contribuire all’abbandono scolastico. "Tra i ragazzi stranieri l’abbandono raggiunge cifre spaventose - racconta Anna, insegnante di italiano in una scuola media della periferia romana -. Ricordo Ahmed, un ragazzino bengalese arrivato in terza media due anni fa. Era intelligente e motivato, ma a scuola capiva un ventesimo di quello che dicevamo. Invece di valorizzarlo, il sistema lo ha schiacciato. Ha accumulato frustrazione e note perché si distraeva, ed è stato bocciato. L’anno dopo, appena compiuti 16 anni, ha salutato tutti. Ora dà una mano al padre al banco della frutta al mercato rionale. La scuola per lui è stata una porta chiusa in faccia".
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Anche il precariato non aiuta: "Se ogni anno cambio scuola, come faccio a seguire il percorso di un ragazzo che ha difficoltà linguistiche e, di conseguenza, difficoltà nell’interazione e nella socialità? - si chiede Anna -. In un anno conquisto la sua fiducia, capisco come prenderlo, creo un canale con la famiglia, e a giugno sparisco perché scade il contratto. A settembre arriva un altro precario che deve ricominciare tutto da capo. È un danno psicologico e didattico enorme".
Non è un caso che, al centro delle proteste degli studenti in Francia, ci sia il tema delle classi non affollate, la richiesta di più insegnanti e la sostituzione di quelli assenti: temi vivi e scottanti anche in Italia. Così come è un fatto che, sia la scuola, che l'ondata migratoria, vengano trattati da anni come un'emergenza, piuttosto che come una questione strutturale.
Così l'integrazione viene fatta dalle associazioni
Imparare la lingua non serve solo ai ragazzi. "Abbiamo cominciato a insegnare italiano agli stranieri come volontari nel 1982, in un contesto molto diverso - racconta Daniela Moretti, coordinatrice e responsabile organizzativa della scuola di lingua e cultura italiana della Comunità di Sant’Egidio di Roma -. Negli ultimi dieci anni abbiamo registrato un boom di richieste. La lingua è essenziale per il lavoro, per la scuola, per tutto. Nella nostra esperienza non bisogna convincere i cittadini stranieri ad andare a scuola, ma aprire più scuole per accoglierli".

Oggi la comunità è presente in varie città italiane e offre anche attività di doposcuola nelle "Scuole della pace", per studenti italiani e stranieri. "Proviamo a insegnare ai minori una cultura della convivenza e della pace, ma anche a sostenerli nel percorso scolastico - sottolinea Moretti -. Sosteniamo le famiglie anche nell’iscrizione a scuola, perché spesso non hanno lo Spid, e lavoriamo con gli istituti quando ci segnalano possibili abbandoni o difficoltà".
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L’impressione è però che il lavoro sul territorio sia lasciato prevalentemente alle associazioni del terzo settore e che l’italiano sia solo una parte del problema. Ne è convinta Claudia Bernabucci, dell’associazione Cubolibro, attiva a Tor Bella Monaca, nel sesto municipio romano.
Cancellato l'italiano anche nei centri di accoglienza
"Abbiamo iniziato programmi di tutoraggio per bambini e ragazzi stranieri perché spesso non hanno un familiare che li supporti nello studio e comprenda fino in fondo come funziona la scuola in Italia. La sfida è coinvolgere anche i genitori e creare una comunità: è un processo", racconta Claudia. La grande carenza si chiama mediazione linguistica e culturale, mentre il governo Meloni ha progressivamente eliminato l’insegnamento dell’italiano dai servizi garantiti nei centri di prima accoglienza e nei Cas (i centri di accoglienza straordinaria).

"Molto spesso sono le scuole che ci segnalano le situazioni più complesse. Oltre a supportarli nello studio, cerchiamo di indirizzarli ad altre realtà del territorio. L’importante è sentirsi all’interno di una rete, di una comunità. La risposta non è solo linguistica - spiega Claudia Bernabucci -. Facciamo laboratori anche con le donne straniere, spesso madri dei ragazzi che vanno a scuola. Uno spazio che permette loro di avvicinarsi alla lingua, ma anche alla nostra cultura. Questo si riverbera su tutta la famiglia".
Uno sforzo che fatica a trovare sostegno nelle istituzioni: "Il Cpia più vicino è a chilometri di distanza: per chi assistiamo è lontano. Inoltre - aggiunge Bernabucci - la carenza di mediatori culturali ostacola le cose più elementari: dalla visita medica al certificato, dall’iscrizione dei figli a scuola alle valutazioni sui disturbi dell’apprendimento, fatte nella nostra lingua anziché nella loro". Il rischio? È ovviamente quello di ricevere indicazioni scolastiche e terapeutiche poco adeguate. Perché il problema non è solo linguistico o scolastico. È anche quello di un Paese che da anni ha smesso di investire sull’integrazione e, in ultima analisi, sul suo futuro.
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