«Voglio lasciare mio marito». Sonia, 38 anni, in questa puntata di "A Nudo" racconta il dubbio che la tormenta da mesi. La dottoressa Rosamaria Spina, sessuologa e psicologa, risponde alla sua mail.
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La mail di Sonia
Non riesco a dirglielo e intanto continuo a starci.Sono sicura da quasi un anno. Non lo amo più, non lo desidero, non voglio più costruire niente con lui. Ma lui non lo sa e ogni giorno che passa mi sento più in trappola. Non è una persona cattiva, ed è proprio questo il problema. Se lo odiassi sarebbe più facile. Invece è buono, si impegna, è convinto che stiamo bene. Due settimane fa mi ha parlato di comprare casa insieme e io ho annuito. Di notte mi giro dall'altra parte e penso a come dirgli una cosa che gli distruggerà il mondo. E più aspetto, più la bugia diventa grande. Come si fa a lasciare qualcuno che non ha fatto niente di sbagliato?
La risposta dell'esperta
Cara lettrice,
la sua lettera racconta una situazione che, nella pratica clinica, è molto più frequente di quanto si pensi e che, proprio per questo, viene spesso fraintesa. Quando una relazione finisce, siamo abituati a cercare una causa evidente: un tradimento, conflittualità, mancanza di rispetto, un evento che renda la decisione quasi inevitabile. Nel suo racconto, invece, non c'è nulla di tutto questo. Ed è proprio questo che la fa sentire senza una legittimazione a scegliere.
Leggendo la sua lettera, mi ha colpito, in particolare, una frase: "Se lo odiassi sarebbe più facile". In questa frase c’è il cuore della questione. Lei sembra attribuire alla bontà di suo marito il potere di mettere in discussione ciò che sente. Come se il fatto che lui sia una brava persona rendesse meno autentica la sua decisione o la obbligasse a restare. Ma la decisione non dipende da com’è lui o da come lui si rapporta a lei. Il punto è come lei si sente rispetto a lui e cosa prova (o non prova più) nei suoi confronti.
A ciò si aggiunge un altro aspetto. Lei scrive di essere sicura da quasi un anno di non voler più costruire un futuro con lui. Questo significa che il dubbio, almeno da ciò che racconta, non riguarda più la relazione. Riguarda il momento in cui affrontare la realtà. Questo suo sentire non è frutto dell’impulso di un momento. Non è qualcosa legato a qualcosa di specifico che è accaduto. È qualcosa che è maturato e si è stabilizzato nel tempo.
Questo dice chiaramente che non si tratta più di capire cosa vuole, ma come fare a comunicarlo.Comprendo molto bene che ogni volta che rimanda la conversazione, probabilmente, prova un sollievo immediato. Per quel giorno non deve vedere suo marito soffrire, non deve confrontarsi con il dolore che inevitabilmente arriverà. È un sollievo umano e comprensibile. Il punto è che proprio quel sollievo rischia di diventare il motivo per cui continua a rimandare.
In psicologia sappiamo che i comportamenti che riducono una sofferenza nell'immediato tendono a ripetersi, anche quando nel lungo periodo peggiorano la situazione e anche quando abbiamo la piena consapevolezza di quanto disagio ci provocano. Sappiamo benissimo che non siano la soluzione migliore, ma, fosse anche per qualche ora, ci fanno sentire meno in difficoltà. Si tratta, però, a tutti gli effetti di una trappola emotive e mentale: il tutto è solo rimandato.
In questo caso specifico c’è anche un’ulteriore elemento che non può essere trascurato: più il tempo passa, più suo marito continua a vivere una relazione che, dal suo punto di vista, esiste ancora e, proprio in virtù di questo, chiede di condividere con lui una progettualità presente e futura. Lei, invece, quel futuro ha già iniziato a lasciarlo. Di fatto state vivendo due momenti diversi della stessa relazione.
Nella sua lettera lei parla moltissimo della sofferenza che provocherà a suo marito e quasi per niente della propria. È come se tutta la sua attenzione fosse concentrata sul tentativo di proteggerlo, mentre ciò che sta accadendo dentro di lei rimanesse sullo sfondo. Ma quando pensa di non riuscire a dirglielo, sta davvero proteggendo solo lui? O sta cercando, comprensibilmente, di proteggere anche se stessa dal dolore della chiusura del rapporto e da tutto ciò che dovrà affontare una volta chiusa la relazione?
Il punto è che lei non è responsabile del fatto che i suoi sentimenti siano cambiati. È doloroso, certo, ma noi siamo esseri in continua evoluzione. Alcune cose che ci caratterizzano evolvono, ma ci accompagnano per tutta la vita, altre finiscono. So bene che la società in cui viviamo e il modello educativo che ci è stato trasmesso ci dicono che lo spirito di sacrificio, in certe situazioni, è indispensabili, ma è anche indispenabile imparare a prendersi cura di se stessi. Soffrire e stare male non è un dovere, o, almeno, non dovrebbe esserlo. E se in tutto ciò c’è una responsabilità, questa riguarda il modo in cui sceglierà di comunicare tutto questo a suo marito. E questa è una differenza sostanziale.
Ultimo aggiornamento: martedì 14 luglio 2026, 05:00
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