Scoppia il caso sull'inganno del viaggio in Gran Bretagna. Il presidente lascia in segreto l'Air Force One e fa proseguire il press pool a sua insaputa. La protesta della stampa: «Incertezze che minano la fiducia nel giornalismo»
«Capisco il Secret Service, che è pronto a sacrificare la propria vita per il Presidente. Ma io sono solo un giornalista e il mio lavoro non è quello di proteggere Trump, bensì informare su cosa fa e cosa dice». L’amaro e stizzito sfogo di uno dei cronisti del pool della Casa Bianca riassume perfettamente il clima di altissima tensione esploso tra la stampa americana e l’amministrazione statunitense. Al centro dello scandalo c’è quanto accaduto lo scorso 8 luglio durante il volo diretto verso la Gran Bretagna: il tycoon ha lasciato in segreto l’Air Force One durante una sosta ad Ankara, in Turchia, utilizzando persino un camion del servizio di catering per sbarcare e salire su un altro velivolo militare. A bordo del jet presidenziale sono stati lasciati, del tutto ignari della manovra e usati, a detta loro, come esca a loro insaputa per eludere una presunta minaccia missilistica iraniana, alti funzionari, collaboratori e l’intero gruppo di giornalisti accreditati.
August 11, 2026
Finestrini oscurati e lo spostamento del presidente Usa
Ai reporter presenti nella parte posteriore del velivolo presidenziale era stato categoricamente ordinato di tenere abbassate le tendine dei finestrini per esigenze di sicurezza dettate dal Secret Service. «Al momento dell’arrivo in aeroporto, la situazione non è sembrata particolarmente insolita al pool al seguito», ha raccontato Michelle Stoddart di Abc, produttrice responsabile del pool televisivo. «Il nostro fotografo ha notato che la scaletta è stata rapidamente allontanata mentre la stampa saliva a bordo. Ha riferito che un fotografo seduto dietro di lei ha sollevato l’oscurante del finestrino, ma è stato subito invitato a richiuderlo da un membro dello staff della Casa Bianca, che ha spiegato che si trattava di una richiesta del Secret Service». Arrivati a destinazione, Trump è stato fatto risalire di nascosto sull’Air Force One per comparire davanti ai riflettori come se fosse sempre stato a bordo.
La versione di Trump
Interpellato sulla vicenda, il presidente degli Stati Uniti ha preferito scaricare la responsabilità sui servizi di sicurezza e ridimensionare i rischi corsi dalle persone lasciate a bordo: «Dipende tutto dal Secret Service. Mi limito a seguire le loro indicazioni. Quindi mi affido al Secret Service e ai militari: per ragioni di sicurezza, volevano che viaggiassi su un volo diverso, su un aereo diverso. Hanno voluto così e l’ho fatto; ho seguito le loro disposizioni». Il tycoon ha poi aggiunto: «In realtà credo che l’aereo su cui ho viaggiato io fosse più a rischio, perché penso che sarebbe stato proprio quello il velivolo che avrebbero preso di mira più probabilmente».
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La rabbia dei giornalisti
Una spiegazione che non ha certo calmato la rabbia della White House Correspondents’ Association (WHCA). La presidente Jacqui Heinrich ha inviato una dura mail ai membri dell’associazione riferendo di un incontro franco ma senza sconti con la dirigenza della Casa Bianca. Heinrich ha rimarcato come questo inganno mini alla base l’affidabilità delle notizie e la sicurezza stessa del lavoro giornalistico: «Qualora le circostanze portassero i reporter a diffondere involontariamente informazioni imprecise o fuorvianti, deve esserci la possibilità per la stampa di rettificare quanto riportato una volta superata l’emergenza legata alla sicurezza». Proseguendo: «In un panorama informativo già segnato da teorie cospirative, l’incertezza sull’affidabilità delle notizie indipendenti può essere sfruttata da soggetti malintenzionati che mirano a seminare confusione e a minare la fiducia nel giornalismo».
Il protocollo in caso di attacco
Sebbene l’uso di esche blindate o elicotteri civili civetta sia la norma nei protocolli di sicurezza per ingannare i potenziali aggressori, coinvolgere una delegazione di giornalisti e civili a loro totale insaputa rappresenta un precedente privo di eguali da quasi trent’anni a questa parte. Come notato da Ari Fleischer, ex portavoce di George W. Bush: «In caso di attacco, il nucleo di sicurezza protetto si separa dal resto del gruppo, lasciando tutti gli altri – dal personale della Casa Bianca ai funzionari militari, fino ai giornalisti e ai membri del Congresso – a cavarsela da soli».
