Ultima storia immaginata da Bernardo Bertolucci, poi portata avanti fino a diventare una regia di Andrea Pallaoro, The Echo Chamber è un viaggio nelle relazioni di dipendenze e accudimento, liberazione e sofferenza di ogni storia d'amore. La recensione di Mauro Donzelli dal Festival di Venezia, dove il film è in concorso.
Un’amore e un appartamento. Il sentimento più potente che c’è e un luogo in cui sviluppare ogni assenza, più che presenza, sono al centro dell’ultima sceneggiatura pensata da Bernardo Bertolucci prima della morte, elaborata e condivisa con le sceneggiatrici Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, che l’hanno portata avanti insieme al regista che l’ha poi fatta sua, Andrea Pallaoro. Potremmo definirla una storia di tutte le storie d’amore, costituita com’è da ricordi e fantasmi di quanto vissuto, più che dall’ora e subito, da occhiate fuori dalla finestra e fughe precipitose. È impossibile l’equilibrio in una coppia conosciutasi, e già diventata subito tale, come un fulmine inarrestabile, quando lei, infermiera, è intervenuta per dare sollievo a un costante dolore alla schiena di lui, prima di approfondire l’amore ancora più impossibile con le droghe, per farlo.
Sono cura e dipendenza a emergere come le sfumature più radicate nel rapporto fra Leo (Luca Marinelli) e Anne (Alicia Vikander), che in questo viaggio sensorialmente variegato, diremmo quasi esploso, ideato da Bertolucci, si sfiorano e perdono, più che cercare realmente di immaginarsi insieme in quell’appartamento che ha un grande potere evocativo e rappresenta la location unica di The Echo Chamber. Stanze ampie in cui risuona presto la voce di una celebre cantante alle prese con il nuovo album. Ava (Susan Sarandon) sta registrando proprio nella casa e studio di Leo, produttore discografico. Ha il carisma di un’icona degli “anni ruggenti” del rock, con alle spalle un passato di stravizi e dannatismo, e rappresenta l’unica relazione veramente in equilibrio di Leo, a cui la mediazione della musica permette un risveglio creativo, e fugaci momenti di felicità, in quel luogo di rifugio, ma anche prigione.
The Echo Chamber è un’avventura che si sviluppa fra silenzi e vuoti, riempiti costantemente dall’arredamento e dagli oggetti, che rappresentano la firma di chi ci è stato e non riesce a trovare migliore veicolo di comunicazione che un segnale inanimato, ma sentito e intimo, come una sciarpa o uno spazzolino. I piani temporali si sovrappongo e rifiutano, trascinandoci in una spirale ipnotica calda di un’intensità sempre più evidente. Senza fronzoli o spiegazioni, questo triangolo scaleno di fragilità è in ricerca continua di un punto di frizione che possa risvegliare il torpore di queste anime sospese in un limbo.
Quale veicolo migliore della musica, di una canzone proveniente dal passato e quindi rielaborata e masticata un’infinità di volta, accompagnamento di ricordi dolci o sofferenza creativa necessariamente rimossa da chi l’ha cantata? Diventa l’unico alfabeto sentimentale privo di rischi per avvicinare a distanza, di nuovo, Leo e Anne, per sondare come trattenere un sentimento nato con la maledizione di doversi trasformare in cura e dipendenza per poter esistere nel tempo. Ottimamente interpretato e formalmente seducente, ma capace di mantenerci sempre in tensione, il film è un’inconsueta storia d’amore, così eccentrica eppure naturale da regalare un appiglio emotivo in cui ritrovarci in quei silenzi, quelle note e quei rimpianti.