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Una lode per la vita e la morte nel dialogo al cimitero di Olbia  - L'Unione Sarda.it

September 17, 2026

L’evento.

18 settembre 2026 alle 00:20

Lumera: «Il primo rimpianto di chi muore è non aver detto ti amo» 

Nel cimitero gentile c’è un’altalena per i bambini che richiama la vita. E, alle spalle delle tombe, spazio per passeggiare tra ulivi e granito e una chiesetta bianca che richiama uno dei tanti santuari campestri, uno scorcio di paesaggio gallurese su una collinetta dove lo sguardo non incontra muri. A Olbia nel camposanto di Su Lizzu, l’unico in Italia a fregiarsi della qualità della gentilezza, ieri si sono celebrate la vita e la morte, gemelle siamesi, nell’anteprima della ventesima edizione de “Il rumore del lutto”, rassegna di cultura in death education che tocca per la prima volta la Sardegna.

Rompere il tabù della morte e metabolizzarla, portarla al centro del discorso, come inevitabile compagna della vita è tra gli obiettivi della rassegna culturale ideata nel 2007 da Mariangela Gelati e Marco Pipitone. L’anteprima di Olbia è una lode al tramonto, percorso di riflessione accompagnato da Daniel Lumera, scrittore e biologo esperto in scienze del benessere, don Francesco Fiorillo con la conduttrice Francesca Favotto, che ha raccontato anche la sua personale esperienza di lutto per la perdita del compagno all’età di 38 anni: «Gli avevano dato due anni di vita a 24 anni, ne ha guadagnato 14 vissuti intensamente e felicemente».

Il dialogo

Ed è un tramonto di rara bellezza ad accompagnare il dialogo sotto un cielo che sembra in sintonia con le parole sulla terra. «Accompagno il fine vita e lo faccio ormai da tanti anni – racconta Daniel Lumera – e nelle persone che accompagno ho trovato maestri straordinari, mi hanno insegnato moltissimo. Le persone prima di morire hanno due rimpianti. Il primo è quello di non aver detto ti amo, il secondo di non aver vissuto appieno la propria vita ma di essersi adeguati alle aspettative della famiglia o della società, aver detto troppi sì».

Don Francesco Fiorillo a 18 anni faceva il dj e organizzava rave party. «Durante una serata è morto il mio migliore amico di overdose di ecstasy, aveva 19 anni. A quel punto che fai? O segui il tuo amico o trasformi il dolore in altro». Francesco, sulla scia del suo nome è entrato in monastero e oggi aiuta i genitori che vivono il dolore più indicibile. «Io non ci credo all’elaborazione del lutto, il lutto è vivo, in movimento, non va risolto va abitato. E la vita non va capita, va vissuta. Tutti vogliono allungarla e invece bisogna allargarla».

Grazie

Il sole è ormai tramontato nei colli e il momento di meditazione finale è accompagnato dall’olio di nardo, lo stesso che Maria Maddalena usò sul corpo di Gesù, una goccia per ogni mano. E le parole troppo spesso non dette: grazie (alla vita) e ti voglio bene alla persona accanto. È il momento di Bianca Atzei e del suo struggente Halleluia. Anche in cimitero si può fare musica.

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