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Terzo polo, la vera posta del risiko. Prova generale di capitalismo di governo

August 23, 2026

Il credito è questione di fiducia, e la fiducia non è soltanto questione di mercato. Nessun Paese ha mai lasciato che il proprio sistema bancario si disegnasse da sé, l’Italia meno che mai, e il risiko che da settimane infiamma finanza e politica segna il bivio da cui dipendono gli equilibri delle casseforti italiane: se il risparmio nazionale si concentrerà intorno a Intesa Sanpaolo e UniCredit, o se resterà spazio per un terzo polo che unisca credito, assicurazione e risparmio gestito.

È per questo che il rilancio di Luigi Lovaglio - che all’offerta di Intesa su Mps ha opposto due Ops su Banco Bpm e Banca Generali - merita un giudizio meno frettoloso di quello della Borsa, a cui si è ridotto un dibattito che rischia di risultare distorto oltre che miope. Il mercato fa il suo mestiere: prezza, sconta, misura. Non gli compete soppesare la stabilità di Generali, il destino di Banco Bpm, le ragioni di Crédit Agricole, le ambizioni di UniCredit e gli umori della maggioranza.

Sta emergendo una forma diversa d’intervento pubblico: uno Stato con meno azioni e più relazioni, meno poteri formali e più capacità di favorire equilibri, e che soprattutto non ordina le operazioni, ma crea il contesto che le rende possibili. Il terzo polo è il primo banco di prova di questo capitalismo di governo.

La lettura prevalente insiste sulla complessità delle offerte per Bpm e Banca Generali, sui molti consensi necessari e sulla freddezza degli investitori. Obiezioni reali, meno convincenti quando assumono come fallimento tutto ciò che non coincida con l’esecuzione integrale e immediata del piano. Il mercato giudica il progetto annunciato, Lovaglio negozia probabilmente il progetto possibile.

La prima ipotesi è che l’offerta per Banca Generali non sia nata senza un sondaggio preventivo con Philippe Donnet, amministratore delegato di Generali. Il Leone la controlla, e senza il suo consenso l’operazione non passa. Nessun accordo è stato annunciato, ma la struttura proposta garantirebbe a Generali un ruolo rilevante nel nuovo gruppo e ne stabilizzerebbe l’assetto. Donnet non deve condividere l’intero disegno, gli basta considerarlo preferibile a un rafforzamento decisivo di Intesa.

Neppure Andrea Orcel deve diventare un alleato dichiarato di Lovaglio. Con quasi il 10 per cento di Generali, UniCredit ha una posizione che nessun futuro equilibrio del Leone può ignorare. È un contrappeso all’espansione di Intesa e un’assicurazione rispetto alle possibili scelte di Delfin. Orcel condivide con Lovaglio il problema, non necessariamente la soluzione.

La partita più difficile riguarda Crédit Agricole. Con quasi un terzo di Banco Bpm, i francesi hanno un veto sostanziale e preferirebbero integrare Piazza Meda nelle proprie attività italiane. L’offerta di Mps li costringe a uscire dall’ambiguità: negoziare una posizione nel nuovo gruppo oppure avanzare un’alternativa. C’è poi un precedente che Giuseppe Castagna non può cancellare: l’8 giugno, prima dell’offerta di Intesa, fu Banco Bpm a proporre a Mps un’aggregazione, approvata all’unanimità dal suo consiglio e descritta come un’operazione dal “forte razionale strategico e industriale”, con oltre un miliardo di sinergie e la nascita di un nuovo campione nazionale. Le condizioni saranno cambiate, ma Castagna difficilmente può sostenere che l’integrazione non stia in piedi. Può forse dire che non gli conviene a questi termini, ed è una cosa molto diversa. In questa architettura contano, e non poco, anche Vittorio Grilli e Gaetano Caputi. Il presidente di Mediobanca e il capo di gabinetto di Giorgia Meloni rappresentano una possibile infrastruttura di rapporti tra Palazzo Chigi, management e capitali privati: una stanza in cui rendere compatibili interessi differenti. Segno che l’operazione intercetta già una riflessione più ampia sul futuro del sistema.

Resta la Lega. Che si astiene dal contestare il terzo polo, su cui ha investito politicamente, ma vuole capire quale nascerà: quanto lombardo, quanto aperto ai francesi, con quale governance e quali garanzie per Banco Bpm. La mediazione può passare dal presidio territoriale, dalle nomine e dai limiti all’influenza di Agricole.

E dunque la forza della mossa di Lovaglio sta proprio nel punto indicato come sua debolezza. Il piano dipende da molti soggetti, ma nessuno può restare fuori dalla trattativa. Ciascuno vuole un risultato diverso, ma ciascuno ottiene di più negoziando con Mps che assistendo alla vittoria piena di Intesa.

Messina ha presentato un’offerta agli azionisti. Lovaglio ha riaperto una questione di sistema. Il terzo polo non ancora nato è già il terreno su cui si misura una nuova forma del potere pubblico: uno Stato che possiede meno, orienta senza dichiararlo e cerca nel mercato gli strumenti per un interesse nazionale. La partita non è affatto chiusa.