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Un grosso impiccio per il governo

September 23, 2026

Per il governo di Giorgia Meloni l’ultima revisione dell’Istat sui conti pubblici italiani è stata una pessima notizia. Mercoledì è arrivata infatti la conferma che il deficit di bilancio nel 2025 è rimasto al 3,1 per cento del PIL, cioè sopra al limite europeo del 3 per cento. Il deficit, disavanzo, è la differenza tra le entrate nelle casse dello Stato e le uscite.

È un dato che normalmente non avrebbe causato clamore, ma in questo caso significa che con ogni probabilità l’Italia non uscirà dalla procedura europea per deficit eccessivo. Era un obiettivo che il governo si era dato innanzitutto per ottenere un riconoscimento politico per gli anni di estremo rigore nei conti, ma soprattutto per avere più soldi da spendere con la prossima legge di bilancio, che sarà l’ultima prima delle elezioni del 2027. Il governo insomma non avrà molto margine per finanziare le misure da rivendicare in campagna elettorale (non è colpa dell’Istat, come suggerisce Meloni, ma di un conteggio sbagliato del ministero dell’Economia).

L’Italia è in procedura per deficit eccessivo dal 2024, cioè all’incirca dalla fine della pandemia, durante la quale le regole europee sui conti pubblici erano state sospese per permettere ai paesi di spendere per affrontare l’emergenza. Sono le regole previste dal cosiddetto Patto di Stabilità: nel 2023 il Patto tornò in vigore e la Commissione Europea raccomandò la procedura per l’Italia e diversi altri paesi perché col ripristino dei vincoli di bilancio il loro deficit risultava superiore al 3 per cento (quello italiano era più del doppio). Se uno Stato è in deficit significa che spende più di quanto incassa con le tasse, considerando anche gli interessi che deve pagare sul debito. Semplificando, il deficit contribuisce all’accumulazione del debito pubblico.

La procedura per deficit eccessivo comporta un graduale percorso di rientro del deficit sotto la soglia, maggiori vincoli su quanto può crescere la spesa pubblica e in generale un monitoraggio attento del bilancio pubblico da parte della Commissione Europea.

Ma in questo periodo storico la procedura significa anche non poter sfruttare appieno alcuni vantaggi previsti dall’Unione Europea per affrontare le spese in energia e difesa, quelli previsti dalla “clausola di salvaguardia sulla difesa”, la cosiddetta escape clause.

Questa clausola permette di indebitarsi oltre i limiti previsti dal Patto di stabilità – e quindi di avere un deficit oltre il 3 per cento del Prodotto Interno Lordo (PIL) all’anno – fino all’1,5 per cento del PIL in quattro anni, a patto di destinare quelle risorse a programmi di difesa. Era stata introdotta nel 2025 inizialmente con il piano di riarmo europeo, dopo l’invasione russa dell’Ucraina. A giugno, data la crescente crisi energetica causata dalla guerra in Medio Oriente, la Commissione Europea ha poi stabilito che di questo 1,5 per cento lo 0,3 potrà essere destinato a investimenti nel settore energetico, nel triennio tra il 2026 e il 2028, con un limite complessivo nei tre anni dello 0,6 per cento del PIL (il restante 0,9 resta quindi alla difesa).

Per l’Italia sono al massimo 36 miliardi di euro per i prossimi tre anni, distinti tra 22 per la difesa e 14 per l’energia. Ad agosto il governo aveva ottenuto l’autorizzazione dal parlamento per richiedere l’attivazione della cifra completa. Anche se spalmati su più anni sono tanti soldi: l’ultima legge di bilancio valeva 22 miliardi.

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti alla Camera a per l’approvazione della clausola di salvaguardia, il 5 agosto (Roberto Monaldo/LaPresse)

Una precisazione: non sono soldi che l’Unione Europea regala all’Italia, ma soldi che l’Italia è autorizzata a prendere a debito e che dovrà restituire con gli interessi. Il vantaggio è che lo può fare (o meglio, avrebbe potuto farlo) senza sforare i vincoli europei. L’idea del governo era di usare queste risorse per finanziare anche misure coerenti in energia e difesa già previste, per poi usare per altre misure i soldi che si sarebbero liberati.

Il problema è che per i paesi in procedura per deficit eccessivo la clausola di salvaguardia vale solo in parte: sul deficit le spese fatte in difesa ed energia continueranno a essere conteggiate. Ciò significa che se il governo usasse questi soldi rischierebbe di sforare di nuovo il vincolo del 3 per cento e quindi di posticipare ancora l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo, che se le cose restassero così dovrebbe avvenire l’anno prossimo.

Come sempre accade intorno alle procedure europee sui conti pubblici, c’è molta confusione su cosa il governo ora potrà o non potrà fare.

Se volesse comunque utilizzare il deficit aggiuntivo di 36 miliardi potrebbe farlo, ma a costo di non uscire dalla procedura per deficit eccessivo né il prossimo anno né negli anni a seguire.

L’alternativa potrebbe essere usare solo una parte di questi 36 miliardi, tanto basta per restare sotto il 3 per cento nel 2027 per uscire dalla procedura e rimanerne fuori anche nel 2028: sarebbero uno 0,2 per cento del PIL per il prossimo anno e uno 0,5 per quello dopo, che complessivamente varrebbero circa 17 miliardi. Questo consentirebbe di poter sfruttare appieno la clausola di salvaguardia già dall’anno prossimo. Ma in questo scenario ci sarebbero comunque pochi soldi in più per la legge di bilancio.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a Bari, il 4 settembre (Filippo Attili/Palazzo Chigi/LaPresse)

Un’ultima ipotesi è che il governo tenti di strappare una concessione alla Commissione Europea, che deve confermare formalmente a novembre la permanenza dell’Italia nella procedura per deficit eccessivo e che nelle scorse settimane si era mostrata a sua volta fiduciosa in una revisione favorevole.

Sebbene un portavoce abbia detto mercoledì che non si può proprio uscire dalla procedura se non si è sotto il 3 per cento, potrebbero esserci margini di trattativa se l’Unione Europea volesse davvero incentivare gli investimenti in difesa e in energia. Tanto più considerando che per il governo di Meloni spendere soldi in difesa è una scelta politicamente delicata, visto che una parte della maggioranza – la Lega – e un bel pezzo dell’opposizione – Alleanza Verdi e Sinistra e il Movimento 5 Stelle – sono contrari agli investimenti per il riarmo: un conto è farlo senza influire sul deficit e senza sforare i vincoli di bilancio europei, un altro è farlo senza questa flessibilità.