Roma, 18 ottobre 2026 – “Volevo uscire dal mondo dei paria”. Valter Lavitola, a un certo punto, la mette così davanti al collegio del Riesame di Roma il 7 settembre scorso. Una frase che sembra quasi riassumere una biografia intera. Gli studi dai gesuiti, la lunga frequentazione dell’area socialista, la direzione dell’Avanti!, gli anni trascorsi nel giro che contava, fino alla vicinanza con Silvio Berlusconi. Poi le inchieste, le condanne, il carcere e quella sensazione, raccontata adesso ai giudici, di essere finito dall’altra parte della porta. Fuori dai salotti, fuori dai circuiti buoni. Tra i “paria”, appunto.
Sigfrido Ranucci, in questo racconto, poteva rappresentare una via d’uscita. Non soltanto un amico, ma quasi un ponte verso il mondo perduto. Il conduttore di Report frequentava abitualmente il ristorante di Lavitola, insieme a “molte altre persone autorevoli”, e quella presenza gli consentiva, dice lui stesso, “di uscire dal mondo dei paria” nel quale si sentiva confinato dopo le precedenti vicende giudiziarie. Un’amicizia “sincera”, precisa Lavitola, ma che aveva anche i suoi vantaggi. “Dimostrare al Ranucci la mia preoccupazione per la sua tutela rafforzava ulteriormente il nostro rapporto». E c’era persino un sogno professionale: «Coltivavo l’auspicio di produrre la sua trasmissione se non lo avessero riconfermato alla Rai”.

Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola
È uno dei passaggi più singolari delle motivazioni con cui il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato il carcere per Lavitola nell’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025 contro l’abitazione di Ranucci. Perché il “riscatto sociale”, già evocato dall’ex direttore dell’Avanti!, qui acquista contorni molto concreti. Se Ranucci fosse entrato in politica, ammette, ne avrebbe tratto beneficio anche lui. La vicinanza a una persona “autorevole e credibile” gli avrebbe garantito una “rivincita sociale”. Lavitola sostiene però di non aver mai pensato a un proprio ruolo nell’eventuale discesa in campo del giornalista, anche perché aveva ancora una pendenza giudiziaria per fatti del 2010 che, racconta, non aveva confidato a nessuno.
È sul resto della storia, però, che i giudici diventano molto meno indulgenti. Lavitola ha ammesso di avere incaricato il suo uomo di fiducia, Clesio Tavares Gomes, di compiere un’azione intimidatoria contro Ranucci. Il piano, nella prima versione, avrebbe dovuto limitarsi a tre o quattro colpi di pistola contro il muro della casa. Poi la ricostruzione si allarga: Lavitola sostiene di avere accettato che Tavares potesse modificare le modalità, fino a parlare di una sorta di “mandato in bianco”. Per il Riesame è “del tutto inverosimile” che Gomes, legato a lui da un rapporto definito quasi filiale, abbia deciso autonomamente di passare dai colpi sul muro a una bomba senza consultarlo, assumendosi da solo rischi, responsabilità e costi dell’operazione.
A complicare ulteriormente il racconto c’è il sopralluogo del 15 settembre 2025. Quel pomeriggio Lavitola e Tavares, secondo i dati telefonici, arrivano insieme nella zona della casa di Ranucci a Torvaianica. Il giornalista non è lì. Per i giudici non stavano cercando appartamenti, come aveva ipotizzato inizialmente Lavitola: la trasferta serviva a mostrare a Gomes il luogo dell’attentato e a impartire le indicazioni che lui avrebbe poi trasferito agli esecutori materiali nel successivo sopralluogo del 10 ottobre.
Poi c’è la pista israeliana. Lavitola sostiene di avere saputo da fonti riservate che servizi segreti israeliani avrebbero voluto colpire Ranucci anche per l’inchiesta di Report sui Cantieri Navali Vittoria di Adria. Il problema è che, osserva il Riesame, dopo l’attentato Lavitola avrebbe spinto il giornalista Daniele Autieri a continuare a indagare proprio in quella direzione. Una contraddizione che i giudici utilizzano per mettere in dubbio il movente “protettivo” e, soprattutto, per sostenere che permane un concreto rischio di inquinamento probatorio: nelle motivazioni si parla esplicitamente del tentativo di «depistare le indagini».
E nelle carte resta aperta anche una porta molto più pesante. La difesa riteneva che l’ipotesi di strage fosse ormai destinata all’archiviazione, visto che la misura cautelare è stata applicata per i reati relativi all’esplosivo. Il Riesame mette invece nero su bianco che le indagini per strage «sono ancora in corso» e che non è possibile anticiparne l’esito.
Alla fine, il tentativo di uscire dal “mondo dei paria” finisce dentro un’ordinanza che parla di rischio di fuga, pericolo di inquinamento delle prove e possibilità di reiterazione. Dopo gli arresti degli esecutori Lavitola aveva acquistato un biglietto per Addis Abeba. Lui diceva di avere affari in Africa. I giudici non escludono che fosse vero, ma aggiungono che avrebbe potuto approfittarne per sparire, forte di una rete di rapporti internazionali e di «basi logistiche» nel continente.
C’è infine il caso della presunta aggressione in carcere. Il Riesame mette nero su bianco che l’episodio, rilanciato dalla stampa, «non ha trovato alcuna conferma in atti»: lo hanno smentito sia le relazioni del Dap sia lo stesso Lavitola. Il 2 settembre aveva dichiarato di non aver mai subito «aggressioni, sopraffazioni o minacce» da detenuti o operatori penitenziari e di non temere per la propria incolumità. Il progetto era tornare nel giro che conta. Per ora, però, l’unica porta che si è aperta è quella del carcere.