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Un iceberg grande quanto San Marino si è staccato da un ghiacciaio (ed è colpa del caldo)

August 22, 2026

C'è chi l'ha paragonato per estensione all'isola di Manhattan, chi ha detto che è grande quanto San Marino e chi ha detto che è come se una città come Vicenza fosse finita a largo nell'Oceano Glaciale Artico. L'iceberg che si è staccato dal ghiacciaio Peterman è insomma di dimensioni importanti e la sua "fresca" esistenza non può essere considerata un evento secondario, soprattutto per gli studiosi di quanto accade alle estreme latitudini del Pianeta.

Dimensioni importanti

Dimensioni importanti  L'isola di ghiaccio creatasi il 4 agosto in Groenlandia rappresenta il più grande distacco nell'Artico degli ultimi 6 anni. Si parla di un iceberg tabulare che si estende su di una superficie di ben 76,4 km² e che conta uno spessore di circa 150 metri. A rivelarne l'esistenza ci hanno pensato i radar del satellite Sentinel-1 dell'ESA, monitorati da un team dell'Università di Ottawa. I ricercatori, a onor del vero, si aspettavano ormai da un po' che qualcosa di simile potesse accadere. Anche se nemmeno loro potevano immaginare un evento di tali proporzioni, letteralmente. I fenomeni di distacco (in gergo tecnico "calving") non sono ormai di per sè rari, anche se rimane difficile assistere a situazioni così estreme, soprattutto nell'Artico. Va ricordato infatti che in casi simili non si parla più di comuni iceberg quanto piuttosto di "isole di ghiaccio", che si originano dal distacco di piattaforme o lingue glaciali galleggianti.

Un distaccamento atteso

 Ovviamente un allontanamento dell'"isola" dal ghiacciaio madre non si concretizza in poche ore e chi studia queste cose ogni giorno lo sa benissimo. Non è un caso quindi che già dal 2019 gli studiosi canadesi avessero puntato i loro occhi sul ghiacciaio Peterman, consci di come sotto la superficie si stessero rincorrendo complessi processi termodinamici e meccanici. Evoluzioni che avrebbero portato presto o tardi a un epilogo inevitabile, che si è concretizzato alla fine proprio in queste settimane. "Il ghiacciaio Peterman è da tempo una delle più grandi lingue di ghiaccio rimaste in Groenlandia", ha raccontato a Focus il dottorando in glaciologia dell'Università di Ottawa Adam Garbo: "Aspettavamo questa rottura da anni, e vederla finalmente accadere è straordinario".

Troppo caldo anche per i ghiacciai

  Esistono chiaramente delle cause esterne che innescano i processi di cui sopra e che dipendono in grande misura da chi è lontano chilometri da quei ghiacciai disabitati. Siamo infatti stati noi esseri umani a provocare il cambiamento climatico e quindi quell'aumento di temperature che è alla base dello scioglimento di certe masse glaciali. Nulla di nuovo sotto il sole insomma, anche se quel sole si sta facendo sempre più caldo. La combinazione tra un termometro che si spinge sempre più in alto e delle acque che sono sempre meno glaciali porta per riassumere all'assottigliamento della base, indebolendo la linea di confine tra il ghiaccio ancorato alla terraferma e quello galleggiante sul mare (la cosidetta "grounding line"). Un fenomeno che alla lunga porta  sempre alla rottura.

Succederà di nuovo

  Nemmeno i Poli ormai sono immuni al riscaldamento climatico e questo spinge i ricercatori a credere che distacchi simili siano destinati a diventare sempre più comuni. Lo stesso Peterman dovrebbe produrre in tempi relativamente brevi altre due isole di ghiaccio, dalle dimensioni ancora maggiori (secondo alcune stime arriveranno a misurare addirittura 94 km²). Non una buona notizia per detto ghiacciaio ovviamente che, a forza di perdere pezzi, finirebbe per rimpicciolirsi del 22%.

Perché  ci interessa

  Ma se lo scioglimento è irreversibile come quello dei nostri gelati a ferragosto, viene da chiedersi perché qualcuno si prenda ancora la pena di studiarlo. La ragione è semplice e la esplicitano gli stessi ricercatori: "Studiando le isole di ghiaccio artiche, acquisiremo conoscenze che potranno essere applicate ad altre regioni polari", ha spiegato la dottoressa Anna Crawford dell'Università di Stirling.  Persistendo per anni queste enormi superfici permettono agli scienziati di studiare da vicino come i ghiacciai si ritirano, come cambiano le condizioni oceaniche e soprattutto quali rischi comportano queste masse di ghiaccio alla deriva.

Rischio Titanic

  Blocchi di queste dimensioni sono infatti un pericolo anche per la sicurezza in mare. Spostandosi lentamente e frammentandosi nel tempo, possono trasformarsi spesso e volentieri in ostacoli imprevedibili per le navi e per le infrastrutture offshore. Nessuno si spinge a preconizzare un "nuovo Titanic", insomma, ma un incrocio tra un iceberg sotto steroidi e un'imbarcazione di grandi dimensioni potrebbe creare comunque discreti problemi. Come avverte la dottoressa Abigail Dalton, del Canadian Ice Service: "Nel tempo certi blocchi si frammentano in pezzi più piccoli e più difficili da tracciare, rappresentando un pericolo per le navi e le operazioni di sfruttamento delle risorse". Questo distaccamento non sarà insomma l'ultimo ma, metterlo sotto la lente d'ingrandimento, aiuterà a capire come gestire i prossimi. Da grandi isole di ghiaccio derivano grandi studi scientifici, in sostanza.