Umberto Eco teneva nella sua casa di Milano una biblioteca di circa trentamila volumi. Lo racconta Nassim Nicholas Taleb all'inizio de Il Cigno nero, il suo libro del 2007 sugli eventi imprevedibili. Secondo Taleb, i visitatori che entravano in quella casa si dividevano in due gruppi, e per capire a quale appartenessero bastava guardarli davanti agli scaffali. La maggior parte chiedeva subito, con ammirazione, quanti di quei libri lo scrittore avesse letto. Una minoranza, decisamente più sparuta, aveva capito che quella biblioteca era uno strumento di lavoro, un archivio da consultare ogni volta che una ricerca lo richiedeva. Per questo, spiega Taleb, i volumi più preziosi erano quelli che Eco non aveva ancora aperto, perché contenevano tutto ciò che non sapeva e che avrebbe potuto approfondire in futuro. Quella biblioteca non era un trofeo da mostrare agli ospiti.


Taleb dà un nome a questa raccolta di libri non letti: la chiama Antibiblioteca. Secondo lui, più una persona sa, più la sua antibiblioteca cresce, perché ogni cosa imparata apre nuove domande e quindi porta a nuovi libri da procurarsi. I giapponesi hanno persino una parola per l'abitudine di comprare libri e lasciarli impilati senza leggerli, tsundoku. Descrive un vizio piuttosto diffuso e insieme una forma di fiducia nel futuro: ogni libro sulla pila è una lettura rimandata al momento in cui saremo pronti ad affrontarla.


Con le collezioni di moda succede lo stesso. Ogni collezione è un catalogo di possibilità e, come ogni catalogo, contiene molto più di quanto si finirà per scegliere. Una parte dei look arriverà nei negozi e poi negli armadi, e molti resteranno nelle immagini della sfilata. Qualcuno verrà comprato e lasciato appeso in attesa dell'occasione giusta, come un libro sulla pila. Giudicarli in base a quanto verranno indossati equivale a chiedere a Eco quanti libri avesse letto.
Giorgio Agamben, che ha dedicato molti dei suoi scritti al concetto di potenza, sostiene che questa conservi il suo valore anche quando non si traduce in azione. Applicato alla moda, significa che anche un abito mai indossato ha comunque una funzione: mostra un modo possibile di vestirsi e, di conseguenza, un modo possibile di presentarsi agli altri.


Per la primavera-estate 2027 di Valentino, Alessandro Michele ha allestito il suo catalogo di possibilità tra gli scaffali della Bibliothèque Sainte-Geneviève di Parigi. Le gonne longuette sono lavorate con ricami, pizzi, paillettes e bordi di piume o frange. Si abbinano a camicie a quadri con le spalline imbottite o a top in lana senza maniche, mentre le linee più fluide sono segnate in vita da cinture alte e fusciacche. Le giacche anni Ottanta, con spalle importanti e grandi bottoni dorati, vanno sopra ciclisti di pizzo. I pantaloni da gaucho, leggeri e plissettati, finiscono dentro stivali preziosi. Il cappellino da baseball accompagna abiti da sera e completi sartoriali, e i gioielli sono sempre in formato XL.


Davanti a una sfilata si può scegliere che tipo di spettatore essere. Si possono contare i look destinati ai guardaroba, come chi chiedeva a Eco quanti libri avesse letto. Oppure si può guardare la collezione come un insieme di forme e idee che restano a disposizione, comprese quelle che nessuno indosserà mai. Michele chiede al suo pubblico di stare nel secondo gruppo, e la sua primavera-estate 2027 offre più di un motivo per farlo.



